Ci sono campagne che servono a convincere gli indecisi e altre che sembrano parlare esclusivamente ai già convinti. A quale delle 2 categorie appartiene la strategia adottata dal centrodestra nelle ultime settimane nei confronti di Giuseppe Conte?
La vicenda delle mascherine acquistate nella prima fase della pandemia, con tutti gli interrogativi sui prezzi, sui rapporti tra alcuni intermediari e persone vicine all’allora Presidente del Consiglio, rappresenta senza dubbio un terreno giornalisticamente rilevante.
È comprensibile che una parte dell’informazione, soprattutto quella più vicina al centrodestra, ritenga doveroso approfondire ogni elemento e chiedere conto all’ex Premier di decisioni assunte in uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana.
Il dubbio è un altro. Funzionerà davvero sul piano del consenso?
A sei anni di distanza, la pandemia è diventata per molti italiani una pagina da chiudere definitivamente. C’è chi non vuole più sentirne parlare e c’è chi, pur riconoscendo errori evidenti e scelte discutibili, tende comunque a contestualizzare quelle decisioni dentro una fase emergenziale nella quale l’obiettivo dichiarato era uno solo: salvare il maggior numero possibile di vite umane.
Si potrà discutere se sia stato fatto bene o male, se vi siano state leggerezze, improvvisazioni o comportamenti ai limiti della correttezza. Ma difficilmente questo cambia oggi il giudizio politico di chi, sul governo Conte II, un’opinione se l’è già formata.
E’ possibile che questa campagna riesca a mobilitare una parte dell’elettorato di centrodestra. Evocare le immagini dei lockdown, dei green pass, delle conferenze stampa notturne e delle vaccinazioni obbligatorie rappresenta ancora oggi un potente richiamo identitario per una parte del Paese. Ma oltre quella platea il rendimento marginale sembra molto più incerto.
Il vero punto debole dell’esperienza di governo di Giuseppe Conte ci è sempre sembrato un altro. Non tanto la gestione della pandemia, quanto le conseguenze economiche delle scelte compiute in quegli anni.
Il Reddito di cittadinanza, il progetto dei navigator e, soprattutto, il Superbonus hanno lasciato un’eredità pesantissima sui conti pubblici italiani. È lì che si concentra il vero frutto avvelenato del Conte II. È lì che si misura la sostenibilità di una futura proposta di governo e la credibilità di chi aspira a tornare a Palazzo Chigi.
Continuare a porre Conte al centro del dibattito per le vicende pandemiche rischia di produrre un effetto opposto a quello che si vorrebbe ottenere: rafforzarne ulteriormente la centralità politica. In un sistema mediatico dominato dalla polarizzazione, essere il bersaglio principale significa spesso diventare automaticamente il protagonista della scena.
Lo dimostra, con modalità completamente diverse, anche il caso del Generalissimo. Più viene criticato, più occupa spazio. Più viene attaccato, più diventa oggetto di curiosità. Più se ne parla, più cresce nei sondaggi. Non perché tutti condividano ciò che dice, ma perché la continua esposizione mediatica alimenta inevitabilmente attenzione e notorietà.
Vale davvero la pena concedere a Giuseppe Conte lo stesso privilegio? Peraltro in una condizione in cui, complice la maggiore “leggerezza” politica della sua principale alleata, continua ad essere percepito come il più naturalmente “presidenziabile” dell’intero campo largo.
È una domanda che il centrodestra dovrebbe probabilmente porsi. Perché riportare quotidianamente l’ex Premier al centro del dibattito significa anche offrirgli l’occasione di riproporsi come principale antagonista del Governo.
La politica vive di memoria ma, soprattutto, di futuro. E c’è il rischio che una battaglia tutta rivolta al 2020 finisca per aiutare un candidato del 2027.
Forse il modo migliore per limitare la crescita di un avversario non è ricordare continuamente ciò che ha fatto sei anni fa, ma convincere gli italiani che esiste un futuro migliore di quello che lui potrebbe offrire. Tutto il resto rischia di trasformarsi in un gigantesco megafono regalato all’avversario.





