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Acqua: la materia critica più preziosa del petrolio

02
Ottobre 2026
Di Paolo Bozzacchi

Non è quotata come il rame, il litio o il petrolio, ma l’acqua sta assumendo tutte le caratteristiche di una materia critica: disponibilità limitata, domanda crescente e dipendenza diretta di interi sistemi produttivi. Con una differenza decisiva: è insieme diritto umano, infrastruttura pubblica e fattore di produzione. È questa sovrapposizione a renderla una delle variabili economiche e geopolitiche più complesse dei prossimi decenni.
Una centralità emersa con forza anche al Forum Euromediterraneo dell’Acqua, in corso a Roma dal 29 settembre al 2 ottobre, organizzato dal Comitato One Water e che ha riunito oltre 40 delegazioni nazionali attorno all’obiettivo della sicurezza idrica del Mediterraneo. Aprendo i lavori, il direttore generale della FAO Qu Dongyu ha ricordato come una carenza d’acqua incida direttamente su cosa gli agricoltori possono produrre, sugli alimenti che arrivano sui mercati e sui prezzi pagati dalle famiglie. Sistemi idrici, mercati alimentari ed economie, ha sottolineato, sono ormai strettamente interconnessi.

I numeri spiegano la dimensione del problema. Secondo l’ultimo World Water Development Report delle Nazioni Unite, 2,1 miliardi di persone non dispongono ancora di acqua potabile gestita in modo sicuro. Solo lo 0,5% dell’acqua presente sul pianeta è acqua dolce utilizzabile e disponibile e circa metà della popolazione mondiale sperimenta una grave scarsità idrica almeno per una parte dell’anno. La pressione crescerà: la FAO stima che entro il 2050 l’agricoltura dovrà produrre il 50% in più di alimenti, mangimi e fibre rispetto al 2012, mentre la domanda di acqua dolce potrebbe aumentare di un ulteriore 25%.

Nel solo Mediterraneo la questione ha già assunto dimensioni strutturali: oltre 180 milioni di persone vivono in condizioni di scarsità idrica, un dato che al Forum è stato assunto come punto di partenza per discutere non soltanto di siccità, ma di infrastrutture, tecnologie, governance e accesso ai capitali.

Il punto, però, non è soltanto ambientale. È economico. L’agricoltura assorbe circa il 72% dei prelievi mondiali di acqua dolce; industria ed energia un altro 19%. Raffreddamento delle centrali, semiconduttori, data center, chimica, farmaceutica, acciaio, miniere e industria alimentare dipendono tutti dalla disponibilità di acqua. La scarsità può quindi tradursi in minore produzione, maggiori costi e interruzioni delle catene del valore. È lo stesso approccio adottato dal Forum, che ha inserito tra i propri temi centrali il nesso acqua-energia e i nuovi utilizzi della risorsa nell’industria tecnologica.

La Banca Mondiale ha stimato che scarsità idrica e cambiamento climatico potrebbero ridurre il Pil di alcune regioni fino al 6% entro il 2050. L’OECD quantifica in circa 260 miliardi di dollari l’anno le perdite legate a servizi idrici e igienico-sanitari inadeguati, cui si aggiungono 120 miliardi di danni da alluvioni urbane e 94 miliardi di perdite per l’agricoltura irrigua. Tra il 2002 e il 2021, secondo UNESCO, le inondazioni hanno generato perdite economiche per 832 miliardi.

Quanto vale allora l’acqua? Non esiste un prezzo unico. UNESCO ricorda che prezzo, costo del servizio e valore economico non coincidono. Nell’agricoltura a basso valore aggiunto, il valore attribuito all’acqua può essere inferiore a 5 centesimi di dollaro al metro cubo; per colture ad alto valore, usi industriali o servizi urbani può essere molto superiore. E c’è un mercato che rende visibile questa ambivalenza: quello dell’acqua in bottiglia, che secondo la United Nations University valeva circa 270 miliardi di dollari e potrebbe arrivare a 500 miliardi entro il 2030.

Qui emerge la dicotomia tra acqua pubblica e acqua privata. L’accesso all’acqua potabile è riconosciuto dalle Nazioni Unite come diritto umano e il finanziamento del settore resta in larghissima parte pubblico. Nei Paesi in via di sviluppo, secondo la Banca Mondiale, la spesa annua per l’acqua è pari a circa 164,6 miliardi di dollari: il 91% proviene da governi e imprese pubbliche, meno del 2% dal settore privato. Ma per colmare il ritardo infrastrutturale e centrare gli obiettivi globali serviranno fino a 7.000 miliardi di dollari entro il 2030.

È proprio il finanziamento uno dei nodi emersi con maggiore chiarezza a Roma. Secondo le stime alla base dei lavori del Forum, nel solo Mediterraneo il deficit strutturale di investimenti nel settore idrico è compreso tra 40 e 80 miliardi di dollari l’anno. Il presidente di Cassa Depositi e Prestiti Giovanni Gorno Tempini ha ricordato che gli investimenti mondiali nel settore hanno raggiunto quasi 50 miliardi di dollari nel 2024, ma che il fabbisogno rimane enorme. Per trasformare le necessità infrastrutturali in investimenti concreti, ha osservato, occorre mobilitare nuovo capitale, rafforzare le partnership e soprattutto aumentare il numero dei progetti effettivamente “bankable”, attraverso strumenti finanziari, competenze tecniche e meccanismi di condivisione del rischio adeguati.

Il capitale privato, dalle concessioni ai blue bond fino ai partenariati pubblico-privati, sarà quindi sempre più necessario, ponendo al centro tariffe, regolazione e l’equilibrio tra rendimento e accessibilità. La sfida non è semplicemente trovare più denaro, ma costruire progetti capaci di attrarlo senza compromettere la natura pubblica e universale della risorsa.

Infine c’è la diplomazia dell’acqua. Il 60% dei flussi mondiali di acqua dolce attraversa confini nazionali e 153 Paesi condividono almeno un bacino o acquifero transfrontaliero. Solo 43 dispongono però di accordi operativi che coprono almeno il 90% delle acque condivise. Negoziare dighe, falde e portate diventa così politica industriale, sicurezza alimentare e politica estera insieme.

È una dimensione che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha posto esplicitamente al centro del Forum, definendo l’iniziativa di Roma un nuovo tassello della “diplomazia dell’acqua” e annunciando la costruzione di una piattaforma permanente di contatti, progetti e collaborazioni tra governi, imprese, banche, università e organizzazioni internazionali. Il messaggio politico era stato preparato il giorno precedente dalla riunione ministeriale dell’Unione per il Mediterraneo, nella quale i Paesi membri hanno ribadito la necessità di rafforzare la cooperazione regionale per una gestione sostenibile e integrata dell’acqua. Prossimo appuntamento internazionale di alto livello la UN Water Conference, che si terrà a dicembre ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi. Gli Emirati sono presidente di turno insieme al Senegal.

Ma perché l’acqua non è semplicemente il “nuovo petrolio”? È qualcosa di più difficile da sostituire, da trasportare e, soprattutto, da separare dal territorio in cui si trova. Il Forum di Roma lo ha reso evidente: la sicurezza idrica è ormai contemporaneamente una questione di competitività, investimenti, sicurezza alimentare, resilienza climatica e politica estera. Ed è proprio per questo che il valore economico dell’acqua è destinato a crescere ben oltre il prezzo pagato in bolletta. La cooperazione internazionale sarà decisiva.