Ambiente

Industria ed energia, il nodo resta il costo

02
Ottobre 2026
Di Alessandro Caruso

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista

La questione energetica torna a essere, oltre che ambientale, una questione industriale. È questo il filo che ha attraversato il convegno “Imprese italiane e sfida energetica, tra geopolitica e competitività internazionale”, ospitato martedì alla Camera: il costo dell’energia non è più una variabile esterna alla politica economica, ma uno dei fattori che decidono dove si produce, dove si investe e quali filiere riescono a restare sul mercato. Il punto di partenza è il cambio di scenario globale. Stati Uniti e Cina hanno costruito strategie molto diverse, ma accomunate dalla priorità assegnata alla sicurezza energetica e alla difesa della propria base produttiva: Washington attraverso shale gas, Gnl, reshoring e controllo tecnologico; Pechino mantenendo il carbone alla base del sistema mentre accelera su nucleare, rinnovabili e minerali critici.

L’Europa invece sembra concentrare una parte rilevante della propria azione sulla regolazione della decarbonizzazione, senza dotarsi con la stessa forza di strumenti capaci di proteggere la competitività industriale. È qui che ETS, ETS2 e CBAM diventano non soltanto dossier climatici, ma variabili di costo. Nel quadro presentato dall’analista Sergio Giraldo, il prezzo della CO2 si colloca intorno agli 80 euro a tonnellata, mentre l’ETS2, rinviato al 2028, allargherà il carbon pricing a riscaldamento e trasporti, con ricadute potenziali anche sulla logistica delle filiere. Sullo sfondo resta poi il nodo strutturale del gas. L’andamento del prezzo unico nazionale (pun) continua a risentire fortemente delle quotazioni del title transfer facility di Amsterdam: prima la rottura degli equilibri di approvvigionamento con la Russia, poi le nuove tensioni sulle rotte internazionali hanno mostrato quanto il prezzo europeo dell’energia resti esposto alla geopolitica. E anche una volta superata l’attuale fase di crisi, le curve illustrate al convegno indicano per una parte significativa dei prossimi anni quotazioni del gas ancora superiori ai livelli precedenti al 2021.

Da qui la tesi che la politica energetica debba tornare a essere anche politica industriale: diversificazione degli approvvigionamenti, capacità e stoccaggi, infrastrutture, produzione nazionale e un mix tecnologico più ampio. Sul piano politico, Alberto Luigi Gusmeroli, presidente della commissione Attività produttive, e Tullio Patassini, responsabile energia della Lega, hanno tradotto questa impostazione nella linea del Carroccio: affiancare nucleare, solare, eolico, idroelettrico e biomasse, investire sull’efficienza e chiedere una revisione dell’ETS, giudicato dai due esponenti un aggravio per le imprese con benefici ambientali limitati.

La proposta è anche quella di destinare agli investimenti in efficienza energetica i 14 miliardi di scostamento richiamati da Gusmeroli e Patassini, con l’obiettivo di intervenire sui consumi e quindi sui costi per famiglie e imprese. Ma il tema va oltre il confronto sulle singole tecnologie o sugli strumenti europei. La questione che il convegno lascia aperta è quale equilibrio l’Europa voglia costruire tra decarbonizzazione, autonomia strategica e difesa della manifattura. Per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dall’estero per le fonti energetiche e allo stesso tempo caratterizzato da un’importante base manifatturiera, la risposta non riguarda soltanto la bolletta: riguarda la capacità di mantenere sul territorio produzioni, investimenti e competenze in un mercato globale nel quale l’energia è tornata a essere una leva di competitività e di potere economico.

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