Innovazione

L’AI non è solo un capitolo della crescita: merita uno spazio autonomo

04
Settembre 2026
Di Sergio Boccadutri

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

Sul tavolo del G20 c’è una discussione dedicata all’intelligenza artificiale e alle tecnologie emergenti. In questi giorni i ministri dell’innovazione e del commercio si riuniscono nel Research Triangle della North Carolina per l’Innovation Ministerial della presidenza statunitense, verso il vertice di Miami di dicembre. La bozza di issue note fissa il perimetro del confronto: standard tecnologici, catene di fornitura sicure, progresso scientifico, competenze dei lavoratori. Tutto dentro un’unica cornice, l’innovazione come motore della crescita.

Qui sta il problema, e non è un dettaglio. Trattare l’AI solo come un capitolo dell’agenda economica significa scambiarla per una tecnologia come le altre. Ecco perché al G20 non può restare «una tra le tante questioni» sul tavolo dell’innovazione: le serve uno spazio autonomo.

Che non sia un’innovazione come le altre è sotto gli occhi di tutti. La usano le imprese per produrre e vendere meglio, ma anche le pubbliche amministrazioni, per gestire sanità, giustizia, welfare, frontiere. Quando un algoritmo assegna a un insegnante una sede a centinaia di chilometri da casa o sceglie quale contribuente sottoporre a un controllo fiscale, influenza una scelta pubblica che ricade su una persona. È un problema di governo, non di competitività, e chiede strumenti diversi.

C’è poi una ragione concreta. Le regole nazionali stanno divergendo: l’AI Act europeo, gli ordini esecutivi americani, le norme dei singoli Paesi formano un mosaico che non protegge nessuno. Uno spazio dedicato è il luogo naturale per provare a far convergere questi approcci.

Forse tutto questo è voluto. Confinare l’AI nell’economia lascia le mani libere: ogni Paese resta padrone delle proprie regole o di correre più veloce degli altri. Ma è qui l’errore. A differenza di altre tecnologie, nulla garantisce che il vantaggio di uno Stato sull’AI si traduca in un vantaggio per i suoi cittadini: l’AI non conosce confini, e i rischi di non coordinarsi superano i benefici che il singolo riesce a strappare. C’è di più. La capacità di calcolo e i modelli su cui l’AI si regge sono ormai concentrati in poche grandi aziende: una nuova concentrazione di potere che ricorda quella che, più di un secolo fa, spinse gli stessi Stati Uniti a costruire le prime leggi antitrust contro i monopoli. Allora erano petrolio e ferrovie, oggi dati e modelli. Tenere in vita un discorso pubblico sull’AI, non confinato in poche mani, serve anche agli Stati che oggi credono di poter correre da soli.

Per questo serve un gruppo di lavoro dedicato all’AI, non subordinato all’economia. Non per rallentare lo sviluppo, ma per dare al governo di queste tecnologie una casa stabile, al passo con la loro evoluzione. Il G20 ha già il potere di convocare tutti attorno a un tavolo: serve la volontà politica di aprirne uno nuovo, perché le decisioni di Miami, a dicembre (quelle che segneranno il prossimo decennio), non siano parziali su una tecnologia che parziale non è.