Innovazione / Top News

L’IA è una bolla? Dipende. Il paper di Banca Fucino

31
Dicembre 2025
Di Giuliana Mastri

Il dibattito sull’intelligenza artificiale nei mercati finanziari non ruota tanto attorno a una domanda binaria – bolla o non bolla – quanto alla coerenza interna dei diversi livelli di analisi. È questo il filo che attraversa il dossier di Banca del Fucino, che scompone il boom dell’IA in una serie di nodi tematici, ciascuno dei quali porta a una parte delle conclusioni finali.

Il primo nodo è quello delle valutazioni di mercato. Qui il ragionamento è lineare: i multipli delle big tech statunitensi, in particolare delle cosiddette “Magnificent Seven”, sono storicamente elevati e difficili da giustificare sulla base degli utili attuali. L’obiezione non viene però formulata in termini puramente contabili. Il punto centrale è che le quotazioni incorporano aspettative di crescita molto aggressive e di lunga durata, ipotizzando che l’IA generi aumenti degli utili a doppia cifra per un decennio e che a beneficiarne siano proprio gli attuali leader. Da qui la prima conclusione implicita: l’investimento sull’IA non è una scommessa unica, ma una doppia scommessa, sulla portata della rivoluzione tecnologica e sulla capacità di pochi grandi attori di catturarne il valore.

Il secondo tema, quello degli investimenti, approfondisce questo scarto tra aspettative e realtà. Il dossier mette in luce la natura in parte circolare dei flussi finanziari all’interno dell’ecosistema IA: chip, data center e servizi cloud vengono spesso acquistati da società che ricevono a loro volta capitali o partnership dalle stesse big tech. Il ragionamento non è che questi investimenti siano fittizi, ma che rendano opaca la distinzione tra domanda finale e domanda “autoindotta”. Questo porta a una conclusione più sfumata rispetto alla narrativa della bolla classica: non si tratta di investimenti irrazionali, bensì di investimenti strategici che però non consentono ancora di misurare con chiarezza la solidità della domanda di servizi IA da parte dell’economia reale.

Il terzo passaggio riguarda i costi di produzione, ed è qui che il discorso inizia a cambiare tono. L’espansione dell’IA comporta un aumento strutturale dei costi, in particolare energetici, e un rapido deprezzamento degli asset hardware. Il punto non è che le big tech non possano permetterselo oggi, ma che il modello di crescita richiede una corsa continua per restare allo stesso punto. Questo introduce l’idea chiave che ritorna nelle conclusioni: anche in presenza di bilanci solidi, l’equilibrio economico dell’IA è fragile perché dipende da un flusso costante di domanda crescente e da condizioni macro favorevoli.

Il quarto tema, quello della produttività del lavoro, è forse il più rivelatore. Qui il dossier riconosce apertamente che l’IA, almeno per ora, ha avuto un impatto limitato sull’economia reale. I guadagni di efficienza esistono, ma sono marginali e non tali da giustificare, da soli, l’entità degli investimenti in corso. Questo passaggio è cruciale perché chiarisce che il rally dell’IA è stato finora soprattutto un fenomeno finanziario. La conclusione che se ne trae non è che l’IA sia inefficace, ma che il mercato stia anticipando benefici macroeconomici che devono ancora materializzarsi e che potrebbero richiedere più tempo del previsto.

Infine, il capitolo sulla profittabilità chiude il cerchio. A differenza della bolla dot-com, le grandi aziende coinvolte nell’IA generano utili reali e crescenti, sostenuti da posizioni di mercato dominanti. Questo elemento spiega perché lo scenario più probabile delineato dal dossier non sia un crollo generalizzato, ma un ridimensionamento selettivo delle valutazioni. Allo stesso tempo, però, la rendita da monopolio viene descritta come temporanea, esposta sia alla saturazione tecnologica sia alla concorrenza globale, in particolare cinese.

È dall’incrocio di questi cinque livelli di analisi che emergono le conclusioni finali: le attuali quotazioni non sono pienamente giustificate dai fondamentali; una correzione è probabile ma non inevitabilmente distruttiva; anche i protagonisti della rivoluzione tecnologica non sono immuni da fasi di forte ridimensionamento; e il vero fattore di rischio di lungo periodo non è il fallimento dell’IA, ma la progressiva erosione dei vantaggi competitivi su cui oggi si fonda l’entusiasmo dei mercati.