Innovazione
Difesa, l’Italia alla prova del nove. Le prospettive
Di Giampiero Cinelli
Vista la situazione internazionale, la difesa torna al centro delle priorità europee e italiane in un contesto internazionale sempre più instabile. Nel 2024 in Europa gli investimenti in difesa e sicurezza hanno raggiunto circa 343 miliardi di euro, una quota ancora lontana dai livelli di Stati Uniti e Cina, dove il sostegno alle tecnologie strategiche e duali è strutturale da anni. Eppure la spesa complessiva per la difesa dei Paesi NATO europei è destinata a superare i mille miliardi di euro entro il 2030. Il nodo non è solo quanto si spende, ma come si investe: per lungo tempo l’innovazione è rimasta concentrata sul settore pubblico e su modelli industriali poco orientati alla velocità e alla larga scala. Oggi i conflitti moderni impongono anche un cambio di passo, fatto di tecnologie rapide, interoperabili e adattabili anche al mondo civile. In questo scenario l’Italia ha un potenziale significativo, grazie a un tessuto diffuso di imprese e competenze tecnologiche, ma colmare il gap significa accelerare sugli investimenti, rafforzare le politiche industriali e considerare la difesa una leva strategica per sicurezza e competitività.
«Penso che l’ammodernamento delle forze armate avrà un’accelerazione seguendo i parametri Nato. Del resto, non è possibile pensare che ci siano paesi europei che ora investono cifre enormi in difesa quando noi forse saremmo anche più bisognosi. Nel settore possiamo competere con Leonardo, una grande azienda che si interfaccia con gli Usa. Poi ci vuole un quadro d’insieme più dettagliato possibile riguardo agli scenari da affrontare, ora che la guerra è fatta ancora con modelli tradizionali ma con punte di tecnologia. Pensiamo ad esempio ai droni. L’Ucraina? Quello è uno scenario diverso, in cui noi facciamo peace keeping e addestramento di forze locali, mentre la Francia e l’Inghilterra creeranno veri e propri hub militari. La nostra posizione è un’altra, alternativa e non prevede l’invio di truppe, bensì continueremo a guardare al Nord Africa e al Medio Oriente, puntando al Piano Mattei, con cui comportarsi in modo diverso dai francesi. La nostra unicità ci consente di parlare con tutti», ha detto Stefano Maullu (FdI), membro della Commissione Difesa alla Camera, a Largo Chigi, format di Urania Tv. Maullu ha aggiunto: «Per gli investimenti in difesa ci vuole un lavoro strategico per creare standard uniformi finalizzati alla deterrenza, certo sappiamo che i colossi Usa hanno tutt’ora più capacità. C’è oggi il tema dell’artico, sul quale studia un gruppo di lavoro in parlamento: indispensabili lì delle infrastrutture di difesa, è una porzione di mondo straordinariamente importante perché è la proiezione europea al di là dell’influenza americana già presente. Ed è ovvio che, per tutto quello che abbiamo detto, vista età media del nostro esercito bisognerà implementare l’arruolamento, che sia di qualità, ma anche per le forze di riserva. Ognuno capace di utilizzare i nuovi strumenti e i nuovi armamenti».
Per gli addetti ai lavori, a Largo Chigi Giuseppe Lacerenza Lacerenza di Keen Venture Partners, ha affermato: «Per decenni in Europa, e ancor più in Italia, la difesa è stata considerata moralmente scomoda. Un tabù culturale che ha tenuto lontano il capitale privato, aggravato da un mercato dominato dallo Stato e dal single customer risk, fattori che per la finanza rappresentano più un rischio che un’opportunità. A differenza degli Stati Uniti, dove il modello è stato abbracciato da tempo, in Europa pesano frammentazione politica, presenza di grandi incumbent e ambiguità ESG: in molti Paesi la difesa non è ancora pienamente inclusa nelle politiche ESG, nonostante senza sicurezza non esistano welfare né transizione energetica. Il nodo per gli investitori è la capacità delle aziende di tradurre l’innovazione in ordini e fatturato. L’Italia ha talento ed ecosistema, ma rischia di perdere un treno che la Germania ha già colto, con startup della difesa nate da pochi anni e già oltre il miliardo di valutazione. Anche il mercato dei capitali si sta muovendo: il Fondo europeo per gli investimenti ha sbloccato per la prima volta una facility dedicata alla difesa. Ma velocità e investimenti restano legati al senso di urgenza, molto più alto nei Paesi più vicini al fronte orientale».





