di Daniele Capezzone

Come previsto, è sostanzialmente passata in cavalleria (un paio di giorni di polemiche nemmeno così roventi sui giornali romani, e neppure su tutti) la storiaccia dell’accordo sindacale tra l’Ama (la municipalizzata della Capitale che dovrebbe occuparsi dei rifiuti) e i sindacati, con la surreale ipotesi di un surreale premio per i lavoratori “non ammalati” da qui ai primi mesi del nuovo anno.

Naturalmente, vista la mala parata, il neosindaco Roberto Gualtieri e i rinnovati vertici dell’azienda si sono affrettati a dire che l’intesa verrà modificata, espungendo le parti contestate.

Ma non si illudano: il caso resterà aperto nella mente e nel cuore di molti cittadini. Di più: resterà come l’equivalente di un autentico schiaffo sulla faccia dei contribuenti e dei lavoratori.

Primo: è come se l’azienda avesse implicitamente ammesso di sapere che i tassi di “malattia” nei mesi passati fossero falsi. Secondo: è come se l’azienda riconoscesse un fallimento strutturale, un’impossibilità ordinaria di verificare la veridicità delle dichiarazioni dei lavoratori assenti. Terzo: si dà per acquisito che serva un premio in più, oltre allo stipendio, per fare nulla più che il proprio dovere. Quarto: si offendono gli altri lavoratori pubblici, quelli che si impegnano onestamente. Quinto: si umiliano e si deridono gli imprenditori e i lavoratori del settore privato, che ancora una volta constatano come esistano due Italie, una (la loro) esposta ai rischi del mercato e della competizione, e l’altra (quella di spicchi consistenti del pubblico) in cui il “redde rationem” non arriva mai.

Lo si tenga a mente. La rabbia più pericolosa è quella dei miti, delle persone perbene che si sentono prese in giro, offese e ridicolizzate. Ad ogni livello, sarà bene non sottovalutare lo stato d’animo di molti italiani, forse non abituati ad andare in piazza né ad alzare la voce, ma che ogni giorno – specie in corrispondenza delle scadenze fiscali – sentono tutta intera l’ingiustizia e la beffa di cui sono oggetto.

 

 

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