Ricordate gli assalti agli scaffali dei supermercati a inizio pandemia, le scorte di carta igienica finite e i reparti della pasta vuoti, uniche superstiti le penne lisce, oggetto di meme e ironia dei social?

Sta succedendo qualcosa di simile, ma molto più in grande. Proprio ora che l’economia globale sta ripartendo, le aziende, in particolare quelle occidentali, non trovano i materiali per produrre le cose. Gli anglofoni la chiamano “everything bubble”, la bolla sui prezzi di qualunque cosa.

Funziona così: le società che producono beni (di qualunque tipo, dall’elettronica alle scarpe) ordinano i pezzi per produrli in base a quanti ordini hanno ricevuto e in base a quelli che si aspettano per il futuro. Negli ultimi mesi, con la fine della pandemia, la domanda è aumentata e si prevede, nel prossimo futuro, una sua ulteriore crescita. Questo ha portato molte aziende a comprare più materiali di quanti gliene servissero, per paura di rimanere senza.

C’entra anche il cosiddetto “revenge spending”: secondo chi ha studiato il fenomeno, in certi momenti si spende di più sia per il bisogno di recuperare spese e acquisti rimandati in precedenza, ma anche come strategia compensativa. Una tendenza che interessa i singoli individui come le imprese.

Il meccanismo ha causato un aumento del prezzo delle materie prime, la base per la produzione di tutti gli altri beni. Mais, rame, caffè, petrolio, acciaio, legname: la relativa scarsità di queste materie si è riflessa nel maggior aumento dei prezzi negli ultimi dieci anni.

Gli eventi che hanno causato la scarsità e gli aumenti dei prezzi sono però molteplici. Alcuni accidentali, come l'incidente del Canale di Suez che ha generato importanti ritardi nel trasporto mondiale, o la crisi Covid in India, uno dei Paesi fondamentali per le catene di approvvigionamento globale. Scarsità e rincari si riflettono anche sui prodotti derivati: se sale il prezzo del petrolio, aumenta anche quello della benzina. E anche il prezzo del petrolio, negli ultimi mesi è salito: il Brent, dal minimo storico di 20 dollari a barile ora viaggia stabilmente intorno ai 70. Lo stesso fenomeno interessa semilavorati di qualsiasi tipo, dai materiali per imballaggi ai microprocessori.

Nei primi mesi della pandemia, in realtà, i valori dei prezzi delle materie prime erano crollati del 20-30%. La Cina, con la sua economia pianificata, ne ha approfittato per fare scorte, avvantaggiata anche dal fatto di essere ripartita con quattro mesi di anticipo. Ma subito dopo i prezzi, complice la ripresa, hanno ricominciato a salire.

Poi ci sono i mercati finanziari: le materie prime sono un investimento interessante perché prezzate in dollari, moneta debole in questo momento, quindi sono convenienti per chi le acquista in euro o altre valute.

Un’altra delle cause è dovuta ai magazzini vuoti per colpa dell’organizzazione che porta le imprese, per essere più efficienti, a non accumulare scorte (il modello «just in time»), quindi adesso vanno riempiti da zero. Questo si lega al forte aumento dei costi di trasporto. Il sistema logistico mondiale è saturo: le navi cargo e i container stanno lavorando a pieno regime, la domanda cresce, e di conseguenza i prezzi per il trasporto.

Ci sono poi alcune materie prime diventate all’improvviso indispensabili, perché necessarie alle due grandi transizioni in corso: quella green e quella digitale. Alcuni esempi: litio, silicio, cobalto, terre rare, nickel, stagno, zinco. Negli ultimi 12 mesi lo stagno, usato molto nel settore elettronico, ha registrato un incremento del 133%. Il prezzo del rame del 115%. Il rodio, utilizzato per esempio per collegamenti elettrici, addirittura del 447%.

Per l’approvvigionamento delle cosiddette terre rare, un gruppo di 17 elementi della tavola periodica considerati i metalli delle nuove tecnologie, dipendiamo dalla Cina per il 98%. Milena Gabanelli sul Corriere di qualche giorno fa ha scritto riguardo ad alcune azioni essenziali da intraprendere per il futuro. Tra queste, favorire l’attività estrattiva sul territorio europeo: la domanda di litio può essere soddisfatta internamente per l’80% entro il 2025.

Un altro punto fondamentale è quello di potenziare l’attività di riciclo dei metalli pregiati. Infine, occorre costruire una politica estera e industriale comune per ottenere le concessioni dei minerali che non abbiamo, su cui Paesi come la Cina, grazie ad accordi con diversi Stati africani, è molto avanti.

Risolvere il problema nel breve termine non è semplice: per avere più materie prime e semilavorati, se l’economia sta già lavorando a pieno regime, occorre investire in nuovi impianti e personale, il che richiede soldi e tempo.

La conseguenza finale è che, per coprire i maggiori costi, le imprese potrebbero decidere di aumentare i prezzi dei prodotti, come in parte già sta accadendo, cosa che potrebbe portare, con ogni probabilità a un aumento dell'inflazione.

 

Jacopo Bernardini