di Daniele Capezzone

Diversamente da molti spacciatori di certezze, non so proprio che obiettivi Mario Draghi si sia dato - a suo tempo - accettando l’incarico di formare il governo che attualmente presiede, e se quegli obiettivi siano stati modificati, nella sua mente, in questi due mesi e mezzo.

Solo un “servizio civile” (di 12, 18 o 24 mesi) per la campagna vaccinale e il Recovery Plan? La premessa per l’ascesa al Quirinale? Un trampolino di lancio per incarichi europei, considerando il tramonto della stagione di Angela Merkel e l’indubbia autorevolezza di Draghi stesso? Ogni scenario ha una sua razionalità. E ogni ipotesi va incastrata rispetto al momento in cui può maturare o svanire: se qualcuno vuole davvero l’attuale premier al Quirinale deve eleggerlo non appena il Parlamento in seduta comune sarà convocato per scegliere il successore di Sergio Mattarella; oppure - sostengono altri - la via migliore è una “rielezione ponte” dell’attuale Capo dello Stato, con l’intesa che il nuovo mandato duri 1-2 anni, prima di lasciare il posto a Draghi. Altri ancora ritengono invece che sarà fortissima la pressione dei (non pochi) aspiranti al Colle targati Pd per tenere Draghi a Palazzo Chigi (l’argomento è già pronto: Chi ha scritto il Recovery Plan deve anche implementarlo negli anni successivi) e metterlo fuori dalla corsa per il Quirinale.

Lo ripeto ancora: ogni ipotesi è plausibile, e tutti gli scenari vanno considerati e preparati. Anche perché un conto sarebbe se le elezioni politiche si svolgessero nella primavera del 2022, altro conto sarebbe se avvenissero invece alla scadenza naturale della legislatura, a 2023. Senza dire dell’incognita più grande, e cioè l’esito del voto politico: ci consegnerebbe una chiara maggioranza politica, oppure un risultato incerto, tale da favorire ancora un esecutivo ibrido e tecnico-politico?

In ciascuno di questi casi, Mario Draghi ha comunque bisogno (sia che la sua avventura a Palazzo Chigi duri ancora un anno, sia che duri molto di più) di evitare terremoti politici. E non può non tenere conto del fatto che il Parlamento eletto nel 2018 si trascina un incredibile sovradimensionamento dei grillini, titolari allora del 33%, e tributari di una rappresentanza parlamentare immensa. Ancora oggi, nonostante uno stillicidio di defezioni, il M5S conta 75 senatori e 163 deputati: numeri enormi. Cifre che, combinate con quelle (più piccole ma significative) del Pd, e con il complemento degli altri gruppi di sinistra e centrosinistra, conferisce alla vecchia maggioranza giallorossa (quella del governo Conte bis, per capirci) un saldo controllo delle Camere: controllo assoluto alla Camera, controllo meno forte ma consistente al Senato.

Questa situazione crea una potente asimmetria nel governo tra le forze che lo compongono: alcune (Lega e Forza Italia) possono chiedere, sollecitare, spingere, ma non hanno i numeri per imporre in Parlamento alcune soluzioni; altre (M5S e Pd) hanno invece una sorta di golden share parlamentare.

E’ esattamente per questo, se non vuole far saltare tutto, che Draghi deve risolvere i problemi - per così dire - “in fase ascendente”, cioè trovando una mediazione già in Consiglio dei Ministri. Ed è sempre per questo che, anche su temi estranei all’agenda di governo (dalla legge Zan allo ius soli), non può cavarsela con il mantra classico degli esecutivi dinanzi a questioni non strettamente incluse nel loro programma: “Se la veda il Parlamento”.

Eh no: in questo caso, per evidenti ragioni numeriche, la tela si logorerebbe, e il fragile equilibrio di questi mesi sarebbe messo a dura prova. Sarà bene che Palazzo Chigi tenga conto di questa evidenza oggettiva.

 

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