Il passaggio tra il Presidente uscente Trump e il presidente eletto Biden, come era prevedibile, si sta rivelando abbastanza atipico, rispetto a quanto avvenuto in passato. Tra le anomalie che caratterizzeranno questa transizione, ve n’è una che riguarda Twitter. Infatti, a fine gennaio, quando il Presidente Trump dovrà lasciare la Casa Bianca, tra le cose che certamente potrà portare con sé sarà il suo megafono social personale: il suo account Twitter.

Come è noto Trump, a differenza dei suoi predecessori e in barba alla prassi che vede tutti i presidenti degli Stati Uniti tramandarsi e quindi utilizzare l’account Twitter ufficiale @POTUS (32.7ML di followers), ha sempre preferito usare - fin dall’inizio del suo mandato - il suo personale @realDonaldTrump (88.9ML di followers). Questo perchè gli consentiva un maggiore controllo e libertà  di esprimere i propri pensieri, spesso controversi e che a in alcuni casi hanno fatto traballare gli equilibri politici nazionali e internazionali. Ricordiamo il famoso tweet rivolto al leader della Nord Corea, Kim Jong-Un, nel quale dichiarò:

North Korean Leader Kim Jong Un just stated that the “Nuclear Button is on his desk at all times.” Will someone from his depleted and food starved regime please inform him that I too have a Nuclear Button, but it is a much bigger & more powerful one than his, and my Button works!

I vertici di Twitter più volte si sono posti il problema se fosse necessario intervenire o meno, attraverso la rimozione dei suoi tweet, che in altre parole voleva dire censura. Pratica quest’ultima mai applicata a nessun profilo politico rilevante, tantomeno in riferimento a Capi di Stato. Siccome la cosa stava sfuggendo di mano, anche in risposta al tema delle fake news, Twitter ha deciso di intraprendere una via di mezzo.

In alcuni casi applicando etichette direttamente al tweet, con riferimento al mancato rispetto delle policy aziendale. O più recentemente, utilizzando etichette con le diciture “potenzialmente fuorvianti” o "questa affermazione sulla frode elettorale è contestata”.

Ovviamente la reazione di Twitter - e ultimamente anche quella di Facebook, che ha oscurato pagine come quella di Qanon o di altri gruppi legati alll’ultradestra americana - non è piaciuta all’ala repubblicana più oltranzista dei supporter di Trump. Quelli duri e puri, per intenderci.

Cosa è accaduto quindi? Che in poco meno di due settimane c’è stata una migrazione di utenti su Parler, il cosiddetto social network della “libertà di parola”. Un social a noi poco noto, fondato nel 2018 da John Matze e Jared Thomson.

A partire dagli inizi di novembre, gli utenti sono passati da 4 milioni a 10 milioni. Così, quando un post viene segnalato o cancellato da Twitter, riappare per magia su Parler. Stessa sorte per gli account, che rinascono dopo essere stati banditi altrove. Membri della destra radicale americana, che hanno ancora profili sui social media “mainstream”, pubblicano post che incoraggiano i loro follower a lasciare Facebook e Twitter per unirsi a loro su Parler. Alcuni di questi sono riusciti a infoltire rapidamente il numero dei loro seguaci: è il caso del politico californiano - e acceso sostenitore di Trump - Devin Nunes, che ha raccolto attorno a sé già quasi 2 milioni di follower. Su Twitter era fermo a “solo” 1.2 milioni.

Sappiamo che siamo ancora molto lontani dai numeri delle piattaforme social più “di sistema” ma, come per ogni cosa, non va sottostimata la possibilità di una rapida ascesa di questo nuovo canale.

Il risultato quale sarà? Che verosimilmente si creerà una nuova bolla, dove ci si parlerà tra persone che la pensano allo stesso modo, e dove in definitiva non avverrà alcuno scambio: sarà insomma una nuova “echo chambers”, una camera la cui eco non andrà oltre le sue spesse mura di gomma.

PS. Curiosità, echo è la dicitura usata su Parler per indicare il retweet!

 

Axel Donzelli