Food

Food trend 2026: come cambia il nostro rapporto con il cibo

20
Gennaio 2026
Di Giuliana Mastri

Gennaio, si sa, è il mese dei nuovi inizi. Nelle ultime settimane è facile imbattersi in frasi come «da gennaio mi iscrivo in palestra» o «con l’anno nuovo mangerò meglio». C’è chi promette a sé stesso che il 2026 sarà l’anno giusto per imparare qualcosa di nuovo, magari frequentando un corso di cucina. Propositi più che legittimi, anzi encomiabili. Resta però una domanda implicita: quanto dureranno?

Quando si parla di alimentazione, gli unici “buoni propositi” davvero affidabili sono quelli che nascono dai food trend. Non entusiasmi passeggeri, ma tendenze individuate osservando nel tempo come cambiano i nostri comportamenti a tavola, il modo di cucinare e di vivere il cibo. Per il 2026, queste traiettorie sono state delineate da centri di ricerca e analisi statistica internazionali, oltre che da testate specializzate, con un duplice obiettivo: aiutare le aziende del settore a orientare le proprie strategie e offrire ai consumatori nuovi strumenti per un rapporto più consapevole con ciò che mangiano.

Il primo grande cambiamento riguarda l’approccio complessivo al cibo. Dopo anni segnati dalla corsa alla “massimizzazione” – proteine, fibre, singoli nutrienti elevati a protagonisti assoluti – si torna a parlare di equilibrio. La salute resta centrale, ma senza fissazioni su un unico macronutriente. Al centro della dieta torna la varietà: più ingredienti, più micronutrienti, più combinazioni. È nell’insieme, non nel dettaglio isolato, che si costruisce un’alimentazione davvero bilanciata.

Un secondo filone guarda al passato, in quello che viene definito un processo di “rejuvenation”. Non è nostalgia né un’operazione di stile: il recupero di tecniche antiche, ricette storiche e ingredienti dimenticati risponde a una scelta razionale. L’esperienza accumulata nel tempo dimostra che molte di queste pratiche funzionano ancora, soprattutto in un contesto instabile e in continua trasformazione. È così che fermentazioni, conserve, zuppe a lunga cottura e brodi tornano a essere strumenti concreti di cucina, non esercizi estetici. Anche il riuso degli scarti rientra in questa logica, trasformandosi in nuove preparazioni che uniscono sostenibilità e sapere tradizionale.

Nel 2026 acquisterà centralità anche la dimensione sensoriale del cibo. Mangiare è un’esperienza totale che coinvolge tutti i sensi: il gusto, certo, ma anche la vista, con forme e colori; l’olfatto, attraverso i profumi; l’udito, dal sfrigolio in padella alla croccantezza al morso; e infine il tatto, perché anche le mani partecipano all’esperienza. Non si tratta di una novità assoluta, quanto di una nuova interpretazione: la multisensorialità non è una moda, ma un elemento di benessere e inclusione. In questo senso, il cibo assume sempre più una funzione quasi terapeutica, una forma evoluta di comfort quotidiano.

Sul piano creativo, il nuovo anno porterà sperimentazioni mirate sugli abbinamenti di gusto. Prenderà spazio l’incontro tra note fruttate e piccanti, il cosiddetto “fricy”, che caratterizzerà piatti di ispirazione asiatica e cocktail. Continuerà l’interesse per le spezie mediorientali, come za’atar, sommacco e harissa, così come per ingredienti vegetali ricchi di umami, dai funghi ai legumi. Parallelamente, si rafforzerà l’attenzione verso le cucine etniche autentiche, affrontate con maggiore rispetto delle tradizioni originarie.

Dall’estero arriva anche la tendenza della “snackification”, ovvero la riduzione delle porzioni. Pasti più piccoli, visivamente più curati e psicologicamente più appaganti, che consentono di assaggiare più cose senza eccessi. È però un fenomeno che nasce anche da dinamiche meno virtuose, come l’uso sempre più diffuso di farmaci che incidono sul senso di appetito, con effetti ambigui sul rapporto con il cibo.

Tra i segnali più evidenti dei food trend 2026 spicca infine l’“anti-algorithm food”. Cresce la stanchezza verso ricette pensate solo per funzionare sui social, calibrate su like e reazioni. Si afferma invece una richiesta di autenticità: meglio un piatto imperfetto ma vero, che una composizione impeccabile e senz’anima. Dopo anni di estetica patinata, torna il desiderio di un cibo più reale, meno costruito per il pubblico virtuale.

In definitiva, il 2026 non chiede di diventare chef migliori, ma consumatori più consapevoli. Non promette rivoluzioni, bensì continuità. E forse è proprio questo il messaggio più interessante: il cibo non vuole trasformare la nostra vita, ma accompagnarla giorno dopo giorno, soprattutto quando l’entusiasmo dei buoni propositi comincia inevitabilmente a calare.