Food

Certificazione, filiere e sostenibilità: le tre leve che reggono il food italiano

02
Gennaio 2026
Di Ilaria Donatio

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Nel cuore della Dop economy italiana c’è un attore che da oltre trent’anni accompagna filiere, territori e imprese nella costruzione della fiducia: CSQA, organismo di certificazione a controllo pubblico che oggi rappresenta uno dei pilastri più solidi del sistema agroalimentare nazionale. A guidarlo è Maria Chiara Ferrarese, direttore generale e amministratore delegato, che parte da un dato che definisce “genetico”: la presenza, come socio di maggioranza, di un’amministrazione pubblica. Un elemento che imprime alla società una missione precisa: valorizzare prodotti e produttori che rappresentano il made in Italy e i territori da cui nascono.

Ferrarese ricorda che CSQA è nato quando «nessuno certificava i prodotti agroalimentari» e quando l’idea stessa di qualità, nel food, era considerata quasi superflua. Puntare sulla certificazione, rinunciando alla consulenza, fu una scommessa allora visionaria dell’attuale Presidente Pietro Bonato e oggi decisiva: «Essere un player di sistema significa assumersi una grande responsabilità. Il mondo si aspetta da noi non solo garanzia di conformità, ma capacità di innovare, anticipare, migliorare». Un approccio che ha reso CSQA un interlocutore percepito come competente, indipendente e capace di operare come infrastruttura del settore.

Quando si parla di Dop e Igp, l’Italia resta un gigante: il Rapporto ISMEA – Qualivita riporta quasi 900 prodotti registrati, 21 miliardi di valore alla produzione e circa 900 mila occupati coinvolti nelle filiere. «Le Indicazioni Geografiche non sono un marchio: sono un modello economico e al contempo una fotografia esportabile del nostro Paese», osserva Ferrarese, sottolineando come il loro peso – il 19 per cento del valore totale della produzione agroalimentare – generi ricadute dirette su territori, comunità, occupazione e turismo. E soprattutto un vantaggio strategico: «Le IG non possono essere delocalizzate. Il valore rimane nei luoghi da cui nascono». 

A garantire questo sistema c’è una macchina complessa, che Ferrarese definisce «un vero e proprio sistema di garanzia, non solo di controllo». Una piramide che coinvolge operatori, organismi di certificazione delegati dal Masaf, ICQRF: «Un sistema basato su regole di imparzialità, terzietà, competenza e trasparenza. Un sistema di garanzie che deve assicurare la veridicità della promessa fatta al consumatore». È questa infrastruttura tecnico-istituzionale a rendere credibili le IG sui mercati globali.

E proprio nei mercati globali la domanda di garanzie cresce. Per il consumatore contano origine, sicurezza, caratteristiche che parlano di valori: «Dal non OGM al senza lattosio, dal benessere animale ai residui sotto soglia: i claim volontari orientano scelte e rassicurano». La GDO, invece, si concentra in via prioritaria sulle certificazioni igienico-sanitarie – BRCGS, IFS, GlobalG.A.P. – diventate di fatto un passaggio obbligato. «La distribuzione, in ottica due diligence, vuole abbattere il rischio di incidenti: è lì che si gioca gran parte della competitività internazionale».

Se la tutela della filiera è oggi indicata come la “prossima frontiera”, Ferrarese ribalta la prospettiva: non è il futuro, è già storia. «Un prodotto non è quello che esce dallo stabilimento: è il risultato di tutto ciò che avviene prima». Già negli Anni ’90 CSQA parlava di “filiere controllate”: la supply chain, osserva, è «la spina dorsale» su cui si innestano sicurezza, lavoro, ambiente.

Quando la conversazione si sposta sulla sostenibilità, tasto cruciale dell’agroalimentare contemporaneo, Ferrarese non nasconde la complessità: «Non esiste uno standard unico che dica cosa è sostenibile e cosa no. Il rischio è rincorrere richieste diverse, disperdendo risorse e creando confusione». Il pericolo maggiore resta il “washing”, non solo green: l’uso disinvolto di claim rischia di minare credibilità e mercato. Da qui l’importanza della Direttiva europea contro il greenwashing e della necessità, per le imprese, di scelte strategiche: «Servono visione e coerenza. Non si può fare la collezione delle certificazioni».

La tecnologia, invece, è uno strumento abilitante. La digitalizzazione della tracciabilità è considerata essenziale per aumentare l’efficienza, gestire dati, migliorare i processi e rafforzare la trasparenza delle filiere. Sulla blockchain, invece, vale quanto riportato nei modelli tecnici ufficiali: la notarizzazione dei dati ha senso solo se inserita in un sistema di tracciabilità verificato; da sola non sostituisce la verifica di terza parte e non garantisce la veridicità delle informazioni.

La conclusione non può che riguardare le PMI, ossatura del food italiano. Molte si certificano già, ma sulla sostenibilità il passo è più lento: meno del 10/15 per cento delle certificazioni rilasciate da CSQA riguarda modelli di sostenibilità a 360 gradi. «Senza formazione è impossibile fare scelte corrette», afferma Ferrarese, indicando due fattori abilitanti: più competenze accessibili e un ruolo centrale delle associazioni nel supporto operativo. E poi una visione Paese: «Sul tema sostenibilità sarebbero essenziali una visione strategica e un approccio di sistema. Il rischio concreto, altrimenti, è che oggi ognuno vada per conto proprio mancando un obiettivo comune che guidi davvero le imprese».