Fill the gap

L’immigrazione non è la soluzione miracolosa al calo demografico. Con Gian Carlo Blangiardo

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Dicembre 2023
Di Marco Cossu

Lo scorso anno l’Italia ha toccato il livello più basso di nascite mai registrato, portando a una perdita di 1,3 milioni di residenti tra il 2014 e il 2022. Da oltre un decennio il nostro Paese colleziona record in negativo che nemmeno l’immigrazione riesce ad invertire. Per capire le cause della crisi demografica, le ripercussioni nel medio e lungo periodo e le soluzioni che possono essere messe in campo a sostegno della natalità abbiamo incontrato Gian Carlo Blangiardo, Professore emerito all’Università di Milano-Bicocca e già Presidente dell’Istat.

Cosa ci dicono i dati riguardo all’andamento demografico in Italia?
«I dati riguardanti l’andamento demografico in Italia indicano una fase di profonda crisi. Questo emerge dal saldo naturale, ossia dalla differenza tra nati e morti. La riduzione dei primi e la crescita dei secondi ha determinato un saldo naturale negativo che si è ampliato nel corso degli anni. Negli anni ’90, questo saldo era approssimativamente bilanciato, ma in seguito il deficit dovuto all’eccesso di mortalità si è accentuato. 

Nel 2022 abbiamo registrato 322 mila morti in più rispetto ai nati. D’altra parte questi ultimi sono in costante diminuzione dal 2008. I 393 mila nati dello scorso anno rappresentano il valore più basso mai registrato in Italia. Un record di minimo che è stato migliorato al ribasso ogni anno a partire dal 2013 e che ha dato un contributo determinante nel produrre la diminuzione della popolazione italiana registrata, anno dopo anno, dal 2014 al 2022. Di fatto in quell’intervallo di tempo si sono persi 1,3 milioni di residenti, quasi l’equivalente dell’intera popolazione della Sardegna».

La mia regione...
«Certo ma voi siete veramente al top per il ribasso. Siete una popolazione drammaticamente sotto il livello del ricambio generazionale. In Sardegna si arriva alla metà del ricambio con una media di un figlio per donna».

Dobbiamo considerare questo calo demografico come un elemento strutturale o una tendenza gestibile?
«Potremmo intervenire su alcuni elementi per mitigarne l’impatto, tentare di orientarlo in modo che diventi meno grave nel lungo periodo. Anche se non si avrà un beneficio immediato, potrebbero almeno esserci i primi segnali che indicano una possibile inversione di tendenza. Ad esempio potremmo attivare azioni che mirino a contrastare la diminuzione costante delle nascite e riequilibrare il saldo naturale. Inoltre, si potrebbe agire su una componente migratoria adeguata, e opportunamente governata, al fine di frenare la diminuzione della popolazione. Gestendo in modo appropriato e indirizzando queste leve potremmo ridurre al minimo i danni. 

Guardando alla storia, esistono eventi che hanno segnato dei cambiamenti significativi nell’andamento demografico?
«Limitiamoci alla natalità e partiamo dal secondo dopoguerra, allorché il primo rialzo della frequenza di nascite, dal 1946 al 1948, va messo in relazione con il recupero degli eventi rinviati in epoca bellica. Questo anche se, va detto, durante la seconda guerra mondiale il saldo naturale della popolazione italiana, diversamente da quanto accade in questi anni di pace, è sempre stato positivo. Le nascite hanno poi iniziato una stagione di continua crescita a partire dagli anni ’50, nella fase storica del così detto “miracolo economico”, raggiungendo il picco massimo di 1 milione e 35 mila nati nel 1964. Questo è stato l’apice del baby-boom, cui poi ha fatto seguito un continuo ridimensionamento della frequenza annua di nati. È stato un calo abbastanza moderato all’inizio che è poi diventato turbolento dalla metà degli anni ’70, al punto da portare il totale annuo di nati sotto le 600 mila unità nei primi anni ’80 e quindi a poco più di 500 mila sino alla fine del secolo.

Va comunque precisato che il crollo di nascite successivo al baby-boom è stato influenzato non solo da fattori economici, come la crisi petrolifera dei primi anni ‘70, ma anche da una serie di cambiamenti normativi che hanno segnato un’epoca. Leggi sul divorzio, sull’aborto, sull’uso di contraccettivi e le trasformazioni nel diritto di famiglia hanno portato a profonde modifiche nell’organizzazione della società e nello sviluppo delle famiglie. Queste trasformazioni hanno inciso direttamente sui comportamenti delle persone riguardo alla formazione e alla crescita dei nuclei familiari. 

La storia della natalità nel 21° secolo è quindi proseguita sul livello dei 550-600 nati annui, con una iniziale modesta ripresa , dovuta in parte al contributo dei ricongiungimenti familiari per la componente straniera, che ha portato al massimo di 577 nascite nell’anno 2008. Da allora è ripartito quel crollo intenso e costante che sta alla base dei recenti continui record di minimo, sino ai 393 mila nati del 2022.

Se dovessimo individuare le cause principali del calo demografico, dovremmo ricercarli nella dimensione economica, sociologica o biologica?
«Se confrontiamo l’attuale situazione con quella di alcuni decenni fa, è chiaro che il mondo di oggi è notevolmente diverso per le generazioni che stanno entrando nell’età della genitorialità, rispetto alle generazioni passate, dai loro padri ai loro i nonni. Le scelte, anche solo dal punto di vista riproduttivo, sono notevolmente diverse. Anche la struttura familiare ha subito notevoli cambiamenti.Alla base dei dati del nostro tempo io vedo quelle che chiamo le “tre C”, alle quali ne aggiungerei una quarta.

Partiamo dalla prima “C”: il costo dei figli. I figli richiedono un investimento non solo in termini finanziari, anche se l’aspetto economico può avere grande influenza, ma non è forse il fattore più rilevante. In molti casi, il costo è legato al tempo. I figli di oggi richiedono maggiore attenzione e investimento di risorse, rendendo più complesso seguire e garantire loro tutto ciò di cui hanno bisogno, non solo materialmente, ma anche dal punto di vista affettivo. 

La seconda “C” riguarda l’aspetto della cura, ovvero la disponibilità di strutture e condizioni che consentano ai genitori di andare avanti con la propria vita lavorativa, sapendo che i loro figli sono in mani sicure. Questo richiede asili nido e altre strutture di supporto, che dovrebbero essere accessibili da diversi punti di vista, inclusi i costi. Anche se ci sono i nonni, il loro coinvolgimento può essere limitato poiché spesso conducono una vita più indipendente rispetto al passato.

La terza “C” è la conciliazione, soprattutto per le donne, tra il percorso lavorativo, spesso dopo anni di impegnativa formazione, e la maternità. Molte donne hanno investito tempo e sforzi nella propria formazione e nella carriera, ma se non riescono a conciliare questi aspetti con la maternità, rischiano di sacrificare il ruolo di madri. Questa difficoltà può anche portare a spostamenti nel calendario della maternità che finiscono con lo scontrarsi con difficoltà di natura fisiologica. È evidente che se l’età in cui si decide di avere figli, quando lo si decide, è oltre i 30-35 o persino 40 anni possono insorgere alcuni problemi nel realizzare il progetto.

La quarta “C”, che vale la pena di aggiungere, è l’aspetto culturale. La nostra società deve capire che il suo futuro è in gioco e deve adottare un atteggiamento positivo nei confronti di coloro che creano le condizioni per un futuro sostenibile. Le famiglie con figli o più figli dovrebbero essere accolte con sostegno e non mal sopportate in taluni ambienti e circostanze. È un elemento cruciale che può contribuire a sostenere e rendere gratificanti le scelte riproduttive».

In termini macro, la riduzione dei nuovi nati combinata con l’aumento della longevità della popolazione può avere diversi effetti su una nazione, sia nel presente che in prospettiva?
«Nel breve periodo, la diminuzione delle nascite non ha che un impatto evidente su settori specifici come l’industria dei beni per l’infanzia o le politiche di assistenza sociale. Il problema principale sorge quando si considera il periodo medio-lungo. Nell’equilibrio di una società, diverse generazioni entrano in gioco, contribuiscono alla produzione economica e successivamente escono di scena. Gli equilibri sono definiti anche quantitativamente: ad esempio, se hai una popolazione di 35 milioni di individui compresi tra i 20 e i 64 anni, molti di loro contribuiranno a produrre le risorse che servono sia per la formazione delle nuove generazioni, sia per supportare la componente anziana in termini di previdenza e assistenza sanitaria.

Il problema sorge quando questa popolazione in età lavorativa si riduce drasticamente nel tempo. Ad esempio, se questi 35 milioni diventano 25 milioni a causa di una pregressa continua riduzione delle nascite, si avrà una capacità produttiva più limitata. Nel contempo, la domanda di servizi e assistenza per la componente anziana aumenta a causa dell’invecchiamento della popolazione che appartiene a generazioni formatesi in epoca di natalità più elevata.

Questo scenario porta a una squilibrio tra domanda e offerta: meno persone in età lavorativa per sostenere economicamente la società e più individui anziani che richiedono assistenza. Ciò può mettere a dura prova i sistemi previdenziali, sanitari e di welfare, causando problemi di sostenibilità nel lungo termine. Sebbene questi cambiamenti possano sembrare lontani nel futuro, è cruciale considerarli e agire in modo proattivo per affrontarli. Le decisioni prese oggi avranno un impatto significativo nel prossimi decenni, e una pianificazione è necessaria per mitigare gli effetti negativi di queste tendenze demografiche».

Quali misure si possono mettere e stiamo mettendo in campo per invertire la tendenza e favorire la natalità?
«L’Italia sta dimostrando una maggiore consapevolezza rispetto al passato, soprattutto a livello governativo. C’è una comprensione più approfondita della gravità della situazione rispetto a 30 anni fa, il che ha stimolato una maggiore attenzione e l’avvio di tentativi strutturali per affrontare il problema. Ad esempio, l’assegno universale, pur non essendo una somma considerevole, ha rappresentato un passo significativo, esteso a tutti i neonati senza distinzione di condizione professionale dei genitori. Questa generalizzazione di un contributo economico, con il sostegno delle autorità governative, è stato un passo importante nella giusta direzione.

Tali iniziative potrebbero essere perfezionate e ampliate ulteriormente, soprattutto dando specifico sostegno alla nascita del secondo figlio. È cruciale rivolgere interventi specifici per eliminare ostacoli nelle scelte familiari, focalizzando l’attenzione sul passaggio dal primo al secondo figlio. Attualmente, l’età media per la maternità al primo figlio è di 32 anni, e anche anticipare questo momento potrebbe essere un elemento chiave.

È comunque essenziale non limitare l’intervento alle fasi iniziali della genitorialità, ma continuare a offrire supporto strutturale anche nelle fasi successive. Coinvolgere le autorità locali, regioni, province e comuni è altrettanto importante. Sarebbe auspicabile un ruolo più attivo del privato sociale, delle imprese e dei loro imprenditori, potenziando il welfare aziendale e fornendo incentivi fiscali per favorire un ambiente lavorativo che supporti sia il lavoro sia la genitorialità. L’obiettivo è creare un contesto favorevole in cui le politiche governative e la collaborazione con enti locali, organizzazioni sociali e imprese possano promuovere la genitorialità e sostenere le famiglie».

Quali paesi sono riusciti a mettere in campo delle politiche capaci di invertire o contenere il calo demografico?
«Sono diversi. La Francia è spesso citata come esempio virtuoso di una buona gestione della problematica demografica, indipendentemente dal tipo di governo in carica. Il Paese ha implementato politiche fiscali come il quoziente familiare, considerando il reddito in relazione al numero di membri della famiglia in modo da attenuare la progressività delle imposte. Ha inoltre investito nelle strutture e nelle politiche di conciliazione famiglia-lavoro. Non a caso la Francia, con una popolazione quasi simile alla nostra, registra un numeri di nati che è quasi il doppio del nostro.

In altri paesi europei, come la Germania, politiche di sostegno economico alle famiglie hanno contribuito a rallentare il declino demografico e a far rialzare la natalità: dal 2008 al 2021 si sono avuti 115 mila nati in più grazie a un intenso sforzo sul piano del sostegno economico alle famiglie con figli. Anche nell’Europa orientale, Romania, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno visto un recupero demografico. L’Ungheria, ad esempio, ha focalizzato sull’assistenza alle nuove generazioni, fornendo supporto per l’acquisto di case, l’accesso a mutui e opportunità di lavoro, incoraggiando così la costruzione di progetti di vita indipendenti per le giovani coppie.

I paesi nordici, come Svezia, Norvegia e Danimarca, hanno adottato un modello legato al welfare pubblico e alla condivisione dei ruoli di genitori. Questi paesi si sono concentrati sui servizi di cura e sulla conciliazione famiglia-lavoro come strumenti principali. Anche se alcuni di questi paesi hanno mostrato segni di recupero demografico, nessuno ha ottenuto risultati miracolosi e la stessa Svezia ha avviato da qualche anno una tendenza chiaramente regressiva.

La società moderna, specialmente in Europa, ha una tendenza demografica che può essere mitigata, ma non completamente invertita. Ogni paese tenta di affrontare questa sfida con le proprie risorse, influenze culturali e condizioni ambientali».

La tendenza italiana sembra più rispecchiare altri paesi come il Giappone che sembra avere più attenzione per la terza età…
«L’attenzione alla terza età può essere interpretata da alcuni come una mossa politica. Vedo questa attenzione anche come un riflesso della realtà demografica in cui ci troviamo, specie considerando che l’Italia, come accade in Giappone, si sta confrontando con uno degli invecchiamenti più accentuati del mondo e c’è il rischio che questa tendenza continui. Guardando ai dati, oggi abbiamo 840mila ultranovantenni e nel 2070 ci aspettiamo che diventino 2.1 milioni, un incremento significativo. Ecco perché è importante fare attenzione non solo alla componente anziana ma anche al rinnovamento del capitale umano, sforzandoci di integrare l’assistenza agli anziani con l’investimento nelle generazioni più giovani.

Siamo in una fase in cui stiamo cercando di recuperare il terreno perduto. Forse avremmo dovuto muoverci prima. Sin dagli anni ’70 i demografi avevano fatto previsioni che si sono poi avverate. Nel 1980, ad esempio, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani ha pubblicato un Rapporto sulla popolazione in Italia, di matrice governativa la cui introduzione portava la firma dal presidente del consiglio di allora, Francesco Cossiga. In quel Rapporto erano presenti molti segnali di criticità che oggi vengono enfatizzati, ma a quel tempo non hanno avuto l’attenzione che meritavano.

Stiamo cercando di recuperare il terreno perso, anche se non siamo in un momento di grande disponibilità economica. Aggiungo che se riuscissimo a valorizzare l’esperienza degli anziani nel mondo del lavoro, trasmettendo competenze e conoscenze alle generazioni più giovani, si potrebbe compiere un altro passo significativo verso l’integrazione tra generazioni e il miglioramento complessivo della qualità della vita».

Poi c’è un altro capitolo, quello dell’immigrazione. Quanto incide l’immigrazione effettivamente sulla curva demografica?
«L’immigrazione ha giocato un ruolo significativo. Se si osserva l’evoluzione demografica, dal censimento del 1981 con 211mila residenti stranieri fino ai dati più recenti del 31 dicembre 2022, con circa 5.1 milioni residenti stranieri (ai quali vanno aggiunti 1.6 milioni di italiani precedentemente stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana), si può dire che siamo arrivati a un totale di quasi 7 milioni di persone. Questo dimostra chiaramente che l’Italia è stata ed è tuttora un paese accogliente.

Tuttavia, è essenziale considerare che l’immigrazione non rappresenta la soluzione miracolosa. Se si analizza il tasso di natalità degli stranieri, che nel 2004 era del 23,5 nati per ogni 1000 abitanti, si vede come esso sia sceso a 11 per 1000 nel 2022, mentre quello degli italiani è sceso dal 9 al 6 per mille. Questa convergenza indica che la componente straniera sta seguendo il modello demografico prevalente in Italia. 

Le proiezioni demografiche indicano una perdita di 10 milioni di persone in età lavorativa nei prossimi 40 anni. Se si volesse compensare questa diminuzione con l’immigrazione, sarebbe necessario integrare ogni anno un apporto netto di 531mila immigrati netti. 

Gestire e integrare una tale dimensione di persone richiederebbe un impegno notevole: dare alloggio, lavoro, educazione ai figli, assistenza sanitaria e corsi per imparare la lingua italiana. Non siamo in grado di gestire in modo razionale un flusso così consistente di immigrati. L’immigrazione può attenuare la diminuzione della forza lavoro, ma non risolve integralmente il problema.

In tal senso il discorso sulle pensioni è un classico. Si sente spesso dire che gli stranieri “ci pagano le pensioni”, ma la realtà è un’altra. È vero, versano contributi, è una questione di cassa. Lo straniero quarantenne che lavora oggi non riceve ancora la pensione, versa quei contributi che finiscono per pagare la nostra pensione. Ma quando il nostro quarantenne sarà pronto per la pensione, andrà all’INPS e dirà: “ho versato questi soldi, ora pagami la pensione”. Quindi, in termini di equilibrio di bilancio, non è affatto un regalo; è un versamento che in quel momento riequilibra i fondi dell’INPS, ma non è un atto di beneficenza attribuibile all’immigrazione. Il contributo è reale, ma va interpretato nel giusto contesto. Spesso, nei discorsi e nei dibattiti, si manipolano dati e statistiche per ottenere il risultato desiderato. Secondo me, è importante affrontare le questioni per come realmente sono e lasciare da parte posizioni personali e ideologiche».