Fill the gap

Festa della Mamma 2026: il costo economico del gender gap

08
Maggio 2026
Di Elisa Tortorolo

Alla vigilia della Festa della mamma 2026 i numeri della realtà industriale e sociale del Paese raccontano una storia diversa da fiori e cioccolatini: in Italia, diventare madre resta una variabile critica per la stabilità professionale. L’undicesima edizione del rapporto “Le Equilibriste” di Save the Children pubblicato in questi giorni fotografa un sistema dove il costo della genitorialità ricade ancora in modo asimmetrico sulle donne, trasformandosi in un freno strutturale per l’intero sistema Paese. Nonostante le strategie di supporto annunciate, l’edizione 2026 del Mothers’ Index registra un peggioramento delle condizioni lavorative per le madri, segnando un arretramento che attraversa l’intera penisola e colpisce con forza anche le generazioni più giovani.

Il bilancio demografico del 2025 si è chiuso con circa 355mila nascite, segnando un’ulteriore flessione del 3,9% rispetto all’anno precedente e portando il tasso di fecondità a 1,14 figli per donna, una cifra distante non solo dalla soglia di stabilità demografica, ma anche dalla media europea. Questa contrazione appare strettamente legata alla percezione delle prospettive economiche, dato che quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni indica l’assenza di condizioni lavorative adeguate come il principale ostacolo alla genitorialità. Il risultato è un progressivo innalzamento dell’età media al parto, ormai attestata a 32,7 anni, con le madri under 30 che rappresentano ormai una minoranza esigua del totale.

Sul fronte occupazionale, il mercato del lavoro italiano continua a mostrare una dinamica divergente tra i generi. Se per gli uomini la paternità agisce statisticamente come un acceleratore, portando il tasso di occupazione al 92,8%, per le donne avviene l’esatto contrario. Il tasso di occupazione scende infatti dal 68,7% delle donne senza figli al 63,2% delle madri con figli minorenni, toccando il punto più basso del 58,2% per chi ha bambini in età prescolare. Questa asimmetria è alimentata dalla cosiddetta child penalty, una penalizzazione che nel settore privato raggiunge il 33% e che si traduce in una contrazione salariale fino al 30%. In questo contesto, il 25% delle madri under 35 esce dal mercato del lavoro entro l’anno di nascita del primo figlio, a testimonianza di una fragilità che colpisce soprattutto le carriere meno consolidate.

Il Mothers’ Index 2026 evidenzia come la dimensione “Lavoro” sia quella in maggiore sofferenza, con un calo di quasi dieci punti rispetto all’anno precedente causato dall’aumento della precarietà e delle dimissioni volontarie tra le madri con figli piccoli. Le disparità territoriali rimangono un nodo irrisolto: se al Nord e al Centro l’occupazione delle madri si mantiene sopra il 71%, nel Mezzogiorno la quota crolla drasticamente al 45,7%. Anche regioni storicamente stabili come la Valle d’Aosta e il Piemonte hanno registrato arretramenti significativi, confermando che la difficoltà di restare nel mercato del lavoro è ormai un fenomeno diffuso indipendentemente dalle geografie.

Insomma, i dati del 2026 confermano che la questione della maternità non è risolvibile esclusivamente tramite incentivi una tantum, ma richiede una trasformazione strutturale della rete dei servizi e della cultura organizzativa. La crescita delle uscite dal mercato del lavoro indica che, senza un potenziamento dell’offerta di welfare e una diversa distribuzione dei carichi di cura, il talento delle madri rimarrà la risorsa più sottoutilizzata dell’economia italiana, pregiudicando la produttività e la sostenibilità del debito pubblico nel lungo periodo.