Esteri
Stati Uniti fuori da Unfccc e Ipcc: l’Onu parla di «autogol»
Di Lorenzo Berna
La decisione del presidente statunitense Donald Trump di avviare il ritiro degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) ha riaperto una frattura netta tra Washington e il fronte del multilateralismo climatico. Secondo la Casa Bianca, la scelta rientra in un disimpegno più ampio: un memorandum presidenziale dispone lo stop a partecipazione e finanziamenti per 66 organismi internazionali giudicati «contrari» a interessi, sicurezza e sovranità degli Usa.
Durissima la reazione del segretario esecutivo Unfccc Simon Stiell, che ha definito il passo indietro un «colossale autogol», sostenendo che finirà per danneggiare economia, lavoro e tenore di vita negli Stati Uniti, proprio mentre eventi estremi e costi assicurativi aumentano. Nella stessa giornata Reuters ha riportato anche l’uscita americana dall’Ipcc e lo stop immediato al principale meccanismo di finanza climatica legato alla Convenzione, il Green Climate Fund.
Da Bruxelles, il commissario Ue per il Clima Wopke Hoekstra ha parlato di decisione «deplorevole e infelice», ricordando che gli Stati Uniti sono «la più grande economia mondiale» e il secondo Paese per emissioni: per l’Unione, l’Unfccc resta l’architrave che «unisce i Paesi» su taglio delle emissioni, adattamento e monitoraggio dei progressi.
Sul piano politico, l’amministrazione motiva la mossa come una difesa della «sovranità» contro organismi accusati di promuovere «governance globale», politiche climatiche considerate radicali e programmi ideologici. In questa cornice, oltre al capitolo clima, Washington ha incluso anche agenzie e iniziative Onu su parità di genere e sviluppo: tra le uscite citate dai media internazionali figurano, tra le altre, il Fondo Onu per la popolazione e ulteriori strutture legate alle Nazioni Unite.
Nel merito, l’Unfccc (adottata a Rio nel 1992) è il quadro giuridico dentro cui sono stati costruiti il Protocollo di Kyoto e, soprattutto, gli Accordi di Parigi del 2015: uscirne significa colpire il “contenitore” che rende possibile la cooperazione climatica globale, dalla trasparenza sugli impegni ai canali di supporto finanziario ai Paesi più vulnerabili. Ed è proprio questo, secondo critici e osservatori, il punto più sensibile: non solo una scelta simbolica, ma un segnale di disallineamento strutturale rispetto al consenso internazionale maturato negli ultimi anni.





