Esteri

Sereni: «Il Mediterraneo un’opportunità, non solo una minaccia»

14
Giugno 2022
Di Flavia Iannilli

L’onda d’urto dell’aumento dei prezzi relativi ai beni alimentari, conseguenza del conflitto in Ucraina, investe non solo Tunisia e Libia, ma si propaga anche verso Libano e Iraq. Una situazione che impatta sulla stabilità e la sicurezza nel Mediterraneo, obiettivi di alta priorità per la politica estera italiana.

La centralità, non solo geografica, del nostro paese ci costringe a fungere da cèntina nel rapporto tra Unione europea e i partner della regione. Nel delineare la Nuova Agenda per il Mediterraneo dell’Ue l’Italia ha contribuito a porre il focus sui “beni comuni mediterranei”, risorse che attraggono investimenti e creano ricchezza come le fonti energetiche, la transizione verde, l’economia blu, la gestione dei flussi migratori. E sempre l’Italia ha voluto guardare il bicchiere mezzo pieno puntando al Mediterraneo come un luogo di opportunità di cooperazione e non solo di minacce, frammentazioni e instabilità.

Il rischio in cui si incorre è quello di gestire la crisi solo guardando al confronto con la Russia. Per evitare di pagare lo scotto della precarietà economica geopolitica è necessario affrontare le conseguenze del conflitto russo-ucraino sulla regione mediterranea.

Nonostante NATO e Unione abbiano reagito in maniera compatta sul fronte dei paesi dell’Europa orientale, mettendo in campo misure e iniziative, secondo Marina Sereni, viceministra degli esteri audita oggi nella commissione di competenza alla Camera, è necessario «mantenere un approccio strategico a 360 gradi, senza distogliere attenzione e risorse da altri quadranti fondamentali per la nostra pace e prosperità. L’Italia è chiamata a compiere uno sforzo importante per mantenere alta l’attenzione sul Mediterraneo». E questo lo può fare agendo su entrambe le frazioni: evidenziando la sicurezza collettiva in sede NATO e promuovendo lo sviluppo con il “vicinato Sud” in sede europea.

Il perimetro del pericolo non è di facile delimitazione e la presenza della Russia in Libia e in Siria, oltre alla sua crescente penetrazione nel Sahel, non sono fattori che infondono serenità. A questo si aggiungono lo stallo alla messicana che vige nel processo di pace israelo-palestinese e il Libano con la sua grave crisi energetica ed economica. Se è vero che da una parte i legami consolidati con Mosca creano uno squilibrio notevole dei piatti della bilancia, dall’altra ci sono le valutazioni a livello politico-strategico delle posizioni occidentali che spesso non risultano coerenti rispetto agli altri conflitti attualmente in corso.

A fornire un esempio dell’insostenibilità della situazione odierna è la nuova ondata di violenza in Israele, dove si sono registrati sia una ripresa degli attentati terroristici in diverse città sia scontri a Gerusalemme est e in Cisgiordania tra le “forze” dei due fronti. La preoccupazione è dovuta alla cresciuta tensione attorno ai luoghi sacri di Gerusalemme, aree che non hanno bisogno di una miccia per accendere il conflitto. Per questo il premier Draghi, in missione sul territorio ieri e oggi, spinge a voler veicolare una risoluzione a due Stati che sia giusta, sostenibile e negoziata tra le parti in causa in maniera diretta. Il ruolo dell’Italia non si ferma qui perché «a Bruxelles si sta adoperando al fine di spingere l’Unione europea a recuperare un ruolo più attivo ed efficace per un rilancio del processo di pace» specifica Sereni. La guerra in Ucraina rende tale processo ancora più difficile a causa dell’isolamento russi dai contesti internazionali in cui si discute la questione. Situazione che si insinua facilmente nelle tensioni in Israele e nei territori palestinesi.

Tiene alta l’attenzione anche la situazione in Libia, la cui stabilizzazione rimane una priorità della politica estera italiana. La mutazione dello scenario internazionale e la presenza di gruppi armati riconducibili a Mosca rendono urgente il superamento dello stallo politico-istituzionale. Sperando che la situazione in Libia non si fonda con le crisi in Maghreb e nel Sahel, la Sereni ha spiegato che l’Italia, insieme ai partner europei, sta cercando di «condurre un’azione di sensibilizzazione che spinga le parti libiche a superare l’attuale polarizzazione politica, garantendo lo svolgimento in tempi brevi di elezioni libere, eque e trasparenti».

Nel frattempo la Farnesina segue attentamente le condizioni della Tunisia, che sente il peso delle ripercussioni sui canali di approvvigionamento energetici e alimentari, oltre a dover fronteggiare una grave crisi politica che rischia di compromettere i progressi ottenuti dalla democrazia tunisina. La paura è che crescano le tensioni sociali per l’incremento dei prezzi del grano che porterebbero difficoltà nell’erogazioni di servizi essenziali. L’impatto della crisi arriva anche in Libano che soffre già di una decadenza economica, umanitaria e politica incrementata dal Covid. Nonostante le elezioni del 15 maggio, la strada che porta al risanamento istituzionale ed economico è lunga. L’allerta della Farnesina fa riferimento allo sforzo che dovranno fare le forze politiche nazionali che dovranno formare un governo che sia in grado di attuare le riforme necessarie per evitare un tracollo che affonderebbe la regione.

A giocare un ruolo centrale nello scacchiere del Mediterraneo è il negoziato per il ripristino dell’accordo sul nucleare iraniano. Secondo la Sereni il Jcopa (Joint Comprehensive Plan of Action) potrebbe rappresentare un efficace esempio di multilateralismo, portando con sé la sicurezza internazionale e regionale. I colloqui di Vienna prendono la forma di opportunità importanti, portando benefici all’Iran in termini di reintegrazione nel sistema internazionale, politici ed economici. Un passo avanti rispetto alle situazioni statiche attualmente in corso.

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