Esteri
Midterm USA, Trump al voto tra crisi interne e sfide globali
Di Paolo Bozzacchi
Una settimana per decidere non soltanto il futuro del Congresso americano, ma anche gli equilibri della politica internazionale. Il 3 novembre gli Stati Uniti torneranno alle urne per le elezioni di metà mandato, chiamate a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Un appuntamento che arriva in una fase delicata per Donald Trump, alle prese con il rallentamento della fiducia degli americani nell’economia, le conseguenze della guerra con l’Iran e un quadro geopolitico in rapida trasformazione. A rendere ancora più significativo il voto sono i risultati delle elezioni appena concluse in Brasile e Serbia e quelle in programma oggi in Israele, tre passaggi destinati a incidere sui rapporti di Washington con America Latina, Europa e Medio Oriente.
I repubblicani controllano attualmente entrambe le camere del Congresso, ma i margini sono ristretti. Alla Camera sono sufficienti pochi collegi per modificare gli equilibri parlamentari, mentre al Senato i democratici devono conquistare quattro seggi aggiuntivi per raggiungere la maggioranza. La distinzione è decisiva: anche qualora i repubblicani perdessero una o entrambe le camere, Trump manterrebbe la presidenza fino al gennaio 2029, ma potrebbe ritrovarsi con un Congresso meno disponibile ad approvare le sue iniziative legislative e più determinato a esercitare poteri di controllo sull’amministrazione.
Il clima politico non appare favorevole alla Casa Bianca. Secondo l’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos, concluso il 26 ottobre, il gradimento di Trump si attesta al 32%, mentre nelle intenzioni di voto per il Congresso i democratici raccolgono il 47% contro il 36% dei repubblicani tra gli elettori registrati. Il divario si riduce a nove punti considerando l’orientamento degli indecisi. Numeri che restituiscono un vantaggio nazionale democratico, ma che non possono essere tradotti automaticamente in seggi: il sistema americano premia la distribuzione territoriale del consenso e rende determinanti anche oscillazioni limitate in singoli collegi.
Come osserva Reuters nelle sue analisi preelettorali, la geografia politica resta fondamentale. Alla Camera soltanto una quarantina di collegi presenta una competizione sufficientemente aperta da risultare decisiva per gli equilibri complessivi, mentre al Senato il confronto si concentra soprattutto in un gruppo ristretto di Stati.
Il Maine rappresenta una delle sfide più interessanti. La repubblicana Susan Collins difende il proprio seggio in uno Stato che nel 2024 ha votato per la candidata democratica alle presidenziali. In North Carolina, invece, il confronto vede protagonisti l’ex governatore democratico Roy Cooper e il repubblicano Michael Whatley. Due competizioni nelle quali il risultato potrebbe dipendere dalla capacità dei candidati di intercettare elettori moderati e indipendenti.
Particolarmente significativa è anche la sfida in Ohio, dove l’ex senatore democratico Sherrod Brown tenta di riconquistare un seggio contro il repubblicano Jon Husted. È uno Stato che permette di misurare il peso delle promesse di rilancio manifatturiero, della protezione commerciale e della condizione economica delle famiglie operaie.
Michigan e Georgia presentano un’altra dinamica: qui sono i democratici a dover difendere posizioni importanti. Nel primo caso il confronto tra Abdul El-Sayed e Mike Rogers si svolge in uno dei principali centri dell’industria automobilistica americana, dove dazi, transizione tecnologica e competitività produttiva incidono direttamente sull’occupazione. In Georgia, invece, il senatore democratico Jon Ossoff deve confrontarsi con il repubblicano Mike Collins in uno Stato che continua a riflettere le trasformazioni demografiche e politiche del Sud.
Anche Texas e Alaska meritano attenzione. Il Texas rappresenta un osservatorio privilegiato sui rapporti tra energia, immigrazione e politica industriale; l’Alaska aggiunge al confronto le questioni legate alle risorse naturali, alla sicurezza e all’importanza strategica dell’Artico.
Ma più dei singoli candidati, a orientare la campagna è una questione che attraversa quasi tutti gli Stati: il costo della vita. Il sondaggio Reuters/Ipsos indica che il 73% degli americani ritiene che la situazione stia evolvendo nella direzione sbagliata. Un’altra rilevazione ABC News-Washington Post-Ipsos, diffusa il 20 ottobre, assegna ai democratici un vantaggio nella fiducia degli intervistati sulla gestione dell’economia e soprattutto del potere d’acquisto.
È un dato particolarmente delicato per Trump, che ha costruito una parte centrale della propria offerta politica sulla promessa di proteggere i lavoratori americani, rilanciare la manifattura e rafforzare la capacità economica degli Stati Uniti.
Dazi e protezionismo, tuttavia, sono diventati anche terreno di scontro sugli effetti per i consumatori. Se da una parte l’amministrazione rivendica la difesa delle imprese nazionali dalla concorrenza estera, dall’altra i democratici contestano l’aumento dei costi di importazione e le ricadute sui prezzi finali.
Il tema si intreccia con quello energetico. La guerra con l’Iran ha contribuito ad alimentare tensioni sui mercati petroliferi e preoccupazioni per il prezzo della benzina. Reuters ha evidenziato come l’aumento dei costi energetici abbia trasformato un dossier di politica estera in una questione di politica interna, con conseguenze dirette sul giudizio degli elettori.
Immigrazione e sicurezza restano invece argomenti sui quali i repubblicani cercano di mobilitare la propria base, rivendicando il rafforzamento dei controlli alle frontiere e una linea più restrittiva sugli ingressi irregolari. I democratici insistono sulle garanzie costituzionali e sulle conseguenze sociali dei provvedimenti dell’amministrazione.
Il Financial Times, nelle sue analisi sul clima economico americano, ha posto particolare attenzione alla distanza tra gli indicatori macroeconomici e la percezione concreta delle famiglie. È proprio questa frattura, tra risultati rivendicati dalla politica e condizioni economiche vissute dagli elettori, a costituire uno degli elementi centrali della competizione.
Le elezioni del 3 novembre arrivano però anche dopo due risultati internazionali che modificano il quadro nel quale la Casa Bianca dovrà operare.
In Brasile, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato il 25 ottobre un quarto mandato, sconfiggendo al ballottaggio Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Una vittoria arrivata contro le aspettative di parte dei mercati finanziari e che ha provocato una brusca reazione della Borsa brasiliana e del real.
Il risultato assume un significato geopolitico evidente. La permanenza di Lula priva Trump della possibilità di rafforzare il rapporto con un governo brasiliano politicamente più vicino alla sua amministrazione. Il presidente americano ha contestato pubblicamente le modalità del voto, senza presentare prove di irregolarità, mentre il Partito Liberale brasiliano ha riconosciuto i risultati ufficiali.
Il Brasile resterà quindi guidato da un presidente impegnato a preservare una politica estera autonoma, mantenendo relazioni con Washington ma anche con Pechino e con gli altri partner dei BRICS. Per gli Stati Uniti significa dover negoziare con un interlocutore che non condivide necessariamente le priorità americane su commercio, sicurezza e organizzazione degli equilibri globali.
La vittoria di Lula non comporta automaticamente un deterioramento delle relazioni bilaterali, ma rafforza l’importanza di una diplomazia pragmatica. Brasile e Stati Uniti conservano infatti interessi comuni negli investimenti, nell’energia, nell’agricoltura e nella sicurezza regionale. Il punto di attrito potrebbe riguardare soprattutto la competizione con la Cina e il tentativo di Washington di limitare l’influenza di Pechino in America Latina.
Un altro risultato destinato ad avere conseguenze diplomatiche arriva dalla Serbia, dove il 25 ottobre Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta del proprio schieramento nelle elezioni parlamentari anticipate, vinte dal movimento sostenuto dagli studenti. Con quasi il 99% dei voti scrutinati, la lista studentesca aveva raggiunto il 52,7%, conquistando una maggioranza parlamentare autonoma.
Il voto segna una discontinuità nella politica serba dopo anni di predominio di Vučić e apre interrogativi sull’orientamento internazionale di Belgrado. Il nuovo quadro potrebbe favorire un riavvicinamento alle istituzioni europee e una revisione dei rapporti con Mosca, anche se le scelte del futuro governo restano da definire.
Per Washington, la Serbia rappresenta un Paese strategico nell’equilibrio dei Balcani occidentali. La questione del Kosovo, l’influenza russa, gli investimenti cinesi e la sicurezza regionale costituiscono dossier sui quali gli Stati Uniti mantengono un interesse diretto.
Reuters ha sottolineato come la sconfitta di Vučić sia stata accolta con preoccupazione a Mosca, che perde un interlocutore importante in un’area dove continua a esercitare influenza politica ed energetica. Per la Casa Bianca il cambiamento potrebbe aprire nuovi spazi diplomatici, ma anche richiedere una gestione più attenta della transizione politica serba. Un eventuale orientamento maggiormente europeista di Belgrado non significherebbe automaticamente un allineamento a tutte le posizioni americane, soprattutto sul Kosovo.
Il terzo appuntamento è quello israeliano. Oggi, 27 ottobre, gli elettori sono chiamati a rinnovare la Knesset e a decidere indirettamente il futuro politico di Benjamin Netanyahu, dopo una legislatura segnata dalla guerra a Gaza, dallo scontro con l’Iran e dalle profonde divisioni interne alla società israeliana.
Gli ultimi sondaggi indicano una competizione aperta e possibili difficoltà nella formazione di una maggioranza parlamentare. In Israele, infatti, la questione decisiva non è soltanto quale partito ottenga più voti, ma quale leader riesca a costruire una coalizione di almeno 61 deputati sui 120 della Knesset.
Una riconferma di Netanyahu potrebbe favorire una maggiore continuità nei rapporti con l’amministrazione Trump, soprattutto sulla sicurezza regionale, sul contenimento dell’Iran e sull’impostazione delle relazioni con i Paesi arabi. Resterebbero comunque possibili divergenze sui tempi e sulle modalità di gestione dei conflitti e sul futuro dei territori palestinesi.
Un cambio di governo a Gerusalemme, invece, potrebbe modificare il linguaggio diplomatico e le priorità negoziali di Israele, aprendo nuove possibilità nei rapporti con gli Stati Uniti e con alcuni partner europei. Non significherebbe necessariamente un cambiamento radicale delle politiche di sicurezza: su Iran, ostaggi e minacce regionali esistono orientamenti condivisi da una parte significativa dello schieramento politico israeliano.
La vera differenza potrebbe emergere nella gestione della questione palestinese, nei rapporti con l’Autorità nazionale palestinese e nel peso attribuito alla diplomazia rispetto all’azione militare. Molto dipenderà, tuttavia, dalla composizione dell’eventuale nuova coalizione.
Per Trump, il risultato israeliano arriverà a pochi giorni dal voto americano e potrebbe incidere anche sulla narrazione politica della Casa Bianca. Una riconferma di Netanyahu consoliderebbe una relazione personale e politica già strutturata; un’alternanza imporrebbe invece all’amministrazione di costruire un nuovo equilibrio con uno degli alleati strategici più importanti degli Stati Uniti.
Il paradosso è che i tre appuntamenti internazionali consegnano a Washington scenari differenti. In Brasile viene confermata una leadership politicamente distante da Trump, in Serbia si apre una fase di cambiamento dopo la sconfitta di un interlocutore consolidato, mentre in Israele resta da chiarire se prevarrà la continuità o l’alternanza.
È in questo contesto che gli americani decideranno la composizione del prossimo Congresso.
Un’eventuale maggioranza democratica alla Camera potrebbe rafforzare il controllo parlamentare sull’amministrazione e rendere più difficili nuove iniziative legislative, soprattutto in materia fiscale e di spesa pubblica. Se i democratici conquistassero anche il Senato, cambierebbero inoltre gli equilibri sulle nomine presidenziali e sulle autorizzazioni di bilancio. La conduzione della politica estera rimarrebbe comunque in larga misura nelle mani del presidente, che conserva poteri significativi in materia diplomatica, commerciale e militare.
Al contrario, la permanenza di entrambe le camere sotto controllo repubblicano garantirebbe alla Casa Bianca una maggiore continuità parlamentare, pur senza eliminare le possibili divisioni interne al partito.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, il voto del 3 novembre interessa direttamente la politica dei dazi, i rapporti con la NATO, il sostegno all’Ucraina e la sicurezza energetica. Un Congresso politicamente diverso potrebbe diventare un interlocutore più autonomo rispetto alla Casa Bianca, ma non cancellerebbe le trasformazioni già avvenute nella politica estera americana.
Le elezioni di metà mandato, tradizionalmente considerate un referendum politico sul presidente in carica, assumono dunque questa volta una dimensione più ampia. Non decideranno soltanto quanto potere legislativo resterà a Donald Trump nei prossimi due anni, ma anche il margine di manovra della sua amministrazione in un mondo nel quale Brasile, Serbia e Israele stanno ridefinendo, ciascuno a modo proprio, i propri equilibri politici.
Il 3 novembre gli americani voteranno soprattutto pensando al prezzo della benzina, al costo delle abitazioni, al lavoro e alla sicurezza. Ma dal risultato delle urne dipenderà anche la capacità di Washington di affrontare una fase internazionale nella quale alleanze, rapporti commerciali e leadership regionali sono sempre meno prevedibili. E proprio questa distanza tra le preoccupazioni quotidiane degli elettori e la portata globale delle loro scelte rende le midterm del 2026 un passaggio particolarmente significativo per la politica americana e per il resto del mondo.





