Esteri

Difesa comune europea, Gen. Graziano: «Bisogna creare una risposta comune, come per la pandemia»

29
Giugno 2022
Di Daniele Capezzone

L’analisi della situazione della difesa italiana, europea e internazionale articolata nel libro “Missione, dalla Guerra Fredda alla difesa europea”. L’intervista con l’autore il Generale Claudio Graziano che è stato presidente comitato militare dell’unione europea, capo di stato maggiore della difesa dell’esercito, ha guidato la missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) in Libano nonché la brigata multinazionale NATO a Kabul, oggi è presidente di Fincantieri.

Nel 1988 con il suo carattere la signora Tatcher disse, nel discorso di Bruges, “la difesa del nostro stile di vita dei nostri principi occidentali non deriva solo dalla bontà delle nostre idee, ma dalla forza della nostra difesa”. È così difficile per i nostri politici occidentali dire oggi una cosa del genere?
«È più difficile di sicuro rispetto allo spirito anglosassone. Nella mia lunga carriera sviluppatasi in un arco di 50 anni, dalla Guerra Fredda fino alle ultime battute quando siamo tornati a confrontarci con la Russia, la parola guerra è sempre stata rimossa e non soltanto in Italia ma in molti altri paesi. Questo ha creato una distanza tra il mondo militare e quello civile. Lo stesso parlare in continuazione di “dual use” nei programmi militari ha generato della confusione che si è risvegliata con il disastro di Kabul o con l’Ucraina. Il “dual use” può essere una cosa interessante, ma consapevoli che i sistemi d’arma devono assolvere un compito costituzionale ossia la difesa della patria, la difesa della sicurezza internazionale, che tante volte si declina con azioni che non vengono più chiamate guerra, ma che si sviluppano con sistemi e metodologie della guerra. Diverso è il concetto evoluto del “dual use” che è quello relativo alla sovranità tecnologica che sarà sempre più presente nel futuro. Lo sviluppo tecnologico, che una volta nasceva dalle esigenze militari, adesso si è spostato in ambito civile. Ad oggi è necessario parlare con chiarezza: l’invasione dell’Ucraina ha riportato in auge parole come guerra e nemico. Questo non vuol dire che qualcuno di noi vuole la guerra, ma non dobbiamo avere paura di parlarne».

Le immagini della fuga precipitosa delle forze occidentali dall’Afghanistan quanto hanno pesato sulla percezione del nemico? Sappiamo che era prevista la fine di quella missione, ma le modalità frettolose, secondo lei, come sono state viste da Mosca e Pechino?
«È stata seguita con molta attenzione. Un avvenimento che io ho sofferto in maniera particolare, per me l’Afghanistan ha rappresentato responsabilità e ordini dolorosi impartiti al mio personale. Sono convinto che siamo andati in Afghanistan a portare la democrazia e la libertà ad un popolo che soffriva e non a imporre le regole occidentali, come qualcuno ha sostenuto. Nei termini in cui si è sviluppata è stata certamente una disfatta, forse non militare, ma della politica, dell’approccio alla situazione, perché i militari poi hanno compiuto il proprio dovere compreso quello di ripiegare. Non bisognava ritirarsi in quei termini, in qualche modo è stata la fine di un’utopia, quella del mondo occidentale, che poteva collaborare e contribuire per portare la pace e la sicurezza nel mondo, ed è stato letto anche come un momento di grande debolezza. La fragilità di questo momento, dopo tanti anni di impegno in Iraq che noi militari abbiamo rinominato “Afghan Fatique” ha avuto una percezione particolare soprattutto per il suo inserimento in un quadro generale più ampio. Perché mentre avveniva il ritiro in Afghanistan si parlava già di crisi in Libia, di crisi nel Mediterraneo orientale, nel Ciad, nel Mali; a tutto questo si è aggiunta la crisi energetica che ha creato un ambiente favorevole per quella che poteva essere la tempesta perfetta».

Sicuramente sono stati commessi diversi errori su piani diversi, ma anche solo pensando a quante bambine divenute donne hanno potuto vivere in modo diverso, come può l’occidente vergognarsi di quello che ha fatto in Afghanistan? Che spiegazione si dà lei di questa autocolpevolizzazione?
«È un fenomeno che ha toccato profondamente le coscienze degli individui, da quelle del nostro paese a quelle del mondo intero. In qualche modo ha riportato il pensiero alla crisi d’identità americana post guerra del Vietnam, anche se la situazione era diversa. Certamente è un tipo di sensazione che non c’è in determinati paesi orientali. È chiaro che non possono avere la stessa percezione di vicinanza all’Ucraina o alla Georgia che possono avere i paesi occidentali. Dopo il crollo del muro di Berlino c’è stato un grande momento di dinamismo internazionale, la Russia si è avviata ad essere un paese democratico. Nonostante la conduzione irrazionale e drammatica della divisione dell’Unione Sovietica, si è aperto uno spazio per le operazioni delle Nazioni unite, per un disegno e un’ipotesi di pace in cui noi tutti credevamo che si potessero sostenere ed aiutare i paesi in difficoltà attraverso l’impiego delle forze. In Afghanistan soprattutto, dove si era creato un regno di terrorismo ed era necessario portare la pace e la sicurezza. Forse si può fare un discorso diverso per l’Iraq, ma sicuramente noi non ci dobbiamo sentire colpevoli di quello che abbiamo fatto, semmai siamo colpevoli di quello che non abbiamo fatto. Si poteva impostare il paese in un modo diverso, si poteva mettere in campo un’operazione più rapida nel tempo, con un impiego superiore di forze. Ma soprattutto senza abbandonare l’Afghanistan. Perché ciò che ci viene rinfacciato da questi paesi è la credibilità. Quello che viene visto è che noi arriviamo, portiamo la pace e la sicurezza, poi ce ne andiamo. Quanto saremmo dovuti stare in Afghanistan? La risposta può essere per poco tempo come per sempre».

Spostiamoci verso l’Unione europea, c’è chi ritiene che questo sia il momento giusto per fare un passo avanti nella direzione della difesa comune europea, e chi richiama l’attenzione di chi dovesse percepire questa cosa, attraverso la formula dell’autonomia strategica, come un’uscita dall’ombrello NATO. Come si tengono insieme queste due correnti?
«È una cosa che è stata dibattuta per molto tempo, perché il messaggio è chiaro ma talvolta è stato mal trasmesso o mal percepito. La NATO è la più grande alleanza militare e difensiva della storia e quella di più grande successo. L’Unione europea è un’organizzazione sovranazionale, con un’autorità superiore a quella degli stati, ma di sicuro non ha né la capacità né la volontà di sovrapporsi ad un’organizzazione come la NATO. Autonomia strategica non significa operare da soli, ma significa operare quando necessario da soli. Noi vogliamo sempre operare insieme ad alleanze, in un perimetro di sicurezza, ma può esserci l’esigenza di fare qualcosa nello specifico. Mi riferisco allo scacchiere del sud, o anche alla Moldavia o alla Bosnia Erzegovina. C’è un ampio spazio di sviluppo per la difesa e la sicurezza europea e l’Ue è l’unica che può aggiungere a questa volontà espressa di garantire la sicurezza anche i fondi per metterla in pratica. Può sovvenzionare l’industria e aumentare la capacità europea e, come si suole dire, quello che è buono per l’Unione europea è buono anche per la NATO».

Dal punto di vista italiano e di interessa nazionale, nonostante una pubblicistica e convegnistica vasta, mi stupisce come si rifletta poco sulla possibilità dell’Italia di fare un passo avanti sul versante sud del Mediterraneo. Perché secondo lei c’è una timidezza anche da parte della politica? Si parla tanto della Libia, ma se non ce ne occupiamo saranno turchi, russi o cinesi e terroristi a occuparsene.
«Il suo ragionamento è giusto, perché negli ultimi 20 o 10 anni di sicuro, l’Italia ha sempre cercato di spiegare meglio i rischi che provenivano da sud, da quello che io chiamo triangolo della instabilità, che è composto da stati falliti, terrorismo, migrazione incontrollata o migrazione utilizzata come arma asimmetrica. In questo si è dovuto comporre un po’ l’egoismo delle nazioni. In ambito NATO è più facile organizzare la difesa, perché c’è una linea di contatto ed un comando integrato. Verso sud è più complesso. Non abbiamo raggiunto un accordo europeo per un intervento in Libia e alla fine i vuoti che abbiamo lasciato sono stati colmati da altri, come la Turchia e la Russia. E quello della Libia è un buon esempio perché nel 2011, quando ero capo di gabinetto, una volta atterrato a Tripoli, il giorno dopo la fine della guerra, la situazione era sotto controllo. Aspettavano solo che ci fosse la ricostruzione e in questo abbiamo fallito. È evidente che questa guerra in Ucraina porta con sè il rischio che l’attenzione venga deviata nuovamente verso est. I paesi dell’est erano anni che denunciavano una forte assertività russa, che temevano un’invasione, noi probabilmente abbiamo sottovalutato qualche indice, qualche segnale proveniente dalla Georgia, dalla Crimea, dalla Siria. Quello che bisogna comprendere è che questa assertività russa non si sta esprimendo solo nei confronti dell’Ucraina, ma anche verso sud. Quindi è importante che, mantenendo gli occhi in Ucraina, si riporti l’attenzione su quello che sarà sempre la chiave di volta storica del mondo occidentale che è il Mediterraneo».

Poniamo lo scenario più auspicabile possibile, ossia rispetto al nord Africa e alla Libia ci sia una maggiore assertività un maggiore protagonismo europeo e segnatamente italiano. In termini di interesse nazionale, questo come si concilia con l’interesse nazionale di altri soggetti europei? Vale per il rubinetto delle risorse energetiche, vale per quello migratorio, Roma e Parigi hanno interessi competitivi, come si fa?
«L’unico ostacolo alla creazione di una vera Unione europea della difesa comune è la capacità di parlare con una sola voce, di reagire come si è fatto per la pandemia quindi creando una risposta comune. Bisogna comporre queste differenti tendenze e diversi interessi nazionali e certamente questo dipende molto dall’Italia. Perché la nostra penisola ha un ruolo centrale nel Mediterraneo, ha un ruolo riconosciuto da moltissimi paesi. Evidentemente l’Italia, dopo un periodo in cui non ha dedicato sufficienti attenzioni alle questioni di sicurezza combinate con la politica estera, sta cambiando e la difesa è un settore in cui è necessario essere propositivi. Non bisogna guardare a ciò che fanno gli altri, piuttosto preoccuparsi di quanto non si è fatto. Io credo che una composizione con la Francia sia possibile, ma lo diventa proponendosi con lo stesso livello di assertività e di volontà, scrivendo degli obiettivi nazionali chiari che poi vengono portati in Europa con forza e inseriti in un quadrante, tipo quello della Bussola Strategica, in cui la volontà nazionale si esprime».

C’è chi ritiene che i migranti se li debba prendere l’Italia, che il dominio aerospaziale lo debbano tenere i francesi, che la meccanica sia un dominio tedesco. In questo quadro l’Italia dovrebbe limitarsi ad essere un fornitore di Germania e Francia, c’è questo rischio o è una caricatura?
«Entrambe le cose, perché indiscutibilmente c’è un’asse franco-tedesco molto forte e molto significativo e dal quale noi non possiamo essere estromessi. Abbiamo delle capacità e un ruolo da giocare, guardando al futuro c’è una Germania che ha messo 100mld di euro nella difesa e una Francia che ha degli obiettivi strategici significativi, con delle difficoltà. Il ruolo dell’Italia è anche entrare in questa competizione o collaborazione permanente mantenendo una linea ferma. I governi possono cambiare le politiche interne, quelle sociali, possono dedicarsi di più ad un aspetto piuttosto che più ad un altro, ma quello che è l’interesse generale del paese non può cambiare. Il fatto è che noi abbiamo un interesse primario sui Balcani, sul Mediterraneo, sulle vie di comunicazioni marittime, sull’Africa. Molti ci guardano dipende da noi entrare in queste collaborazioni industriali con volontà propositiva, ma anche dal punto di vista industriale conta l’espressione della volontà nazionale dove investire e come procedere».

Ma è un po’ cambiata la geografia dell’export italiano in questo ambito? Ho visto dei dati in cui l’export italiano è cresciuto in direzione europea e un po’ compresso in direzione mediorientale e africana. È così o no? Rischiamo di lasciare spazio ai competitori? Qual è la sua visione?
«Non bisogna lasciare spazio ai competitori. L’export è passato dal 2% al 3,1%, attualmente siamo i sesti esportatori mondiali, questo ha un’importanza rilevante perché non è una questione di traffico di armi, ma una questione di rilevanza internazionale di alleanze strategiche. Per questo dobbiamo attrezzarci meglio, l’Italia ha delle regole molto rigorose per l’export dei materiali, sicuramente più severe di quelle che ha la Francia. Evidentemente dopo tanti anni è necessaria una messa a punto per raggiungere il livello europeo, di modo che ci siano controlli, ma con la capacità effettiva di raggiungere questi paesi. Forse rivedere le questioni o spostare le competenze da un’area all’altra per elevarne la capacità di controllo alla presidenza del consiglio potrebbe essere esaminata».

Una delle sezioni più interessanti del libro è quella in cui lei ragiona sulle minacce ibride, sulla combinazione di operazioni militari tradizionali, cyber war, campagne di informazione o anche di offuscamento e propaganda con una visione inedita rispetto a quanto si legge solitamente nei libri di storia. A che punto siamo?
«Siamo a un livello molto alto di sofisticazione. La guerra ibrida, ossia l’uso di strumenti convenzionali e non convenzionali, è diventata il sistema e la visione del futuro. L’inserimento della dimensione cibernetica, di quella spaziale, cognitiva, quella di influenza dei media è essenziale, e per un certo periodo i russi in questo sono stati dei maestri, basti pensare all’invasione della Crimea nel 2014 o la stessa Siria. È quindi una cosa che noi dobbiamo seguire con attenzione tenendo anche presente che la guerra in Ucraina ha rilanciato il ruolo del convenzionale. Quando ci sono delle operazioni convenzionali di altissimo profilo la parte ibrida diventa di supporto, quindi bisogna dividere quando le operazioni principali sono ibride o convenzionali. La capacità di condurre queste operazioni presuppone una notevole preparazione, una capacità tecnologica, un orientamento di influenza. Lo vediamo nei media italiani, in quelli europei e in quelli globali. C’è sicuramente una componente di informazione e una componente ibrida».

La prima parte del conflitto tra Ucraina e Russia ha visto una reazione eroica e imprevista dell’esercito ucraino. Poi è iniziata una seconda fase della guerra nel Donbass dove si è sentita la sensazione di una avanzata russa. Gli ottimisti dicono che non avanzano molto, i pessimisti fanno notare che le caratteristiche dell’avanzata sono distruttive. Lei si è fatto un’idea di una guerra di attrito tremendamente lunga? Ha la sensazione che ognuna delle due parti ritenga ancora di ottenere sul campo di più e quindi di essere disposta ad un negoziato molto più avanti nel tempo o no?
«Io temo che la Russia tenda ad ottenere più vantaggi territoriali per arrivare poi al tavolo della negoziazione da un piano di maggiore forza e ritengo che l’Ucraina possa negoziare una pace onorevole e non una resa incondizionata. Siamo ancora nelle condizioni di dover dimostrare, anche alla Russia, di poter supportare l’Ucraina. I russi sono stati sconfitti nella prima fase, l’Ucraina non è crollata, non è stato possibile cambiare il governo, gli ucraini hanno dimostrato di essere probabilmente ancora una democrazia incompleta, ma una democrazia che vuole rimanere e affermarsi come stato. Hanno combattuto meglio di quanto pensassimo e non si sono assolutamente dissolti come l’esercito afghano e non intendono dissolversi. Sicuramente c’è un’avanzata sistematica dei russi che hanno ridotto gli obiettivi verso l’occupazione del Donbass e verso Odessa. Non è possibile, a mio avviso, che ci sia un autentico inizio della negoziazione se non c’è una qualche forma di ripiegamento russo o una qualche forma di avvicinamento alle situazioni di pace. Quindi in questo momento vedo una situazione di attrito e ancora l’esigenza di rafforzare fortemente l’Ucraina per metterla nelle condizioni di vincere. E dal punto di vista ucraino vincere significa non perdere e cioè di mantenere la possibilità di avere uno sbocco al mare, di mantenere uno stato sovrano e non diventare una piccola enclave terrestre».