Esteri
Bentornata Europa: la Gran Bretagna rientra nel programma Erasmus
Di Elisa Tortorolo
Dall’addio di Boris Johnson alla pragmatica retromarcia di Keir Starmer, il Regno Unito ha finalmente deciso che l’isolamento accademico non era più sostenibile. Cinque anni dopo il traumatico divorzio della Brexit e tre anni dopo il lancio del “Turing Scheme” – l’alternativa “globale” ma zoppa voluta dai conservatori – Londra rientrerà ufficialmente nel programma Erasmus+ a partire dal gennaio 2027. L’accordo, siglato in queste settimane, rappresenta il punto più alto del cosiddetto “reset” diplomatico tra il governo laburista e la Commissione Europea, ma dietro il romanticismo degli zaini in spalla e delle lezioni a Oxford o alla Sorbona, si nasconde un bilancio economico che semplicemente non tornava più.
Quando il Regno Unito abbandonò il programma nel 2021, la retorica ufficiale sosteneva che l’Erasmus gravasse eccessivamente sulle casse dello Stato poiché il Paese ospitava molti più studenti europei di quanti britannici ne inviasse all’estero. Tuttavia, i dati hanno raccontato una storia diversa: l’assenza degli universitari europei ha privato l’economia britannica di circa 420 milioni di sterline l’anno in indotto diretto, dai consumi locali ai servizi abitativi. Il Turing Scheme, pur finanziando i viaggi dei britannici verso il resto del mondo, non prevedeva fondi per chi entrava nel Paese, lasciando i campus del Regno Unito orfani di una risorsa economica e intellettuale fondamentale.
L’operazione rientro non è stata però una resa incondizionata, bensì un compromesso finanziario studiato nei dettagli tecnici. Per l’anno accademico 2027/2028, il Regno Unito metterà a bilancio circa 570 milioni di sterline, beneficiando di una sorta di “sconto” del 30% rispetto alla tariffa standard prevista per i paesi extra-UE. Questa cifra permetterà di coinvolgere oltre 100.000 cittadini già nel primo anno, estendendo i benefici non solo agli studenti universitari ma anche a apprendisti, sportivi e personale scolastico, sanando una frattura generazionale che rischiava di diventare permanente.
Questo ritorno nell’orbita di Bruxelles è in realtà la punta dell’iceberg di una strategia economica più ampia. Parallelamente allo scambio di studenti, Londra ha accelerato le trattative per il rientro nel mercato elettrico europeo, mossa cruciale per la sicurezza energetica dei Mari del Nord, e ha riaperto il dialogo sulla mobilità giovanile per i lavoratori under 30. Quest’ultimo punto è vitale per settori come la ristorazione e il turismo, decimati dalla fine della libera circolazione e oggi pronti a beneficiare nuovamente di flussi migratori stagionali e qualificati.
Nonostante l’entusiasmo, la strada verso il 2027 richiede una complessa macchina organizzativa. L’anno alle porte sarà di transizione, dedicato alla ricostruzione delle agenzie nazionali e alla firma di migliaia di accordi bilaterali tra gli atenei. Per gli studenti europei e italiani, la notizia segna il ripristino della destinazione più ambita: studiare a Londra o Edimburgo tornerà a essere un’opportunità accessibile, senza l’ostacolo di visti proibitivi o rette internazionali da migliaia di sterline.
Insomma, la Global Britain sembra aver compreso che per essere davvero influenti nel mondo, è necessario ricominciare a parlare e investire con i propri vicini di casa.





