Economia
Rientro dei cervelli, lo sconto fiscale vale anche per chi lavora in smart working
Di Ilaria Donatio
Il rientro dei cervelli parla sempre più la lingua dello smart working. E ora arriva un chiarimento che scioglie uno dei nodi più discussi: chi torna a vivere in Italia e lavora da remoto per un’azienda estera può beneficiare del regime fiscale agevolato per i lavoratori impatriati.
A dirlo è l’Agenzia delle Entrate, che in una risposta a interpello – rilanciata da Il Sole 24 Ore – conferma un principio destinato a incidere su migliaia di professionisti: non conta dove ha sede l’azienda, ma dove viene svolta effettivamente l’attività lavorativa.
Il regime impatriati, riformato negli ultimi anni, prevede oggi una detassazione del 50% dei redditi da lavoro (entro il limite annuo di 600 mila euro) per cinque anni a partire dal trasferimento della residenza fiscale in Italia. L’agevolazione può arrivare al 60% in presenza di figli minorenni. L’obiettivo è chiaro: rendere più competitivo il rientro di lavoratori qualificati che hanno maturato esperienze all’estero.
Il dubbio, però, riguardava il lavoro da remoto. In un mercato del lavoro sempre più globale, molti professionisti rientrano in Italia mantenendo contratti con aziende straniere, spesso senza una sede nel nostro Paese. Il chiarimento dell’Agenzia mette un punto fermo: se il lavoro viene svolto prevalentemente dall’Italia, il beneficio fiscale si applica, anche in assenza di un datore di lavoro italiano.
Una precisazione tutt’altro che marginale. Per anni, infatti, l’agevolazione è stata associata quasi esclusivamente al rientro “fisico” in aziende italiane o multinazionali con sedi sul territorio nazionale. Oggi, invece, il perimetro si allarga e si adatta a una realtà in cui la mobilità non passa più necessariamente dagli uffici, ma dalla residenza fiscale e dal luogo di produzione del reddito.
Restano fermi gli altri requisiti: il trasferimento della residenza in Italia, un periodo minimo di residenza all’estero negli anni precedenti e lo svolgimento dell’attività lavorativa in modo prevalente sul territorio nazionale. Ma sullo smart working internazionale, il messaggio è chiaro: il fisco italiano riconosce che il lavoro da remoto è lavoro “vero”, anche quando l’azienda è dall’altra parte del confine.
Un segnale coerente con l’evoluzione del mercato del lavoro e con la competizione tra Paesi per attrarre competenze. E, per molti expat, una variabile decisiva nel valutare se – e quando – tornare.





