Economia
Produttività e AI, perché l’Italia rischia di restare indietro
Di Giuliana Mastri
La produttività negli Stati Uniti sta accelerando a un ritmo che non si vedeva dagli anni del boom di internet. L’allarme dell’economista Francesco Giavazzi in un intervento pubblicato sul Corriere della Sera il 19 maggio scorso, che offre una chiave di lettura per capire cosa rischia di perdere l’Europa – e l’Italia in particolare – se non riesce a stare al passo.
I dati citati dall’economista parlano chiaro: la produzione per lavoratore e la produzione per ora lavorata negli Stati Uniti stanno crescendo a un ritmo che l’Economist definisce «quasi il doppio rispetto allo stagnante 1% registrato per gran parte degli anni Dieci». La Federal Reserve Bank di Cleveland stima che la probabilità di un regime di alta crescita della produttività sia oggi attorno al 40% – un livello simile a quello che precedette il boom di internet degli anni Novanta. Una spiegazione ovvia è l’intelligenza artificiale, che consente a molte persone di essere più produttive. Ma Giavazzi ricorda che potrebbero esserci anche altri fattori: i guadagni derivanti dal lavoro a distanza, oppure l’accelerazione nella nascita di nuove imprese. Negli Stati Uniti la crescita della produttività ha coinciso peraltro con un aumento della partecipazione alla forza lavoro da parte di persone in età lavorativa e di immigrati.
Il precedente degli anni Novanta e il divario con l’Europa
Non è la prima volta che il Vecchio Continente si trova a inseguire. Trent’anni fa, quando le tecnologie legate a internet cominciarono a diffondersi nelle imprese americane, l’Europa reagì in ritardo e più lentamente. Da quel momento si aprì un divario che oggi vale circa il 30%: una famiglia europea media è più povera di una famiglia americana media per un ammontare corrispondente a circa un terzo del reddito. Un gap enorme, se si considera che a metà degli anni Novanta quella differenza era quasi scomparsa.
La caduta recente della produttività europea rispetto agli Stati Uniti non è stata uniforme: nei settori ad alta intensità tecnologica il declino è stato profondo, nella manifattura quasi impercettibile. Ma è la capacità di innovare che trascina un’economia, e su questo fronte il ritardo europeo è strutturale. L’unica eccezione significativa, nel ragionamento di Giavazzi, è stata il programma «Quarta rivoluzione industriale», lanciato in Germania nel 2011 e progressivamente adottato anche altrove con l’obiettivo di aumentare la produttività nelle imprese manifatturiere. In Italia arrivò sotto il nome di «Industria 4.0» e ottenne risultati importanti soprattutto nel biennio 2017-18, quando il totale degli investimenti in macchinari crebbe di quasi il 10% a prezzi costanti.
Gli errori italiani
È qui che l’analisi diventa più puntuale, e più scomoda. Il governo Meloni ha inizialmente abbandonato «Industria 4.0», sostituendola con «Transizione 5.0», che però non ha funzionato: a fronte di oltre 6,3 miliardi stanziati, le imprese hanno chiesto poche centinaia di milioni. Un anno fa il governo ha fatto marcia indietro, ripristinando il credito d’imposta sugli investimenti in macchinari.
Un secondo nodo strutturale riguarda la dimensione delle aziende: gran parte di quelle italiane sono troppo piccole per adottare tecnologie nuove capaci di aumentare la produttività. Il primo passo, secondo Giavazzi, sarebbe eliminare i disincentivi a crescere – a partire dai benefici della flat tax che scattano quando il fatturato di un’azienda supera gli 85mila euro annui.
Capitale umano e intelligenza artificiale
Gli investimenti contano, ma non sono tutto. L’altro fattore determinante è il capitale umano. L’AI ha raggiunto oggi un punto in cui non servono ulteriori grandi innovazioni tecnologiche: la sfida è diffonderla, convincere le aziende ad adottarla. E per questo servono tecnici informatici e periti industriali ed elettronici competenti, non necessariamente laureati in scienze: basta un buon triennio di ingegneria, o un istituto professionale seguito da un anno nei percorsi di «Istruzione e Formazione Tecnica Superiore», corsi pratici con ampio spazio ai laboratori, pensati per rispondere alle esigenze concrete del mercato del lavoro.




