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Assemblea Confindustria, Orsini lancia la sfida all’UE e all’Italia

26
Maggio 2026
Di Giampiero Cinelli

All’assemblea annuale di Confindustria, tenuta oggi a Roma, il presidente degli industriali Emanuele Orsini ha pronunciato una relazione che non lascia spazio a eufemismi: l’Italia e l’Europa sono a un punto di svolta, e il tempo per rimandare le scelte difficili è finito.

«Per troppo tempo ci siamo accontentati di fare il minimo indispensabile invece del massimo necessario», ha detto Orsini, fissando subito il tono di un discorso costruito attorno a due parole – fiducia e coraggio – che ha ripetuto come un’ossessione lungo tutta la sua relazione. Il messaggio centrale è netto: senza produzione e crescita non esiste redistribuzione, e senza un atto collettivo di responsabilità – che coinvolga istituzioni, imprese, sindacati e forze politiche di maggioranza e opposizione – l’Italia rischia di perdere la propria industria, ovvero il 15% del PIL e milioni di posti di lavoro.

L’Europa che non capisce la competitività

Buona parte della relazione è stata dedicata all’Europa, con un giudizio severo sull’operato dell’Unione nell’ultimo biennio. Dall’inizio del mandato della Commissione attuale, ha ricordato Orsini citando dati confermati dal commissario Sejourné, l’Europa ha perso 250mila occupati nella manifattura, che diventano un milione considerando l’indotto. La causa, secondo il presidente di Confindustria, è strutturale: Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività, e continua a produrre norme che soffocano le imprese invece di sostenerle. Negli ultimi 25 anni la quota di PIL mondiale dell’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali – in valore assoluto, oltre 7mila miliardi di euro finiti in larga parte all’industria cinese, che oggi da sola genera il 35% della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati.

Gli alti costi dell’energia, la mancanza di investimenti e una burocrazia asfissiante hanno spinto molte imprese a delocalizzare o a chiudere. Le 72 condizioni poste da Bruxelles per approvare il Decreto-Bollette del governo italiano sono state citate da Orsini come l’ultima conferma plastica di quanto sia «lunare» l’approccio regolatorio europeo. La richiesta è diretta: «Fermatela.»

Per uscire dall’impasse, Orsini ha indicato tre leve europee da attivare in parallelo: un vero mercato unico dell’energia, in cui l’Europa agisca come unico acquirente per abbassare i prezzi e potenzi le reti di interconnessione; un mercato unico dei capitali che renda gli investimenti accessibili alle imprese e trattenga in Europa i risparmi oggi diretti altrove; e un debito comune per finanziare investimenti strategici in infrastrutture energetiche, nucleare, reti digitali, intelligenza artificiale, minerali critici e difesa. «Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Gli attuali 280 miliardi da dividere tra 27 Paesi non risolvono il problema», ha detto senza giri di parole.

Sul sistema ETS Orsini ha chiesto la sospensione immediata, definendolo uno strumento che ha trasformato la decarbonizzazione in un prodotto di speculazione finanziaria, avvantaggiando alcuni Stati a discapito di altri. «Il Continente più pulito ha il prezzo della CO2 più alto al mondo», ha osservato, ricordando il caso paradossale dell’automotive europeo, i cui costruttori sono costretti ad acquistare certificati di emissione che finiscono per arricchire i concorrenti americani e cinesi. «È una vera pazzia.»

Le cinque leve per l’Italia

Sul fronte nazionale, Orsini ha strutturato le sue richieste attorno a cinque priorità. La prima e più urgente è l’energia: il costo nei siti produttivi italiani è tra i più alti d’Europa, e questo sta diventando una minaccia esistenziale per interi distretti. Ha citato il caso della ceramica – «una realtà che conosco bene perché è la mia terra» – dove in cinque comuni sono a rischio 40mila posti di lavoro per effetto dei sovraccosti energetici. La soluzione passa per il ritorno della competenza energetica allo Stato in via esclusiva, lo sblocco dei 4mila permessi per impianti rinnovabili ancora bloccati a livello regionale, il potenziamento della rete elettrica e il ritorno al nucleare. Su quest’ultimo punto Orsini è stato esplicito: «Continuare a sostenere che il nucleare sia inutile perché servono 10-15 anni per attivarlo è falso. Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde.» Le imprese, ha aggiunto, sono disponibili a ospitare i piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti e distretti.

La seconda leva riguarda la crescita dimensionale delle PMI. I dati citati da Orsini mostrano che le imprese italiane – quando raggiungono una dimensione media o grande – diventano più produttive e internazionali delle omologhe tedesche e francesi. Ma sono ancora troppo poche, e rischiano di ridursi. La terza leva sono i contratti di sviluppo, strumento che ha già coinvolto oltre 1.500 imprese e che va potenziato, rendendolo più efficace e accessibile, con un aumento selettivo delle aliquote per le tecnologie strategiche e un grande piano di formazione sull’intelligenza artificiale da avviare già nelle scuole superiori. La quarta è la semplificazione e la riforma della legge 231 sulla responsabilità degli enti, diventata nel tempo – ha denunciato Orsini – uno strumento quasi esclusivamente punitivo che frena gli investimenti. La quinta riguarda le risorse: con una pressione fiscale che colloca l’Italia al quarto posto tra i Paesi avanzati, Confindustria ha proposto un tavolo comune con governo e parti sociali per analizzare le 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile, identificare 20 miliardi da riallocare senza aumentare il debito e destinarli per un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola.

Salari, casa e demografia

Orsini ha affrontato anche il nodo salariale con una franchezza insolita per il palcoscenico confindustriale: «Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia. Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti.» Il presidente ha rivendicato il lavoro comune avviato con i sindacati per contrastare i contratti pirata, ma ha riconosciuto che la questione non si risolve da soli. Ha poi collegato il tema salariale a quello demografico e abitativo: entro il 2040, ha avvertito, mancheranno in Italia 5 milioni di giovani, anche per i costi insostenibili delle abitazioni. Il Piano Casa varato dal governo va nella direzione giusta, ma richiede che i Comuni mettano a disposizione le aree necessarie con la stessa urgenza e responsabilità che si chiede agli altri attori.

«Abbiamo il privilegio di poter essere coraggiosi in pace e non in guerra come invece succede a popoli a noi vicini. Usiamo il coraggio per continuare a costruire sviluppo, competitività e opportunità», ha concluso il presidente.

Qui il testo originale della relazione di Orsini