Economia

Come l’Italia delle imprese è diventata predatrice

06
Ottobre 2026
Di Paolo Bozzacchi

Per anni l’Italia è stata soprattutto un Paese da comprare. Marchi storici, aziende industriali, banche, assicurazioni, pezzi della manifattura nazionale: il capitalismo italiano ha conosciuto a lungo la stagione delle acquisizioni straniere come una dinamica quasi naturale. Gli investitori esteri arrivavano in Italia per comprare aziende, mentre le imprese italiane guardavano oltreconfine soprattutto per vendere.

Oggi quella fotografia non è più sufficiente. L’Italia continua a essere terra di conquista, ma nel frattempo è diventata anche un Paese che conquista. E lo fa con operazioni sempre più grandi, internazionali e strategiche.

I numeri più recenti di KPMG raccontano bene questa trasformazione. Nel primo semestre del 2026 le imprese italiane hanno concluso 100 operazioni Italia-su-Estero per €7,2 miliardi, in crescita rispetto ai €6,8 miliardi dei 138 deal dello stesso periodo del 2025. Gli investitori stranieri hanno invece realizzato 195 operazioni in Italia, per €8,2 miliardi.

Dunque no: l’Italia non è diventata improvvisamente un Paese nel quale gli acquirenti italiani superano sistematicamente quelli stranieri per numero di operazioni. È successo qualcosa di più interessante. Le imprese italiane hanno imparato a comprare fuori dai confini aziende che servono a cambiare scala, mercati, tecnologia e posizionamento competitivo. E nel 2026 la tendenza è diventata evidente.

2026: l’Italia va a caccia di scala

Il caso più emblematico è quello di UniCredit e Commerzbank. La banca italiana ha portato la propria partecipazione nell’istituto tedesco a quasi il 50% dei diritti di voto, dopo aver raggiunto il 47,59% del capitale. È un’operazione che va ben oltre la semplice acquisizione finanziaria: dietro c’è il progetto di costruire una banca europea di dimensione e capacità competitiva molto maggiori.

Nello stesso anno Angelini Pharma ha annunciato l’acquisizione dell’americana Catalyst Pharmaceuticals per circa €3,5 miliardi. Un’operazione che porta il gruppo italiano negli Stati Uniti e rafforza in modo significativo la sua presenza nelle malattie rare e nel segmento della neurologia.

Poi c’è Amplifon, che ha messo sul tavolo circa €2,3 miliardi per acquisire il business Hearing di GN Store Nord. L’obiettivo dichiarato è creare un leader globale verticalmente integrato nell’audiologia, con ricavi aggregati intorno ai €3,3 miliardi e presenza in oltre 100 Paesi.

E ancora: Bending Spoons, diventata una delle espressioni più aggressive del nuovo capitalismo tecnologico italiano, continua la propria campagna di acquisizioni internazionali, da AOL a Eventbrite.

Sono operazioni diverse tra loro, ma hanno una caratteristica comune: non sono acquisizioni difensive. Sono acquisizioni pensate per conquistare mercati. È questo il punto di svolta.

KPMG sottolinea come l’M&A italiano sia ormai alimentato strutturalmente da consolidamento e internazionalizzazione. E la pipeline 2026, nonostante un primo semestre condizionato dall’incertezza geopolitica, supera i €60 miliardi di operazioni annunciate ma non ancora finalizzate. L’Italia, insomma, non si limita più a esportare prodotti. Esporta capitale per comprare piattaforme industriali.

2025: Prada riprende Versace, l’Italia compra i propri simboli

Un anno prima, nel 2025, è arrivata una delle operazioni più simboliche dell’intera trasformazione. Prada ha annunciato l’acquisizione di Versace per €1,25 miliardi.

Non è soltanto una grande operazione nel lusso. È anche un’immagine potente del cambiamento del capitalismo italiano: un gruppo italiano che compra un marchio italiano passato sotto controllo straniero e lo riporta dentro un grande polo nazionale del lusso. Ma Prada-Versace è soltanto la parte più visibile di un movimento più ampio.

Nel 2025 l’attività M&A italiana ha raggiunto 1.463 operazioni, nuovo record storico per numero di deal, secondo KPMG. Il valore complessivo è stato di €74 miliardi.

Il contesto, tuttavia, non è stato semplice. Il cross-border è sceso al 46% del controvalore complessivo, contro l’83% del 2024. E gli investimenti esteri in Italia sono diminuiti a circa €18,9 miliardi. Ma KPMG considera questo rallentamento congiunturale, non una inversione strutturale. Perché, mentre gli investitori stranieri rallentavano, molti gruppi italiani continuavano a guardare fuori. La direzione ormai era chiara.

2024: l’Italia compra l’America

Se c’è un anno che fotografa la maturazione della nuova strategia italiana, è il 2024. L’operazione simbolo è quella di Prysmian su Encore Wire, negli Stati Uniti.

Il gruppo italiano ha acquisito il produttore americano di cavi per circa €3,9 miliardi. L’operazione ha rafforzato drasticamente la presenza di Prysmian nel mercato nordamericano e ha aumentato la diversificazione geografica e di portafoglio del gruppo. L’acquisizione è stata completata nel luglio 2024.

Non è un caso isolato. Nel 2024 Campari ha acquisito Courvoisier per €1,14 miliardi, rafforzando la propria presenza nel mercato globale degli spirits.

E ancora: nel settore energetico Eni ha completato l’acquisizione di Neptune Energy, insieme a Vår Energi, in un’operazione che attribuiva a Eni un esborso di circa $2,6 miliardi e che ha ampliato la presenza del gruppo in importanti aree produttive internazionali.

È qui che la dinamica cambia definitivamente. Le imprese italiane non cercano più soltanto aziende da integrare. Cercano mercati da conquistare. E gli Stati Uniti diventano il principale terreno di caccia.

Secondo KPMG, tra il 2020 e il 2024 le acquisizioni italiane negli Stati Uniti hanno superato €36 miliardi attraverso 185 operazioni. È la fotografia di una nuova geografia del capitalismo italiano: l’America non è più soltanto il mercato dove vendere. È il mercato dove comprare.

2023: farmaceutica, lusso e industria diventano globali

Nel 2023 la trasformazione assume una dimensione ancora più evidente. Chiesi acquisisce l’americana Amryt Pharma in un’operazione da circa $1,5 miliardi, rafforzando il proprio portafoglio nelle malattie rare e ampliando la presenza internazionale del gruppo farmaceutico italiano.

Zegna completa invece l’acquisizione di Tom Ford International, diventando il soggetto industriale che gestisce il business della moda TOM FORD. E Eni, con Neptune Energy, costruisce ulteriore scala internazionale nel settore dell’energia.

Nello stesso anno KPMG osserva un dato particolarmente significativo: nei primi nove mesi del 2023 circa il 60% del controvalore M&A era riconducibile a operazioni Italia-su-Estero. Tra le grandi operazioni figuravano Exor-Philips, Dufry-Autogrill, Chiesi-Amryt, Ariston-Centrotec e Zegna-Tom Ford.

Il messaggio era già evidente: le grandi famiglie imprenditoriali e i grandi gruppi italiani stavano utilizzando l’M&A per costruire campioni europei e internazionali.

2022: non più soltanto industria, anche marchi e consumi

Nel 2022 la strategia si allarga. Campari acquisisce il 70% della statunitense Wilderness Trail Distillery per circa €405,8 milioni, entrando ancora più profondamente nel mercato americano del bourbon.

È un esempio significativo perché racconta un’altra caratteristica del nuovo M&A italiano: non si compra soltanto capacità produttiva. Si comprano brand, proprietà intellettuale, distribuzione e accesso diretto ai consumatori.

La logica è quella della piattaforma globale. Comprare un’azienda all’estero significa spesso acquistare contemporaneamente un mercato, una rete commerciale, competenze e un marchio. È una strategia molto diversa da quella dell’espansione internazionale costruita esclusivamente attraverso esportazioni e filiali.

2021: la prima grande accelerazione

Il 2021 rappresenta uno dei passaggi fondamentali. EssilorLuxottica completa l’acquisizione di GrandVision, rilevando inizialmente il 76,72% del capitale e arrivando successivamente a oltre il 99% attraverso l’offerta pubblica.

È una delle operazioni che meglio rappresentano la capacità di un gruppo italiano di costruire una piattaforma internazionale attraverso un’acquisizione di grandi dimensioni. La logica è chiara: integrare produzione, marchi, distribuzione e retail in una filiera globale.

Nello stesso periodo, Nexi porta avanti la propria strategia di consolidamento europeo attraverso l’operazione con Nets. Il 2021 è quindi il momento nel quale il capitalismo italiano comincia a presentarsi con maggiore frequenza non più come potenziale preda, ma come consolidatore di mercati internazionali.

E prima? Qui bisogna evitare una lettura troppo semplicistica. La storia non comincia nel 2021. Già negli anni Duemila alcune imprese italiane avevano costruito autentiche multinazionali attraverso acquisizioni estere: energia, infrastrutture, lusso, alimentare, meccanica, automotive. Ma per molto tempo si è trattato di casi relativamente isolati.

La caratteristica degli ultimi anni è diversa. L’M&A internazionale è diventato una componente strutturale della strategia di crescita di una fascia sempre più ampia di imprese italiane. Il fenomeno riguarda grandi gruppi quotati, aziende familiari, private equity e nuovi operatori tecnologici. E soprattutto è cambiata la dimensione delle operazioni.

Dal Paese da comprare al Paese che compra

La storia dell’M&A italiano degli ultimi venticinque anni può essere quindi letta come una trasformazione progressiva. All’inizio degli anni Duemila l’Italia era soprattutto una grande piattaforma industriale con molte imprese di qualità ma spesso troppo piccole per competere alla pari sui mercati globali.

Poi è arrivata una prima fase di internazionalizzazione: acquisire all’estero per esportare la propria tecnologia, il proprio marchio, il proprio modello industriale. Infine, negli ultimi anni, l’acquisizione internazionale è diventata uno strumento per cambiare direttamente la dimensione competitiva dell’impresa.

È la differenza tra comprare un’azienda e comprare una posizione sul mercato.

I numeri KPMG aiutano a capire la portata del cambiamento. La società, che analizza la direzione delle operazioni italiane dal 1988, considera oggi consolidamento e internazionalizzazione due dei principali driver strutturali del mercato M&A italiano. E i dati più recenti mostrano che il fenomeno non si è esaurito.

KPMG segnala inoltre che l’M&A viene utilizzato sempre più come risposta strategica alla geopolitica, all’innovazione tecnologica e alla necessità di aumentare competitività e scala.

La nuova Italia predatrice

La parola “predatrice” può sembrare eccessiva. Ma rende bene la direzione del cambiamento. Perché oggi esiste una generazione di gruppi italiani che non aspetta più che siano gli stranieri a venire in Italia. Va a cercarli a casa loro.

Negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, nel Regno Unito, in Scandinavia. Compra marchi. Compra brevetti. Compra reti commerciali. Compra tecnologia. Compra fabbriche. Compra accesso ai mercati. E soprattutto compra dimensione.

Il dato più importante, quindi, non è stabilire se ogni anno gli italiani realizzino più acquisizioni estere degli stranieri in Italia. I numeri dicono che non è ancora così. Il dato decisivo è un altro: l’Italia ha sviluppato una capacità di acquisizione internazionale che vent’anni fa apparteneva soltanto a pochissimi grandi gruppi. Oggi quella capacità è molto più diffusa.

E cambia anche il significato dell’essere una multinazionale italiana. Non significa più soltanto avere fabbriche fuori dall’Italia. Significa avere la capacità finanziaria, manageriale e strategica di entrare in un mercato straniero comprando direttamente un pezzo della sua economia.

È questa la vera metamorfosi. L’Italia non ha smesso di essere una terra da conquistare. Ha semplicemente imparato a conquistare a sua volta.

E dopo 25 anni nei quali il capitalismo italiano ha spesso dovuto difendersi dalle acquisizioni straniere, la domanda che conta oggi è diventata un’altra: quale sarà la prossima azienda straniera che finirà nel portafoglio di un gruppo italiano? Markdown incollato