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Brasile, il vento di destra e la domanda che la sinistra non può più evitare

05
Ottobre 2026
Di Gianni Pittella

Il Brasile va al secondo turno e il risultato del primo pone una domanda che supera largamente i confini del gigante sudamericano: l’America Latina si sta “trumpizzando”? E perché settori popolari e ceti medi, tradizionalmente sensibili alle politiche sociali e redistributive, guardano sempre più spesso verso una destra radicale, liberista in economia e conservatrice sui valori?

Sarebbe troppo semplice rispondere che il continente sta diventando improvvisamente di destra. È in corso qualcosa di più profondo.

Il voto brasiliano mostra innanzitutto una società fortemente polarizzata. Da una parte Lula, il PT, la difesa delle politiche sociali, una maggiore attenzione alle disuguaglianze, all’ambiente e al ruolo internazionale autonomo del Brasile. Dall’altra Flávio Bolsonaro, erede politico e familiare del bolsonarismo, che concentra il proprio messaggio sulla sicurezza, sulla riduzione delle tasse e della spesa pubblica, sulle privatizzazioni, sui valori conservatori e sulla promessa di una rottura con il sistema di potere rappresentato dal PT.

Ma il secondo turno non si deciderà soltanto sull’asse destra-sinistra.

Peseranno il costo della vita, l’indebitamento delle famiglie, la sicurezza nelle città, la capacità di mobilitare chi si è astenuto e soprattutto la percezione che ciascun candidato riuscirà a trasmettere sul futuro del Paese.

Qui emerge una contraddizione che dovrebbe interessare soprattutto la sinistra e le forze riformiste europee.

Non basta che alcuni indicatori economici migliorino. Non basta dire che l’occupazione è cresciuta o che le disuguaglianze sono diminuite se una famiglia, quando arriva alla fine del mese, percepisce di essere più fragile; se un lavoratore teme la criminalità; se un giovane non vede davanti a sé un percorso di mobilità sociale.

La politica viene giudicata attraverso la vita quotidiana, non attraverso le statistiche.

Ed è proprio su questo terreno che una nuova destra sta conquistando spazio in diversi Paesi dell’America Latina.

Parlare semplicemente di “trumpizzazione”, tuttavia, sarebbe riduttivo. L’influenza di Donald Trump esiste ed è evidente nel linguaggio politico, nella centralità attribuita alla sicurezza, nell’attacco alle élite, nel conservatorismo culturale e nell’uso aggressivo dei social media. Ma Milei in Argentina, Bolsonaro in Brasile e le diverse destre latinoamericane non sono la stessa cosa.

Ciò che le accomuna è soprattutto la capacità di intercettare una domanda di protezione.

Protezione dalla criminalità. Protezione dall’inflazione e dalla perdita del potere d’acquisto. Protezione dalla precarietà. Protezione dalla paura del declino sociale. Persino protezione da un mondo che appare sempre più difficile da comprendere e governare.

È questo, forse, il vero cambiamento politico del nostro tempo.

Per oltre un secolo la sinistra ha rappresentato per milioni di persone la protezione sociale. Oggi una parte di quelle stesse persone cerca protezione altrove. E può persino votare per programmi economici liberisti se ritiene che chi li propone sappia garantire ordine, sicurezza, identità e possibilità di crescita.

Il voto, infatti, non si struttura più soltanto intorno alla tradizionale contrapposizione capitale-lavoro. Reddito, sicurezza, identità, immigrazione, appartenenza, paura del futuro e sfiducia nelle istituzioni si sovrappongono e producono nuove coalizioni elettorali.

È una lezione che riguarda direttamente anche l’Europa.

Le forze democratiche e riformiste commetterebbero un grave errore se rispondessero all’avanzata delle destre radicali limitandosi a denunciarne i pericoli. Devono certamente difendere lo Stato di diritto, le libertà, l’equilibrio dei poteri e la democrazia liberale. Ma devono contemporaneamente tornare a rispondere alle paure reali delle persone.

Sicurezza senza autoritarismo. Immigrazione governata senza xenofobia. Crescita senza abbandonare la giustizia sociale. Transizione ecologica senza scaricarne i costi sui più deboli. Identità senza nazionalismo. Protezione senza chiusura.

È probabilmente su questo terreno che si giocherà una parte importante della battaglia politica dei prossimi anni.

Il Brasile, dunque, non ci parla soltanto del Brasile.

Ci pone davanti a una domanda molto più scomoda: perché una parte dei ceti popolari non considera più la sinistra e i riformisti come la propria casa naturale?

Finché questa domanda resterà senza una risposta convincente, il vento che soffia sull’America Latina continuerà a farsi sentire anche dall’altra parte dell’Atlantico.