Economia

Iperammortamento, la revisione che rischia di frenare la transizione energetica delle imprese

16
Aprile 2026
Di Cesare Giraldi

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
La revisione dell’iperammortamento introdotta con la legge di bilancio 2026 riapre una questione cruciale per la politica industriale italiana: il rapporto tra incentivi fiscali, transizione ecologica e accesso delle imprese agli investimenti in efficienza energetica. Nella sua formulazione originaria, la misura rappresentava uno dei principali strumenti di accompagnamento alla modernizzazione produttiva, favorendo l’adozione di tecnologie avanzate e modelli finanziari innovativi come il Contratto di Prestazione Energetica (EPC). La logica era chiara: ridurre le barriere all’ingresso per gli investimenti green, consentendo alle imprese di aggiornare impianti e processi senza sostenere costi iniziali, grazie al ruolo di intermediari specializzati come le Energy Service Companies (ESCo). Con le modifiche introdotte, tuttavia, questo equilibrio rischia di incrinarsi. La soppressione dei riferimenti espliciti alle ESCo e agli interventi legati all’efficienza energetica non è soltanto un dettaglio tecnico, ma può produrre effetti sistemici, restringendo la platea dei soggetti che possono beneficiare degli incentivi e spostando il baricentro del sostegno fiscale sul solo utilizzatore finale del bene.

In un tessuto produttivo frammentato come quello italiano, questa scelta rischia di tradursi in un rallentamento degli investimenti proprio nei segmenti più esposti al costo dell’energia e meno dotati di capacità finanziaria autonoma. È in questo contesto che si inseriscono le preoccupazioni espresse da Assistal, l’Associazione di categoria che rappresenta, tra gli altri, il comparto delle ESCo all’interno del sistema Confindustria, e che legge la revisione normativa come un possibile indebolimento dell’intera filiera dell’efficienza energetica. Il punto non è tanto la difesa di un perimetro settoriale, quanto la tenuta di un modello che negli ultimi anni ha contribuito a diffondere tecnologie e competenze, favorendo una transizione energetica “dal basso”, costruita attraverso strumenti contrattuali e finanziari capaci di superare i vincoli di liquidità delle imprese.

L’eventuale creazione di un vuoto interpretativo – in cui i soggetti che progettano, finanziano e realizzano gli interventi non siano più chiaramente inclusi tra i beneficiari indiretti degli incentivi – potrebbe infatti ridurre l’efficacia complessiva della misura, trasformando un dispositivo pensato per attivare investimenti aggiuntivi in un incentivo meno accessibile e quindi meno incisivo. La questione si intreccia con un nodo più ampio: la coerenza delle politiche economiche rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione e competitività. In un contesto segnato da prezzi dell’energia strutturalmente elevati e da un ritardo nella diffusione delle rinnovabili, l’efficienza energetica rappresenta una delle leve più immediate per ridurre i costi e migliorare la produttività. Indebolire, anche indirettamente, gli strumenti che ne favoriscono la diffusione rischia di produrre un effetto controintuitivo, rallentando proprio quel processo di modernizzazione che la politica industriale dichiara di voler accelerare. Non a caso, la posizione espressa dal settore non si configura come una contrapposizione frontale, ma come una richiesta di chiarimento e di riallineamento normativo, nella consapevolezza che la transizione ecologica richiede stabilità, prevedibilità e inclusività degli strumenti.

Il caso dell’iperammortamento, letto attraverso la lente delle ESCo e delle osservazioni avanzate da Assistal, evidenzia come anche interventi apparentemente tecnici possano avere ricadute profonde sull’ecosistema degli investimenti e sulla capacità del sistema produttivo di adattarsi alle trasformazioni in atto. In gioco non c’è soltanto l’efficacia di una misura fiscale, ma la direzione complessiva della politica economica: se orientata a costruire filiere e abilitare processi, oppure a limitarsi a interventi più selettivi che rischiano di lasciare indietro proprio i soggetti più fragili.