Economia

Federchimica: produzione in calo del 3% nel 2026, allarme competitività

26
Ottobre 2026
Di Giampiero Cinelli

L’industria chimica italiana si prepara a chiudere il 2026 con una contrazione della produzione del 3%, in un contesto segnato dall’aumento dei costi energetici, dalla concorrenza internazionale e dalle difficoltà strutturali del sistema industriale europeo. A richiamare l’attenzione su questi rischi è stato Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, intervenuto a Milano all’Assemblea pubblica Dalla molecola al prodotto: la chimica all’origine dell’industria, davanti a oltre 650 imprenditori.

Il presidente ha sottolineato la necessità di rafforzare la capacità competitiva dell’Europa, valorizzando un mercato di 450 milioni di consumatori, una consistente disponibilità di risparmio e un patrimonio industriale nel quale la chimica occupa una posizione centrale. «L’industria è decisiva per l’Europa e la chimica lo è per l’industria».

Buzzella ha tuttavia lanciato un avvertimento sulle prospettive del settore: «Ma siamo davvero sull’orlo di una crisi esistenziale». Tra i fattori di maggiore criticità figurano il costo dell’energia e delle materie prime, il dumping cinese, le carenze infrastrutturali e il peso della regolamentazione.

La chimica italiana vale 60 miliardi, ma la produzione torna a diminuire

Con 60 miliardi di euro di fatturato e oltre 117mila occupati qualificati, la chimica rappresenta la quinta industria italiana. Il Paese è inoltre il terzo produttore europeo del settore, che registra esportazioni superiori a 40 miliardi di euro.

La struttura produttiva comprende grandi e medie imprese a controllo italiano ed estero, accanto a una presenza significativa di PMI. Il comparto contribuisce allo sviluppo economico, all’occupazione e alla ricerca, ma risulta particolarmente esposto alle tensioni geopolitiche per il suo utilizzo di gas e petrolio sia come fonti energetiche sia come materie prime.

Nei primi mesi del 2026, gli acquisti anticipati dei settori clienti, alimentati anche dal timore di interruzioni delle catene di fornitura, hanno temporaneamente sostenuto la produzione. Nella seconda parte dell’anno, invece, il peggioramento dello scenario internazionale e la debolezza della domanda hanno determinato una nuova fase di flessione.

Le previsioni indicano una riduzione della produzione del 3% nell’intero 2026, con possibili conseguenze anche nel 2027.

Concorrenza cinese, importazioni in forte crescita e sussidi pubblici

La pressione competitiva arriva soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Cina. I primi possono beneficiare di una forte posizione tecnologica e scientifica, di energia relativamente economica e di vincoli ambientali meno stringenti. La seconda rappresenta contemporaneamente un mercato di sbocco, un fornitore e un concorrente per l’industria europea.

Buzzella ha evidenziato il rapido aumento del peso cinese negli scambi commerciali della chimica italiana.

«Nel 2019 – avverte Buzzella – proveniva dalla Cina il 5% delle importazioni chimiche italiane, contro il 17% del 2025. In questo stesso lasso temporale le nostre esportazioni verso quel mercato sono aumentate del 20%, ma le importazioni sono cresciute del 410%. A ciò si aggiunge un vero e proprio dumping strutturale, con aiuti pubblici ricevuti dalle imprese cinesi tra le tre e le otto volte superiori rispetto a quelle dei Paesi dell’OCSE».

Secondo i dati illustrati da Federchimica, la Cina è passata in venticinque anni da circa un decimo a quasi la metà della produzione chimica mondiale. La chimica, insieme alla siderurgia, figura tra i settori che hanno maggiormente beneficiato dei sussidi pubblici cinesi.

La rilevanza strategica del comparto deriva anche dalla sua presenza nel 95% dei manufatti utilizzati in ambiti che spaziano dalla mobilità alla salute, dall’abbigliamento all’agroalimentare, fino alle costruzioni e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Il settore assume inoltre un ruolo centrale nell’approccio One Health, che considera interconnesse la salute umana, animale e vegetale, la qualità degli ecosistemi, l’alimentazione e le attività produttive. La chimica contribuisce infatti alla produzione di farmaci, dispositivi medicali, strumenti diagnostici e soluzioni per l’agricoltura e la sicurezza alimentare.

Energia ed Ets, costi crescenti per le imprese

Un altro ostacolo alla competitività riguarda il prezzo dell’energia. L’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica è aumentata dal 14% del 2021 al 18% del 2024 e potrebbe superare il 23%.

Il divario internazionale resta particolarmente marcato: secondo Federchimica, il gas in Europa può arrivare a costare fino a nove volte quello statunitense.

A questi oneri si aggiungono quelli connessi alle politiche climatiche europee. Tra costi diretti e indiretti del sistema di scambio delle quote di emissione, l’Ets, l’industria chimica italiana sostiene attualmente una spesa superiore a 600 milioni di euro all’anno, destinata a raggiungere 1,5 miliardi entro il 2030.

Buzzella ha richiamato anche le difficoltà della chimica europea, che tra il 2022 e il 2025 ha perso 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva, mentre gli investimenti in nuova capacità produttiva di prodotti chimici sono diminuiti del 90%.

«La transizione ecologica deve essere pragmatica, non ideologica».

Ricerca e innovazione, Federchimica chiede incentivi strutturali

Nonostante le difficoltà, l’industria chimica italiana continua a investire nell’innovazione. Le risorse destinate a ricerca e sviluppo ammontano a 600 milioni di euro, mentre sono oltre mille le imprese impegnate in attività di ricerca.

Per Federchimica è necessario rafforzare gli strumenti di sostegno, rendendoli accessibili anche alle imprese di minori dimensioni e valorizzando non soltanto i progetti più radicali, ma anche i miglioramenti progressivi dei processi e dei prodotti.

«È necessario potenziare gli incentivi alla ricerca attraverso strumenti accessibili anche per le Pmi e dedicati non solo all’innovazione radicale, ma anche a quella incrementale. Il credito d’imposta va rafforzato e reso strutturale allineandolo a standard europei».

La richiesta si inserisce in una più ampia sollecitazione alle istituzioni europee affinché le politiche ambientali e industriali tengano conto delle condizioni effettive della concorrenza internazionale.

«La transizione non si fa senza industria, è impossibile senza chimica e non si realizza facendo finta che la competizione di mercato non esista, a scapito di occupazione, benessere economico e sociale. Non chiediamo protezioni. Chiediamo di poter competere. Sappiamo farlo. Ma ad armi pari. La competitività non è un favore concesso alle imprese, è la condizione per finanziare il nostro modello sociale. Perché l’industria chimica non è il passato dell’Europa, è la condizione per il suo futuro».