Cultura

Stranger Things, il racconto dei traumi che non passano

03
Gennaio 2026
Di Ilaria Donatio

Stranger Things, serie di fantascienza distribuita da Netflix, è stata uno dei più grandi successi globali dell’ultimo decennio. Un fenomeno capace di attraversare generazioni diverse, di tenere insieme immaginario pop e racconto seriale, e di crescere nel tempo insieme ai suoi personaggi e al suo pubblico. Ora che la serie si è conclusa, vale la pena tornare a guardarla non solo per ciò che ha raccontato, ma per il tipo di esperienza che ha costruito.

Letteralmente, “cose più strane”, in Stranger Things troviamo cose: piccole, quotidiane, apparentemente normali. Eppure disturbanti, perché fuori asse. Il titolo indica uno scarto, una deviazione minima ma decisiva. È in quello spazio che prende forma l’uso della sci-fi, la science fiction.

Perché qui la fantascienza è un modo di raccontare cosa accade quando scienza, tecnologia e potere interferiscono con l’equilibrio umano. Esperimenti scientifici, laboratori governativi e dimensioni parallele rendono instabile il presente e ne mettono in evidenza le crepe. Il fantastico diventa un linguaggio per dare forma a ciò che è già successo e continua a produrre effetti.

Un laboratorio nascosto sotto una cittadina qualunque, esperimenti che generano danni invece di progresso, un’altra dimensione che replica il mondo conosciuto in forma corrotta. L’elemento straordinario entra senza annunci, come entrano le cose che feriscono davvero. Non esplode, filtra. Rende visibile ciò che normalmente resta indistinto.

Anche il successo della serie va letto in questa chiave. L’estetica anni Ottanta e la nostalgia hanno funzionato come soglia d’accesso, ma la tenuta narrativa sta altrove. Sta nell’uso della fantascienza come linguaggio emotivo, capace di raccontare perdita, paura e frattura senza bisogno di nominarle direttamente.

A distanza di anni dall’esordio, gli ultimi capitoli ci restituiscono quei bambini ormai cresciuti. I personaggi restano riconoscibili, così come gli attori che li interpretano, ma il tempo ha aggiunto spessore, fatica, conseguenze. Non c’è una metamorfosi, c’è una stratificazione. La serie segue questo movimento: si fa più cupa, più lenta, meno rassicurante. Come accade quando l’infanzia finisce e ciò che è successo continua a pesare.

Le cose più strane, allora, non sono i mostri. Sono il tempo che passa senza ricomporre tutto, i corpi che cambiano, le relazioni che si spostano, la minaccia che smette di essere esterna e diventa interna. Stranger Things scivola così dall’eccezione al dopo. Racconta ciò che resta quando un evento rompe l’equilibrio e non viene elaborato, ma semplicemente contenuto. È questa, in termini molto concreti, la definizione di un trauma.

Quando la fantascienza funziona davvero, costruisce immagini abitabili per ciò che non si risolve. In Stranger Things il trauma diventa paesaggio, il non detto prende forma, la ferita si trasforma in mondo. Le “cose più strane” non scompaiono. Si depositano. Restano sotto la superficie. E impariamo a viverci sopra.