Cultura

Ovale e musica: canzoni di rugby che ne hanno scritto la storia

29
Settembre 2023
Di Simone Zivillica

Il colore verde. Una palla ovale. Musica. Sì, anche le birre, tante birre. Una buona storia da raccontare – o ascoltare – sul ciglio di una scogliera cercando qualcosa all’orizzonte plumbeo. Questi gli ingredienti per una storia che non conosce confini tra gli elementi che la compongono. Una storia dove politica, sport, musica e cultura popolare si fondono per non separarsi mai. Si proverà, in questa sede, nell’impossibile tentativo di scrutarne le giunture per trovarne significati, nascosti o meno. D’altronde, l’inno è il canto del popolo per eccellenza, e sta proprio al rugby l’onore di aver portato la consuetudine di cantarlo prima di una sfida tra due nazionali. Nel 1905, infatti, il Galles ospitava gli All Blacks che, come sono soliti tutt’ora, inscenano la loro danza di preparazione alla battaglia, la celebre Haka. Per rispondere e non farsi sopraffare da quell’intimidazione, il giocatore gallese Teddy Morgan cominciò a cantare il loro inno, di solito relegato agli eventi militari e istituzionali. Lo seguirono dapprima i compagni di squadra, poi lo staff e quindi tutti i 40mila del pubblico. Quel gesto fu talmente storico che diede il via all’introduzione dell’inno prima dell’incontro di due squadre nazionali, non solo nel rugby, ma in tutti gli altri sport. Non si può non donare, quindi, un posto d’onore al rugby quando si parla di sport e musica popolare, inni in particolare.

Canti ovali, primordiali e popolari

Partiamo dalla fine. Il campionato mondiale di rugby è giunto alla metà della prima fase, quella a gironi, che ha già cominciato a regalare le sorprese che tutti gli appassionati volevano aspettarsi. Oltre i risultati sportivi come l’exploit delle Isole Fiji, la debacle dell’Australia, la rinascita spumeggiante del Galles, quella meno entusiasmante dell’Inghilterra e il percorso dell’Italia che lascia sperare in una qualificazione epocale, c’è stata la festa degli spalti, dei colori e delle voci.

Proprio Irlanda-Sud Africa ha regalato uno di quei momenti che rimarrà nella storia dello sport. Quasi come risposta al rituale canto della “bomb-squad” capitanata dal redivivo Siya Kholisi (rientrato in extremis dopo un brutto infortunio) sudafricana che entra in campo intonando un canto tradizionale sudafricano, a fine partita tutto lo stadio – o quasi – celebrava la vittoria di misura dell’Irlanda sgolandosi con la metrica impossibile di “Zombies” dei Cranberries, ormai inno non ufficiale dei tifosi verdi. La O’Riordan cantava della bomba esplosa a Warrington, in Inghilterra nella primavera del 1993 in un attendato dell’IRA, dove rimasero uccisi Jonathan Ball e Tim Parry. Nella loro biografia, i Cranberries confessano che la loro canzone più celebre non parlava in realtà dell’Irlanda del Nord, ma di due ragazzi uccisi a causa della situazione in Irlanda del Nord. A voler chiarire, quindi, che l’obiettivo del grido di dolore è rivolto verso la violenza e la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti in genere, piuttosto che verso la situazione particolare dell’indipendentismo nord-irlandese. Tant’è che versi di questa canzone vivono in citazioni dentro altrettanto celebri altre canzoni, come “Sunday Bloody Sunday” degli U2, che racconta, invece, di una manifestazione nella cittadina nord-irlandese di Derry nel 1972, quando la polizia inglese sparò sulla folla provocando la morte di 14 persone e ferendone altrettante.

Il coro di “Zombies” dei Cranberries dagli spalti di Parigi dopo la vittoria dell’Irlanda sul Sud Africa

Tornando a sabato scorso, a voler parafrasare forzatamente il canto esploso a fine partita contro il Sud Africa, vi si potrebbe leggere l’opera, monumentale, dell’aver disinnescato – stavolta sì – le bombe (bomb squad) della squadra avversaria, in un match di memorabile intensità. Rimarrà, quel canto, uno splendido omaggio, comunque sia, alla sempre troppo poco ricordata Dolores O’Riordan, scomparsa prematuramente ormai 5 anni fa. A togliere quell’amaro che proprio stona in una vittoria del genere, ci pensano le note e le parole di un altro grande andatosene troppo preso, Freddy Mercury. Peter O’Mahoney, capitano dell’Irlanda, infatti, non ha temuto di farsi riprendere, sfinito ma al settimo cielo, a cantare “I am a satellite I’m out of control” nel giro d’onore a fine partita. Non avrà la carica emotiva e politica della prima, ma di carica, evidentemente, ne dà tanta. A dimostrazione, una volta ancora, che musica e sport vogliono e devono stare insieme in un connubio tanto affascinante quanto necessario.

Maori non ammessi nei campi di Athenry

Sempre gli irlandesi, infine, non troppo tempo fa, si sono resi protagonisti di una doppia vittoria – sul tabellino e sugli spalti – nel match vinto contro i neozelandesi nel novembre dell’anno scorso. Come di consueto gli All Blacks inscenano la loro Haka, per l’occasione scelgono la più veemente, quella dedicata alle sfide più dure – sanno che davanti hanno probabilmente la migliore squadra del mondo, che di lì a poco dimostrerà di esserlo – la “Kapa o Pango”. Nella seconda parte, quando la gestualità e la mimica dei tutti neri cominciano a farsi sempre più impetuose, dagli spalti si alza un coro che cresce costante fino a sovrastare completamente le grida dei Maori e non, che continuano ma rimangono privati della voce. Il canto è il celebre “The Fields of Athenry”, canto popolare irlandese. Celeberrima canzone popolare irlandese, appunto, degli anni settanta che racconta della grande carestia che l’isola ha sofferto a metà ottocento. Parla di un dialogo tra un giovane e la sua amata, ascoltato dall’interno della cella da un detenuto: il giovane dovrà abbandonare la donna perché sarà mandato in prigione in Australia per aver rubato del cibo per la sua famiglia. Un inno a una pagina dura della storia d’Irlanda, che fa dello spirito tenace e resiliente del popolo irlandese il suo motivo. Proprio per questo viene intonato durante molte manifestazioni sportive, rugby su tutte visto che in Irlanda è praticamente sport nazionale. Ancor di più dopo quella vittoria contro i mostri sacri degli All Blacks, quando il popolo verde non ha aspettato la vittoria o un momento difficile per cantarla, ma l’ha fatto prima dell’inizio, per affondare al principio le speranze neozelandesi di prevalere, proprio come, forse, avrebbe voluto fare quella ragazza alla vista della nave che trasportava il suo amato in una prigione d’oltremare. Stavolta i Campi di Athenry sono rigogliosi e ci rimarranno a lungo.

L’incredibile risposta dei supporter irlandesi all’Haka neozelandese

Sotto una sola bandiera

Rimanendo ancorati al gancio delle profonde divisioni tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, tra unionisti e separatisti, tra protestanti e cattolici, il rugby irlandese ha dato un esempio di come ci si possa unire anche sotto, appunto, quasi invalicabili differenze. Nello stesso anno della consacrazione di Nelson Mandela e della sua nazionale di rugby finalmente multietnica con il primo giocatore nero (Chester Williams), il 1995 vide un evento di simile peso politico. La Federazione di rugby irlandese commissionò un inno che la nazionale – che, appunto, gioca unita tra Irlanda del Nord e Repubblica irlandese – avrebbe cantato quando in trasferta e che avrebbe seguito quello della Repubblica quando si sarebbe giocato in casa. Questo è avvenuto per dare una soluzione a un problema nato durante la coppa del mondo precedente, quella del 1987. Quando si giocava a Dublino, appunto, l’inno era quello della nazione che ospitava l’evento, quindi quello della Repubblica irlandese, ossia “Amhrán na bhFiann” (“Land of my fathers”), mentre quando i verdi giocavano in trasferta la loro performance non era preceduta da alcun inno, solo dal silenzio (anche visto il tentativo goffo nella partita inaugurale del mondiale dell’87 quando si provò a sostituire il mancante inno con una ballata popolare irlandese, “The rose of Tralee”, recuperata da una miusicassetta di uno dei giocatori). Dal ’95 in poi, l’Irlanda, quindi, del rugby è una sola e anche se a volte alcuni giocatori non cantano questo quell’inno, l’immagine è quella dell’unione e del rispetto per le differenze, soprattutto quelle interne.

L’inno irlandese “Shoulder to Shoulder” a questi mondiali di rugby

Indipendenza scozzese nella melma

Non si può non chiudere una trattazione sul rugby, le sue musiche – e quindi i suoi inni più celebri – con due tra i casi più eclatanti che legano i canti popolari, la storia di due paesi e la loro storia intimamente interconnessa. Il rapporto tra Inghilterra e Scozia, è inutile negarlo, è di forte divisioni che raccontano di un’unione forzata da battaglie dure e lunghe nei secoli. Tutt’oggi sono divise in teoria e unite in pratica: basti pensare alla Brexit, tanto voluta dagli inglesi e così osteggiata – inutilmente – dagli scozzesi, tanto da aver a più riprese minacciato un ulteriore referendum per rientrare nella porta d’Europa.

Sui campi di rugby, sacralmente il Murrayfield Stadium di Edimburgo e Twickenham di Londra, la sfida è, a fasi alterne, dominata dalle cornamuse del primo o dalle rose rosse del secondo. Sugli spalti, la battaglia è sempre tanto aspra quanto in campo, sempre rimanendo nell’alveo dei canti popolari per sostenere la propria nazionale. Gli scozzesi da un’epoca abbastanza recente – dal 2006 – hanno il proprio “Flower of Scotland” come inno ufficiale, una canzone composta nel 1960. Il testo è quanto di più inviso alla corona potrebbe racchiudersi in un canto. Si parla, infatti, della battaglia di Bannockburn del 1314 nella prima guerra d’indipendenza scozzese, quando gli scozzesi regolarono l’esercito inglese di Edoardo II con una strategia geniale, celebrata anche nel film “The King”: Re Robert Bruce costrinse le decisamente più numerose truppe inglesi alla battaglia nella zona paludosa e alluvionale di Bannockburn, dove le decine di migliaia di fanti e cavalieri si ritrovarono impantanati e facilmente bersaglio degli scozzesi. Nei versi di “Flower of Scotland”, si fa esplicito consiglio a Re Edoardo di pensarci una volta ancora, prima di tornare in Scozia, tra lo sberleffo e la dimostrazione di intelligenza tattica. Il canto, come si può immaginare, è ben traslabile sulle battaglie sportive della nazionale scozzese. Se ci si aggiunge che viene intonato per metà dagli 80mila del Murrayfield e dalla cornamusa sul tetto dello stadio e per metà a cappella dai soli spettatori e giocatori, l’effetto è quello di uno dei momenti di musica nello sport più alti che si possano vivere.

Una stupenda esecuzione di “Flower of Scotland”

Orgoglio british nel carro d’orato

L’Inghilterra risponde con il suo classico e ben rodato God Save the Queen – pardon the King. Molto auilco e decisamente british, ma sicuramente meno coinvolgente del canto degli Scots. Recuperano, però, con il canto da stadio per eccellenza, il celebre “Swing Low Sweet, Chariot”. Una ballata popolare che culla la nazionale inglese nei momenti più duri, spronandola a tornare a dominare l’avversario, o nei momenti di gioia per la conquista avvenuta. Quando parte con le sue note basse, è sempre un balsamo per orecchie e stomaco. Si fa temere e, necessariamente, coinvolge. Tuttavia, come molte delle cose che vengono da altre epoche (questa ballata è del 1909), anche “Swing Low Sweet, Chariot” è stato investito dal fenomeno della cancel culture: la star ovale londinese Maro Itoje ha dichiarato pubblicamente di non voler più cantare quest’inno ufficioso della sua nazionale. Il motivo è da ricercarsi nel contesto razziale che vede nel ritornello uno schiavo afroamericano cercare conforto nell’aldilà in quanto gli era stato impossibile in vita, al pari del profeta Elia, il quale avrebbe raggiunto il Paradiso trasportato da un carro.

Anche qui gli All Blacks hanno dovuto fronteggiare il canto di casa “Swing Low, Sweet Chariot”, che li ha letteralmente sovrastati

S’è desta

Stasera l’Italia incontrerà gli All Blacks, la loro Haka, la loro voglia di tornare a far paura e di rimettere i puntini su tutte le “i” perse per strada finora. Al varco incontrano la migliore nazionale azzurra da molti anni. Noi incontriamo, probabilmente, la peggiore nazionale tutta nera degli ultimi anni, non nei nomi che sono sempre altisonanti, ma certamente nei risultati poco lusinghieri e nel gioco non arioso cui ci hanno abituato. Le statistiche sono impietose per la nostra nazionale, per provare a sognare, stasera dalle 21:00 allo stadio di Lione servirà necessariamente tanto cuore, tanta fiducia nei propri mezzi e tanta voglia di riuscire in un qualcosa che non è riuscito a nessuno finora: lasciare i neozelandesi fuori dai quarti di finale di un mondiale di rugby. Le imprese sportive sono entusiasmanti proprio perché sono impossibili sulla carta, la verità la dice sempre e solo il campo. A volta, anche gli spalti. Una piccolissima percentuale, infatti, della possibilità di successo sarà nella capacità di sostenere questo gruppo con tutta la voce che i fortunati che hanno trovato il biglietto potranno avere in gola. Magari intonando in loop il nostro unico, ma storico e antico canto di vittoria: l’Inno di Mameli sarà la nostra risposta all’Haka neozelandese, è sopravvissuto a battaglie peggiori, non si può che rendergli omaggio credendo nei suoi versi. “Stringiamoci a Coorte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”.

L’Italia s’è desta

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