Cultura

Letizia Giorgianni: «Ecco come voglio rivoluzionare le adozioni»

02
Ottobre 2023
Di Alessandro Caruso

In molti la ricordano per le sue battaglie contro il decreto cosiddetto “Salvabanche” e per aver difeso gli interessi delle famiglie colpite dal fallimento di Banca Etruria. La deputata senese di Fratelli d’Italia Letizia Giorgianni però ha riversato la sua verve da pasionaria anche in un altro tema, che la interessa perché, in modo diverso, anche questo riguarda alcune ingiustizie: quello delle adozioni. La sua proposta di legge infatti potrebbe andare a sviluppare meglio alcuni principi dell’attuale normativa, che ad oggi non ha prodotto i risultati sperati.

Come nasce la sua proposta di legge sulle adozioni?
«Dato il mio forte interesse per i temi sociali e le condizioni dei più piccoli, nella mia attività sul territorio mi sono regolarmente trovata di fronte a due scenari apparentemente contrastanti: tantissimi bambini nati qui, che crescono e diventano adulti in istituti e case-famiglia, o quando va bene con affidamenti a famiglie rinnovati nel tempo; e tantissime famiglie che vorrebbero poter adottare anche bambini italiani e non ci riescono. Anzi, ormai per disperazione rinunciano in partenza, rivolgendosi all’adozione internazionale che ha costi decisamente elevati e non è certo un iter leggero, ma almeno garantisce una ragionevole opportunità  di riuscita».

Due situazione che sembrano fatte per incontrarsi…
«Ma da decenni non ci riescono. Ho voluto scartare le dietrologie più spicciole: l’alimentazione del circuito di assistenza in istituti e l’incentivazione dell’adozione internazionale, che comporta passaggi economicamente spesso molto impegnativi e che coinvolgono associazioni ed enti in posizioni cruciali per accompagnarne l’iter. Magari c’è un pezzo di verità in questo, ma non è mio costume puntare il dito anziché immaginare soluzioni. Quindi ho individuato una ragione oggettiva».

E qual è?
«La legge 149 del 2001 ha sancito il diritto del minore di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia, specificando in particolare che non possono essere le condizioni di indigenza economica della famiglia a spezzare questo legame ledendo tale diritto. Nessuno può dirsi contrario a questo principio, che è anche coerente con i miei valori. La questione è quando la cura genitoriale è comunque assente o, anche in condizioni economiche difficili, la storia familiare concreta indica che l’indigenza è solo una tra le tante ragioni che minano il sacrosanto diritto del minore alla propria famiglia, e non quella più grave. Come sempre, quando ci si trova di fronte a comportamenti che stridono fortemente con i principi, e cioè per difendere il diritto a rimanere nella propria famiglia moltissimi bambini finiscono per crescere senza nessuna famiglia, occorre fermarsi a riflettere se non vi sia una maniera migliore di contemperare diritti e bisogni».

Il sistema attuale, però, non nasconde alcune criticità.
«Una è che la domanda di adozione, non dando luogo oggi a una più semplice dichiarazione di disponibilità ad affidamento e adozione riconosciuta in base ai requisiti dei richiedenti, ed esigendo una ripetizione dell’iter in caso di superamento del termine di tre anni, rende necessariamente logorante la prospettiva di un’effettiva adozione e mantiene troppo slegati affidamento e adozione. L’altra è che, se non si impone una regola che determini un freno alla reiterazione indefinita dell’affidamento, non possiamo contemperare in modo efficace il diritto del minore di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia con il diritto di raggiungere in un lasso di tempo ragionevole la situazione di stabilità familiare fondamentale per il suo sviluppo. Se le procedure per accertare il recupero dei requisiti per la famiglia d’origine sono talmente farraginose e scritte per garantire che, anche di fronte a omissioni plateali rispetto al procedimento, al limite della negligenza, la concessione alla famiglia naturale di traccheggiare faccia sempre premio sul diritto del minore alla stabilità affettiva e a una famiglia, non va bene. Del resto l’affido, anche ai termini di diritto attuali, occorre nella situazione di un minore che si trovi “temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo” ad assicurargli il mantenimento, l’istruzione e l’educazione mediante inserimento temporaneo dello stesso, preferibilmente presso una famiglia. Ma l’affidamento dei minori in difficoltà familiare troppo spesso non rappresenta una soluzione temporanea, come invece dovrebbe essere, con la conseguenza che non si raggiunge mai, per quel minore, la situazione di stabilità familiare fondamentale per il suo sviluppo: oltre il 60 per cento di questi minori è posto in affidamento da oltre due anni e questo accade almeno dalla fine degli anni 1990».

In cosa consiste la sua idea?
«La mia idea per trasformare in senso virtuoso l’affidamento è di abbattere il muro tra affidamento e adozione, affinché sia possibile uno scorrimento più naturale dalla condizione di famiglia affidataria a quella adottiva, quando ciò rispecchia in modo verificabile, sentendo anche attentamente il minore, la spontanea evoluzione dell’affettività e della formazione di ruoli riconosciuti dal minore, ovviamente nella tutela assoluta dello stesso».

Nella sua proposta di legge introduce una regolamentazione del concetto di temporaneità dell’affido. Ce lo può spiegare?
«In realtà la temporaneità è relativa alla procedura e ha come fine quello di salvaguardare, per quanto possibile, il legame naturale della famiglia biologica, ma non sino al punto di sacrificare tutto il periodo dell’infanzia e della prima adolescenza in attesa che si risolva una situazione che moltissime volte risulta non rimediabile. Vorrei introdurre la possibilità di affidamento anche per persone singole legate da vincoli di parentela con l’adottando, e prevedere che la famiglia affidataria (che verrà scelta con gli stessi criteri previsti per la adozione) possa diventare la famiglia adottiva, evitando che il minore passi come un pacco, e per ragioni più burocratiche che psico-affettive, da una famiglia affidataria ad una diversa famiglia adottiva, e accorciando i lunghissimi tempi per la adozione. Così facendo, a me non sembra di penalizzare l’affido, ma anzi di promuoverne la concreta capacità di preludere, al sussistere delle appropriate condizioni e con il massimo ascolto del minore, a qualcosa di più stabile, sempre che non si verifichino le auspicabili condizioni per un ricongiungimento con la famiglia d’origine. Desidero affiancare alla priorità del recupero del legame con la propria famiglia il principio del superiore interesse del minore e il diritto di bambini e degli adolescenti a vivere e a crescere in famiglia. Questo vale a maggior ragione quando la posta in gioco è quella di evitare che trascorrano la maggior parte dell’infanzia e dell’adolescenza in un istituto».

Lei si sofferma molto anche sul tema dell’ascolto. Perché?
«Anzitutto sul piano pratico, non riesco a vedere nulla di più determinante del punto di vista del minore, per decidere se una certa cornice affettiva meriti di trasformarsi in una famiglia. Sul piano dei principi, poi, ascoltare i bambini e i ragazzi significa dare attuazione a un diritto e non a un diritto qualsiasi, bensì a un diritto sancito dalla Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, che prevede di dare “al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne”. Il diritto all’ascolto rappresenta un tassello fondamentale del principio del superiore interesse del minore sancito dall’articolo 3 della stessa Convenzione».

Come funziona in Italia?
«In Italia, nelle aule giudiziarie l’ascolto è previsto solo in caso di soggetti di età pari o superiore a dodici anni e mancano le modalità per una corretta messa in opera della procedura. Negli ultimi dieci anni sono state introdotte norme di procedura in questo senso, ma esse non hanno coperto tutti gli aspetti metodologici dell’audizione e pertanto, oggi come ieri, buona parte della metodologia è affidata alle prassi virtuose. Vorrei si facesse almeno un piccolo passo in più in questo senso».

La sua proposta introduce due princìpi cardine nella legislazione in materia di tutela dei minori: il principio del superiore interesse del minore e il diritto di bambini e degli adolescenti a vivere e a crescere in famiglia. In che modo?
«Ovviamente porre un termine temporale all’affidamento è un primo pilastro, in particolare dove prevediamo che il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni richieda comunque al Tribunale la dichiarazione di adottabilità quando risultino decorsi due anni dall’affidamento del minore in stato di abbandono presso comunità di tipo familiare o presso istituti di assistenza pubblici o privati. Ma ci sono altri due modi: rendere più spedite le procedure per la dichiarazione di adottabilità e ridurre le capacità della famiglia di origine di realizzare per semplice omissione o irreperibilità una sorta di ostruzione all’iter di adozione. È assolutamente giusto che la famiglia di origine sia messa in condizione di far valere tutte le proprie ragioni, ma questo non può trasformarsi in una offerta di stratagemmi per traccheggiare tenendo in scacco lo Stato, né per congelare una situazione poco funzionale nella quale, intanto che il tempo passa, il minore cresce. Infine, c’è la sostituzione della domanda di adozione con una dichiarazione rinnovabile di disponibilità, che sottolinea come l’istituto dell’adozione non è una concessione dello Stato, ma risponde a un diritto del minore abbandonato».

Sulle famiglie che adottano sono previste delle novità sui requisiti?
«Come ho già detto, vi è un allargamento che introduce tra le figure potenzialmente affidatarie anche le persone singole legate da vincoli di parentela con l’adottando. C’è inoltre, sempre in tema di affidamento, uno snellimento significativo della iniziativa e della decisione in merito all’affido, al sussistere di condizioni oggettivamente rilevabili. Nell’ottica del mio disegno, che vede con favore la possibilità di una trasformazione dell’affidamento in adozione qualora ve ne siano le condizioni, questo ha un peso. Inoltre, cade l’esclusione contro coppie che abbiano attraversato nei precedenti tre anni una situazione separazione personale, anche solo di fatto. Sul merito sostanziale dei requisiti non vi sono modifiche, perché la mia visione è che siano state le procedure ad aver ostacolato le adozioni, non il sacrosanto e accurato accertamento dell’idoneità di chi si propone di adottare. Anzi, far collimare i requisiti per affidamento e adozione è utile proprio per rendere più spedito il passaggio, se esso si dimostra coerente con l’interesse del minore».

Qual è il modello europeo di legislazione in materia a cui lei si ispira?
«Nessun modello straniero ha influito sulla mia iniziativa, che è volta a intervenire con un’ottica pragmatica su ciò che non sta funzionando da decenni qui da noi. L’Italia è considerata un modello per quanto riguarda le adozioni internazionali, e ne siamo molto lieti. Ci sono idee buone dappertutto, ma una comparazione tra le adozioni interne è più problematica. Ogni sistema ha le proprie criticità, di recente acuite dal fatto che in molti contesti quello dell’adozione è diventato un terreno dove piantare (o trapiantare, dal resto del diritto di famiglia) bandierine ideologiche in relazione ai modelli di famiglia che si vorrebbero affermare. Secondo me in questo campo dovrebbe essere moralmente proibito fare prevalere lo scontro ideologico tra adulti sui diritti e i bisogni dei bambini. Il coinvolgimento decisionale dell’adottando, che vi è in alcune nazioni, è interessante, così come la divisione tra adozione semplice e adozione piena (o definitiva) delle nazioni francofone può farci ragionare su una maniera flessibile di gestire il rapporto con le famiglie naturali di origine senza pregiudicare la necessità di un contesto familiare stabile e funzionale».

Ha lavorato già ad alcune convergenze in Parlamento per la condivisione dei principi introdotti nella sua proposta di legge?
«Non ancora, almeno non al di fuori dei confini del mio Gruppo. La mia speranza è che ci sia concretezza. La mia è il contrario di una legge-manifesto e non serve ad affermare le opinioni sulla famiglia mie o di Fratelli d’Italia, ma a rivedere un congegno legislativo che così com’è non riesce a impedire il moltiplicarsi di casi in cui bambini e ragazzi conducono infanzie di una qualità affettiva e sociale inferiore a quella che sarebbe piuttosto facile garantir loro. E non dimentichiamo che un bambino spiazzato e confuso circa la “base sicura” su cui far sviluppare la sua personalità, farà molta più fatica a sbocciare in un adulto sereno e fiducioso nei propri mezzi».

Qual è il principale scoglio politico in materia di adozioni?
«Guardando indietro, sembra poco comprensibile come possa esistere uno scoglio politico su questo. Il mio timore è che si voglia fare dell’adozione un tassello per affermare un disegno di valori complessivi circa come la società dovrebbe concepire la famiglia. Per questo dico a tutti i colleghi di tutte le forze politiche: facciamo un pezzo di strada insieme per migliorare la situazione attuale, e semmai dividiamoci dopo su modifiche ulteriori. Sarebbe drammatico se si ostacolasse una riforma così pragmatica e poco ideologica perché non si accetta di intervenire sulla materia senza la garanzia di portare a casa una bandierina ideologica da sventolare presso il proprio pubblico. Le istituzioni rappresentative come il Parlamento servono a questo, soprattutto: a tenere al riparo le decisioni che incidono sul benessere fondamentale dei cittadini, specie i più fragili, dalle esigenze polemiche della “politica dell’identità” che infiammano le campagne elettorali – con conseguenze di cui già Platone vedeva i pericoli per la comunità. Altrimenti il Costituente avrebbe sostituito al Parlamento la campagna elettorale permanente».