Cultura

La bolla mediatica-istituzionale perde il suo social

04
Aprile 2023
Di Axel Donzelli

Per anni gli addetti ai lavori del giornalismo e della politica, e tutto il mondo che gli gravita attorno, hanno sempre tenuto a sottolineare che “il loro social preferito” fosse Twitter. Rapido, immediato, spesso caustico. È sempre stato un social complesso per impression e visualizzazioni. Senza generalizzare, chi riusciva a spiccare con impegno e costanza, riuscendo a infoltire il proprio seguito, si ammantava di quell’aura da influencer, di quelli che hanno qualcosa da dire e non da mostrare. È un pò la ZTL degli influencer.

Poi è arrivato lui, il tecno-miliardario, che per capriccio o tigna decide di acquistare per la modica cifra di 44 miliardi di dollari (io avrei optato per un’isola, ma sono gusti), il social dell’uccellino blu. Ma come monetizzare un social storicamente in perdita? Destrutturandolo e ricomponendolo, con l’obiettivo di renderlo più efficiente finanziariamente. 

Una delle cose che lo ha sempre distinto è stata la famosa spunta (o bollino) blu.

Comparsa per la prima volta su Twitter nel 2009 (solo nel 2014 arriva su Instagram), la spunta blu aveva lo scopo di testimoniare l’autenticità di account aziendali e personaggi pubblici di rilievo, ma soprattutto era un processo gratuito per ogni account che soddisfaceva requisiti specifici, uno dei quali riguardava la creazione di contenuti rilevanti.

In sostanza conferiva al profilo uno status speciale. 

Tutto questo ha iniziato a cambiare da quando Musk ha deciso di “vendere” questo privilegio alla massa. Con solo 8$ al mese si “acquista” l’impressione che quanto si scrive abbia un peso diverso. 

A partire da sabato tutti gli account Twitter si sono trovati orfani della loro spunta blu, che potranno riottenere solo dietro abbonamento. Questo vuol dire perdere il privilegio di emergere, in quanto solo chi paga potrà godere di alcune funzionalità esclusive, tra cui quella di una maggiore visibilità. 

L’aspetto più controverso è che tutto ciò renderà più difficile per la maggior parte degli utenti discernere persone reali da account fasulli o semplicemente da mitomani. Al contempo ci saranno account di persone note o di istituzioni che decideranno di non pagare un abbonamento, il che li penalizzerà sia in termini  di visibilità, ma anche di essere confuse con account fake. 

Sta di fatto che ci sono profili che hanno già dichiarato che non saranno disposti a pagare, certamente più per una questione di principio che di capacità economica. In questi giorni ad esempio il New York Times, con i suoi 55 milioni di follower, ha dichiarato che non avrebbe pagato per la spunta blu per i suoi account istituzionali, incluso @nytimes, e che non avrebbe rimborsato i propri giornalisti per un abbonamento per il badge blu. 

Stesso discorso vale per la Casa Bianca, che in una mail ufficiale inviata al personale dal direttore della strategia digitale Rob Flaherty, si esplicita: «Ci risulta che Twitter Blue non fornisca la verifica a livello di persona come servizio. Pertanto, un segno di spunta blu ora servirà semplicemente come verifica che l’account è un utente a pagamento». In poche parole, i membri dello staff della Casa Bianca se vogliono il bollino blu, dovranno pagarselo da soli. 

Il destino di Twitter resta poco chiaro, molti profili del mondo dei media e della politica, anche in Italia, si stanno spostando su altri social. In particolare si nota un proliferare di account molto più attivi su Linkedin, vuoi perché resta – rispetto ad altri social media – ancora un luogo più sicuro e meno esposto ad attacchi, vuoi perché l’algoritmo consente di essere molto più visibile anche se non si paga. 

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