Cultura
“Elena del ghetto”, il cinema entra nelle istituzioni: produzione, memoria e responsabilità civile alla Camera
Di Beatrice Telesio di Toritto
Si è svolta lunedì 26 gennaio alla Camera dei Deputati un’iniziativa promossa dal deputato Gimmi Cangiano che, alla vigilia del Giorno della Memoria, ha portato il cinema dentro le istituzioni come strumento di riflessione civile e responsabilità democratica. In Sala della Regina è stato proiettato «Elena del ghetto», il film prodotto da Titanus Production, una delle case di produzione storiche del cinema italiano, insieme a Masi Film e Rai Cinema, che racconta la storia di Elena Di Porto, donna ebrea romana che tra il 1938 e il 1943 ebbe il coraggio di opporsi al fascismo e di lanciare un allarme rimasto inascoltato alla vigilia del rastrellamento del 16 ottobre. Una scelta che affida all’arte e al linguaggio cinematografico il compito di tenere viva la memoria non come rituale, ma come coscienza attiva del presente, capace di interrogare il tempo in cui viviamo.
Nel corso dell’evento è emersa con forza la necessità di preservare il senso profondo del Giorno della Memoria, come ha sottolineato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ricordando che «il Giorno della Memoria ricorda una tragedia senza paragoni, da preservare da ogni distorsione», perché solo riconoscendo l’unicità assoluta di quell’abisso la memoria può continuare a essere un presidio morale e democratico. Sul valore istituzionale dell’operazione culturale è intervenuto anche il presidente della Commissione Cultura Federico Mollicone, che ha ribadito come «raccontare Elena Di Porto significhi restituire verità storica e ricordare l’abisso della Shoah», sottolineando il dovere delle istituzioni di sostenere un cinema capace di riportare alla luce figure rimaste troppo a lungo ai margini di una narrazione incompleta o deformata.
Al centro della riflessione anche il ruolo del cinema come linguaggio civile, evidenziato da Gimmi Cangiano, promotore dell’iniziativa, secondo cui «il cinema vero trasforma la memoria in esperienza e diventa uno strumento di difesa civile», soprattutto in un contesto segnato dal riemergere di linguaggi d’odio e intolleranza che rendono il ricordo una responsabilità attuale e non una semplice commemorazione del passato.
Il legame tra memoria storica e presente è stato ulteriormente rafforzato dall’intervento del presidente della Comunità ebraica di Roma Victor Fadlun, che ha avvertito come «l’antisemitismo sia un rischio reale e la memoria imponga oggi responsabilità e chiarezza», perché ricordare la Shoah senza saper riconoscere e contrastare le nuove forme dell’odio significa svuotare il ricordo della sua funzione più profonda.
La dimensione del progetto è stata al centro dell’intervento di Maria Grazia Saccà, CEO di Titanus Production, che ha rivendicato la scelta di sostenere un film nato da una precisa assunzione di rischio culturale e imprenditoriale. «Il cinema unisce arte e industria e richiede ampio coraggio editoriale perché il risultato non è mai prevedibile», ha spiegato, ricordando come il lavoro del produttore non consista nel seguire il mercato o i presunti orientamenti del pubblico, ma nel tentativo di anticiparli. In questa prospettiva Elena del ghetto si colloca come un’operazione che rifiuta la logica del prodotto seriale per riaffermare la centralità del cinema come linguaggio autonomo, capace di generare valore culturale anche quando l’esito economico non è immediatamente misurabile. Una scelta che si inserisce nella tradizione di Titanus, storicamente legata a un cinema di racconto e di identità, e che riafferma il ruolo del produttore come mediatore tra libertà artistica e sostenibilità industriale.
A tenere poi insieme il piano storico, culturale e artistico è anche lo sguardo del regista Stefano Casertano, che ha spiegato come «il cinema serva a riportare alla luce storie vere e scomode che rischiano di essere dimenticate», scegliendo di raccontare Elena Di Porto come una donna coerente e ribelle, modernissima rispetto al suo tempo, lontana da qualsiasi caricatura.
A incarnare infine questa complessità sullo schermo è l’interpretazione di Micaela Ramazzotti, che ha restituito un personaggio libero da stereotipi ricordando come «Elena fosse una donna ribelle e senza odio, incapace di restare indifferente all’ingiustizia», una figura che agisce senza calcolo e che paga in prima persona il prezzo della propria libertà.
Elena del ghetto si colloca così in uno spazio che va oltre il racconto cinematografico e interroga direttamente le istituzioni e il tempo presente. Portare questa storia alla Camera dei Deputati significa riconoscere al cinema una funzione pubblica, capace di trasformare la memoria storica in responsabilità democratica. Non una commemorazione rituale, ma un esercizio di consapevolezza che chiede di leggere il passato alla luce delle tensioni del presente. In questo senso il film dimostra come il cinema possa ancora essere un linguaggio civile, capace di generare coscienza collettiva e di parlare alla società senza semplificazioni. Un cinema che non intrattiene soltanto, ma assume il rischio di farsi strumento di verità, memoria e impegno.
Le riprese e il montaggio a cura di Simone Zivillica.





