Cultura

Netanyahu tra amici e nemici: la comunicazione di un leader in guerra

29
Ottobre 2023
Di Marco Cossu

Da una parte noi, dall’altra loro. Quale occasione migliore di un conflitto per mettere a nudo le categorie amico/nemico tracciate da Carl Schmitt per definire l’essenza delle azioni di un politico? Una dicotomia che ci viene mostrata nella sua cruda ovvietà dalla comunicazione dei leader avvitati nella più esasperata dimensione della politica “continuata” con altri mezzi: la guerra. Una continuazione lo è anche per le narrazioni adottate in ore buie, con l’obiettivo sempre uguale di unire gli amici e dividere dai nemici. Alcuni la chiamano propaganda per disprezzare i contenuti e condannare la portata manipolatoria e menzognera, ma alla fine signore e signori sempre di comunicazione si tratta. E da Cesare a Churchill sino ad arrivare ad oggi, come qualsiasi messaggio politico, ha il suo canovaccio, un vocabolario e i suoi mezzi per raggiungere gli interlocutori.

Dalla guerra in Ucraina chi si occupa di parole ha imparato a farci di nuovo caso cercando di capire come i leader coinvolti comunicassero e sotto quali costrutti letterari la gente morisse. Zelensky, con la sua iperattività, ha inaugurato un nuovo modo di comunicare in guerra raccontando sui social in tempo reale tutto ciò che può riguardare un conflitto: dagli attacchi subiti agli obiettivi militari, dalla vita delle dei cittadini sotto le bombe allo stato delle truppe al fronte, dalle alleanze all’arrivo di nuove armi. Come ogni politico che si espone ha raggiunto il suo picco sino a raggiungere la saturazione del dibattito, “stancando” – come accade in altri contesti perché le regole sono le stesse – l’opinione pubblica. Il presidente ucraino ha comunicato da leader belligerante seguendo un registro linguistico specifico. Esistono parole per chi attacca e per chi si difende: Putin durante la sua dichiarazione di guerra l’ha chiamata “operazione speciale”, al fine di “denazificare” l’Ucraina, Zelensky da offeso l’ha chiamata da subito guerra. Senza entrare nel merito, chi provoca un conflitto fonda sempre la ragione dell’attacco sul ripristino o sul raggiungimento della giustizia. Nemmeno il più sanguinario degli autocrati può fare a meno infatti del consenso per muovere il proprio popolo verso un conflitto chiamato guerra. Chi si difende ha invece dalla sua tutte le ragioni per resistere in qualità di vittima ed è sempre una guerra quella che si ha di fronte.      

Dall’attacco del 7 ottobre di Hamas su Israele, Benjamin Netanyahu è un nuovo leader in guerra, nel foro come sui social. Ha messo da parte le questioni di politica interna adattando la sua comunicazione ad un nuovo scenario. Ha parlato solo due volte in conferenza stampa, la prima il 7 ottobre, la seconda il 28, il resto della comunicazione è affidata direttamente ai post pubblicati sui social. I messaggi del primo ministro israeliano sono tutti orientati al conflitto: aggiorna i follower sulle riunioni di Gabinetto, ringrazia i suoi corrispettivi stranieri per il sostegno e la solidarietà, diffonde materiale di intelligence sull’attacco, si mostra vicino all’esercito, elenca i nuovi obiettivi della nazione: eliminare le forze ostili infiltrate nel territorio israeliano e ripristinare la sicurezza; esigere un prezzo immenso dal nemico anche nella Striscia di Gaza; rafforzare gli altri fronti affinché nessuno si unisca al fronte nemico; liberare gli ostaggi. L’obiettivo più alto è la vittoria da raggiungere grazie all’unione di tutte le forze politiche israeliane. La battaglia è lunga, lo fa presente e l’unità del popolo israeliano è il presupposto per il raggiungimento del fine. Come nella strategia militare, anche nella comunicazione Netanyahu mantiene un livello alto di tensione, è la minaccia dell’invasione di terra, della guerra porta a porta per le strade di Gaza, dell’estensione delle operazioni che non si limiteranno più a bombardamenti e blitz. La conferenza stampa del 28 ottobre è un probabile giro di boa «il momento della verità: vincere o cessare di esistere. Vogliamo restituire agli assassini quello che hanno fatto».

L’annuncio dell’attacco è stato affidato ad un breve messaggio video della durata di 49 secondi accompagnato dalla caption «siamo in guerra». Si tratta del più grande attacco che Israele subisce sul proprio territorio. Bibi definisce da subito “il loro”: «il nemico» è Hamas che «pagherà un prezzo che non ha mai conosciuto». Chi sono loro? È uno schieramento bandito non una forza regolare, senza terra né stato. Sono terroristi. È il «nemico abominevole, bestie umane che celebrano l’assassinio di donne, bambini e anziani». Chi è Hamas? È un richiamo ai grandi frame del male. Hamas è l’Isis, è una nuova versione del nazismo, e proprio come «il mondo si è unito per sconfiggere i nazisti e l’Isis, così il mondo deve unirsi per sconfiggere Hamas». È l’appello alle altre nazioni, “amico” è chi sta da questa parte e ci aiuta a perseguire il nostro obiettivo – la prima l’America di Biden ringraziata e citata più volte – nemici gli altri. Hamas fa parte «dell’asse del male formato da Iran, Hezbollah e i loro seguaci. Il loro desiderio è distruggere lo Stato di Israele e ucciderci tutti» e aggiunge «vogliono riportare il Medio Oriente nell’abisso del fanatismo barbarico del Medioevo, mentre noi vogliamo catapultare il Medio Oriente all’apice del progresso del 21° secolo».

Chi è il “noi”? Israele è «il popolo della luce» in lotta con «il popolo delle tenebre», la guerra è una lotta «tra umanità e animalità». L’eco della parole di Netanyahu è biblico, Dio è richiamato in più discorsi. La vittoria si raggiungerà «con Dio, con la forza di tutti noi, con la fede». Cita il libro Samuele, «“L’eternità di Israele non mentirà”. Durante il lungo viaggio del nostro popolo, questa promessa è stata pienamente mantenuta. Anche questa volta manteniamo la nostra promessa, perché la nazione di Israele vive». Per il primo ministro la guerra non è solo un regolamento di conti per il ripristino dell’ordine, è Israele che combatte «per tutta l’umanità», la vittoria del bene sul male.

Durante una guerra, dimensione della politica più estrema, l’ “amico” e il “nemico” affiorano nella loro purezza primordiale, la comunicazione del leader non fa altro che tracciare un solco tra il “noi” e il “loro”. Questo non ci dovrebbe stupire soprattutto nell’era della polarizzazione quando difficilmente, dai talk-show ai social network, si riesce a definire la controparte come un semplice avversario.