Cultura

Arte e animali misteriosi, viaggio nella storia per riscoprirla nel libro di Pavat

05
Gennaio 2026
Di Giampiero Cinelli

Secoli di storia ci hanno lasciato raffigurazioni rupestri, ritratti, mosaici che crediamo di poter decodificare grazie alle nostre conoscenze e soprattutto al lavoro degli studiosi. Abbiamo però finito per pensare che quasi tutto sia stato spiegato e stia al suo posto. Tra chi continua a fare ricerca storica, certe sicurezze non appaiono mai così radicate. Non tanto se si tratta di figure umane, piuttosto se invece volgiamo lo sguardo alle forme più diverse e specialmente a quelle animali. Ecco perché Giancarlo Pavat, esperto che lavora presso il museo storico nazionale della Guardia di Finanza, ha deciso di scrivere un libro dal titolo “Animali nell’arte che non dovrebbero esserci“. Il titolo già orienta il lettore in un viaggio dove si ragiona – e talvolta si mettono fortemente in dubbio – indicazioni relative ad animali raffigurati, i quali non possono appartenere alle relative epoche perché estinti o che non erano ancora conosciuti.

Ma ciò che davvero stupisce, e che Pavat accompagna nel comprendere, è che non sempre possiamo derubricare qualche animale a un falso, un aggiunta o a un’interpretazione errata. Ed è qui la la storia forse ancora riesce a svelare misteri. Per schiarirci le idee, abbiamo parlato con l’autore.

Nel libro lei mostra come molte presunte “prove” dell’esistenza di animali impossibili nell’arte – dai dinosauri del Kachina Bridge allo pterodattilo del Black Dragon Canyon – si rivelino frutto di pareidolia o manipolazione moderna. Qual è, secondo lei, il motivo per cui queste letture deformate continuano ad avere tanto successo, persino in ambienti scientifici?

«Cinelli buongiorno, grazie per l’interesse che sta mostrando. I motivi sono molteplici. Ma si tratta soprattutto di una profonda sfiducia nella scienza, quella che viene definita “ufficiale”. Molte persone, al di là del loro livello culturale, non credono più in ciò che viene raccontato  da docenti universitari, scienziati, ricercatori, percepiti come facenti parte o comunque dipendenti da un ipotetico establishment, un orwelliano “Grande Fratello”, che controlla tutto e tutti e divulga solo ciò che fa comodo o/e che non “disturba”, non rischia di mettere in crisi l’ordine costituito. È la “Teoria del complotto” portata a livelli estremi. Si vogliono “vedere” dinosauri tra i pittogrammi dei Nativi Americani, nonostante evidenze geologiche, paleontologiche (o più semplicemente il buon senso), ci dicono che non possono essere sopravvissuti milioni e milioni di anni dopo la loro scomparsa. E tutto ciò perché di ritiene che la scienza ufficiale sbaglia a prescindere. Inoltre ci sono motivazioni di ordine religioso. Gruppi di seguaci “creazionisti” cercano prove per dimostrare che la Storia dell’uomo e del nostro Pianeta si è svolta esattamente come riportato nei testi sacri. Questi ultimi non vengono letti come testi e narrazioni simboliche, allegoriche ma come manuali scientifici. Come quando non si va da un medico per curarsi ma dal mago o imbonitore da fiera di turno… È ovvio che la scienza sbaglia. Non esiste una “scienza esatta”. L’ha mirabilmente e ironicamente spiegato il professor Roberto Volterri, un docente universitario, archeologo, scienziato di larghissime vedute, nella prefazione del mio libro. Il progresso scientifico dell’uomo è fatto di alti e bassi, di errori, di clamorose cantonate, ma ciò non autorizza a negare la scienza tout court.  Si rischia di buttare via il bambino con tutta l’acqua sporca.

Infine, a mio modesto parere, esiste una ulteriore motivazione. Il fascino del mistero, dell’insoluto, che ci coglie tutti, prima o poi. Ed è giusto che sia così. La cosa più bella è innata che ha l’uomo è la curiosità di scoprire sempre cose nuove, di esplorare, di andare a vedere cosa c’è oltre quel torrente, al di là di quella catena di colline, o di quello specchio d’acqua. È così che siamo usciti dalle caverne e abbiamo dato il via alla nascita delle civiltà. Tutti vorremmo che nelle profondità marina si celassero chissà quali affascianti (e magari mostruose) creature. Forse ci sono. Forse un giorno le scopriremo. Forse no. Ma non è certamente “vedendo” dinosauri che non ci sono che possiamo soddisfare questa malia per il mistero e l’ignoto».

Nella sezione dedicata ai pappagalli fuori continente, dall’ara amazzonica agli uccelli di Federico II, lei documenta casi in cui la presenza animale è effettiva e storicamente plausibile. Che cosa ci dicono queste immagini sul livello degli scambi interculturali e sulle rotte di circolazione degli animali nell’antichità e nel Medioevo?

«Ci dicono che in diverse opere d’arte siano raffigurati animali di continenti che, per i manuali di storia e per pensiero “mainstream” non avrebbero dovuto essere noti agli artisti, è inequivocabile. Quindi, con buona pace di chi continua a raccontarci che gli antichi ritenevamo la Terra piatta, dobbiamo riconoscere che le conoscenze geografiche, i viaggi e i contratti commerciali erano molto più estesi di quello che si pensa. Tanto da riuscire a far arrivare vivo un pappagallo dall’Australia alla Corte sveva di Palermo. È un campo di ricerca relativamente nuovo, affascinante e dagli orizzonti sconfinati».

Lei insiste molto sul valore dell’arte come fonte storica alternativa, capace di restituire ciò che i documenti scritti spesso tacciono. Quali criteri devono guidare lo studioso quando usa una raffigurazione artistica per avanzare ipotesi storiche senza cadere nel rischio della sovra-interpretazione?

«Dobbiamo pensare che le opere d’arte sono come delle istantanee sui determinati periodi storici in cui sono state realizzate. Quindi a saper leggere l’opera d’arte possiamo acquisire un enorme bagaglio di informazioni, soprattutto laddove mancano i documenti scritti coevi. Non possono sostituire le fonti scritte tout court ma sono un ottimo ausilio. Ovviamente bisogna conoscere la “storia” di quella determinata opera d’arte. Chi sono gli artefici, i committenti, in quale temperie culturale è stata concepita e così via. Ecco, quindi, che determinati elementi e/o particolari,  presenti assumono una luce e un rilievo completamente diversi. Un esempio. Prima abbiamo nominato i pappagalli. Ebbene, se riconosco un determinato animale tipico di certo continente, l’America meridionale, soltanto sapendo (avendo studiato la “storia” di quell’artefatto) che quel mosaico precede di decenni la scoperta “ufficiale” delle Americhe, posso prendere la stessa opera come testimonianza di conoscenze e viaggi non riportati dall’ortodossia culturale. Certo, qualcuno potrebbe dire che il simpatico pappagallo è stato aggiunto dopo. Ma in questo caso l’onere della prova ce l’ha chi non vuole riconoscere l’evidenza. Chi non vuole seguire il sano principio del cosiddetto “Rasoio di Occam”, ovvero che la spiegazione più ovvia, è quasi certamente quella più veritiera in questo caso; che il pappagallo raffigurato è proprio un pappagallo amazzonico perché l’animale era noto in quanto qualcuno l’aveva riportato in Italia, avendo già effettuato diversi viaggi al di là dell’Atlantico, prima di quello dell’1492 di Cristoforo Colombo».

Nel libro c’è una tensione costante tra rigore scientifico e fascinazione del mistero. Dopo anni di ricerche su “animali che non dovrebbero esserci”, qual è l’episodio o la scoperta che più l’ha sorpresa personalmente e che, ancora oggi, rappresenta per lei un invito a continuare a guardare l’arte con spirito investigativo?

«Vorrei citarne almeno due. Il primo è la scoperta da parte di studenti finlandesi del pappagallo Cacatua nel capolavoro duecentesco di Federico II di Svevia, il De Arte Venandi Cum Avibus” (un trattato di ornitologia). Che conferma ulteriormente, se mai ce ne fosse stato bisogno, la grandezza dell’imperatore e Re di Sicilia, non a caso soprannominato “stupor mundi“. Ma pure ci fa capire quanto vaste fossero le conoscenze geografiche e soprattutto i contatti commerciali nel Medio Evo. Altro che “secoli bui”. Il secondo è la ricerca su un curioso animale raffigurato in un mosaico paleocristiano del IV secolo d.C. visibile nella Basilica di Aquileia in Friuli-Venezia Giulia. Al di là di quale animale si tratti realmente, reputo interessante la vicenda e la ricerca che ne è scaturita, perché ha coinvolto giovani e giovanissimi. E in un epoca di appiattimento e omologazione culturale, che dei giovani si siano appassionati a questo enigma e abbiano ragionato con il proprio cervello, formulando proprie e inedite ipotesi, beh, è qualcosa che fa ben sperare per il futuro».

In effetti il dossier sull’“okapi” nei mosaici di Aquileia è uno dei momenti più affascinanti del libro, perché resta un enigma aperto. Tra le tre ipotesi da lei valutate – okapi, quagga, asino nubiano – quale continua a convincerla di più oggi, e quali nuovi elementi potrebbero un giorno chiudere la questione?

«Si tratta proprio della ricerca di cui parlavo poc’anzi. Tutte e tre le ipotesi, Okapi, Quagga e Asino nubiano sono affascinanti. Ma anche in questo caso, pur essendo importante raggiungere un risultato, ancora più importante è la ricerca stessa. Perché ci permette di crescere sia culturalmente che dal punto di vista interiore. Imparare a ragionare con la propria testa, dopo essersi documentati, cercando sempre più fonti, è un modo per imparare a non farsi plagiare anche nella vita di tutti i giorni, in relazione a informazioni di cronaca o di natura politica. È il messaggio sotteso in tutto il mio libro. Mai fidarsi delle apparenze o di ciò che ci viene proposto come assolutamente ovvio. A mio parere tutti i periodi storici possono essere interessanti. E tutti possono insegnarci qualcosa. Voglio concludere citando un aforisma attribuito al filosofo greco Eraclito. Un aforisma che amo molto. “Non si troverà mai la verità, se non si è disposti ad accettare anche ciò che non ci si aspettava“. Ecco la chiave di tutto. Studiare la storia con la mente libera da preconcetti culturali, religioni, ideologici e politici. Cerchiamo di fare questo è il mondo sarà un luogo un pochino meno brutto».

La copertina del libro