Ambiente

La corsa per il nuovo gas, senza guardare al nostro. In mare

09
Maggio 2022
Di Giampiero Cinelli

La corsa alle nuove fonti energetiche non può passare solo dal diversificare le importazioni. Fin ora il governo ha incentrato il discorso sul saldare gli accordi con paesi vicini come Libia, Egitto, Algeria, ma anche con Congo, Angola e Mozambico. Oltre, ovviamente, al patto con gli Stati Uniti per le forniture di gas liquefatto (Gln). Eppure, la tanto mitizzata idea dell’indipendenza energetica non sarebbe minimamente sfiorata, e i benefici economici resterebbero in grande dubbio, se non si prendesse in considerazione l’idea di riattivare l’estrazione di energia, soprattutto gas, da giacimenti del nostro territorio. Sia quelli già pronti sia quelli da mettere a punto. E tra gli attivi e gli inattivi.

In Italia di gas e petrolio ce n’è. Di sicuro in mole molto più ridotta rispetto ai grandi esportatori, ma quanto basta per tentare di aumentare l’indipendenza energetica.

Vediamo il gas: estrarlo qui costa poco: 5 centesimi al metro cubo. Mentre esportarlo 50-70 centesimi al metro cubo. L’Italia ne consuma circa 75 miliardi di metri cubi l’anno. Nel nostro Paese si stimano 90 miliardi di metri cubi già certi. Fino a un massimo di 350 miliardi di metri cubi se si ricercassero nuovi giacimenti. Sull’Adriatico la concentrazione maggiore. Nell’area di Goro (Ferrara) a 12 miglia dalla costa. Lì si possono estrarre 7-8 metri cubi l’anno per un tempo stimato di 15 anni. Poi il canale di Sicilia, all’altezza di Argo e Cassiopea, dove l’Eni ha già a disposizione i giacimenti e ha avuto l’autorizzazione per aumentare la produzione per due miliardi di metri cubi. Disponibilità anche nello Ionio in Puglia e in Sardegna. Ma in generale si registra uno stallo, con tanta burocrazia, poche autorizzazioni dopo il blocco alle estrazioni del 2019 e un piano per la transizione ecologica, il Pitesai, varato dal governo Draghi, che revoca la moratoria ma non è pensato sulla spinta alle estrazioni. Ultimamente la Regione Puglia ha rigettato 9 istanze di ricerca di idrocarburi, 6 in mare e tre a terra. E nell’Adriatico le nuove trivellazioni sono bloccate dal 2019, a vantaggio della Croazia che invece sfrutta il suolo marittimo che ha in comune con noi e ha annunciato di voler aumentare l’estrazione superando il miliardo di metri cubi, rispetto ai 780 del 2021.

IL TESORO DI ZOHR

Grandi possibilità per l’Italia non solo nella penisola, ma anche nell’offshore dell’Egitto nel giacimento Zohr. Dove nel 2015 l’Eni ha scoperto la più grande riserva di gas del mediterraneo. Già ad agosto 2019 la produzione del giacimento ha raggiunto oltre 2,7 miliardi di piedi cubi di gas al giorno (bcfd), circa cinque mesi in anticipo rispetto al Piano di Sviluppo (Fonte: sito Eni).

TROPPI DUBBI IN UNA PALESE COMPETIZIONE

Perché tanto immobilismo? L’influsso dell’orientamento ecologista degli ultimi anni gioca sicuramente un ruolo, ed è giusto considerare anche i punti a sfavore di una politica più decisa, come l’insufficienza degli idrocarburi se visti in un arco temporale di lunghissimo periodo (si esauriranno), così come i rischi di abbassamento dei fondali. Ma questo non è un motivo per non fare nulla, specie adesso, e per non voler vedere di essere in uno spazio di risorse, quello mediterraneo, conteso dalle altre nazioni. Non solo la Croazia, ma anche la Turchia che vuole controllare l’area di Cipro scalzando le nostre aziende, l’Egitto, Isreale etc. Fare a meno di una percentuale di esportazioni per un dato tempo, può darci modo di impostare una più efficace politica sulle energie rinnovabili, implementando ad esempio la produzione da scarti biologici. Esigenze impossibili da ignorare, che non possono passare sotto il filtro ideologico in un momento delicato, soprattutto se l’obiettivo strategico è di tale importanza, quale quello dell’indipendenza energetica, o quasi.

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