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Midterm Usa, Congresso ai Democratici. Cosa cambia ora per Trump
Di Paolo Bozzacchi
The blue wave: l’onda Dem ha colpito. Una netta affermazione quella democratica, che ridisegna gli equilibri politici a Washington. Il partito conquista Camera e Senato, vince in Stati tradizionalmente repubblicani e intercetta il malcontento per il costo della vita e la guerra in Iran. Per la Casa Bianca si apre una fase di confronto con un Congresso ostile, con possibili ripercussioni anche sulla politica estera americana.
Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti segnano una svolta nel secondo mandato di Donald Trump. I Democratici hanno conquistato il controllo di entrambe le Camere del Congresso, interrompendo il predominio repubblicano a Washington e aprendo una nuova fase di confronto istituzionale destinata a condizionare gli ultimi due anni della presidenza. Una vittoria di dimensioni superiori alle attese, maturata non soltanto negli Stati tradizionalmente favorevoli al Partito Democratico, ma anche in territori che negli ultimi anni avevano rappresentato punti di forza del movimento trumpiano.
Secondo le proiezioni diffuse oggi dai principali media americani, i Democratici si avviano verso una larga maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, mentre al Senato hanno superato la soglia necessaria per sottrarre il controllo ai Repubblicani. Si tratta di un risultato politicamente significativo: alla vigilia del voto, la riconquista della Camera appariva possibile, mentre quella del Senato era considerata decisamente più complessa, alla luce della distribuzione dei seggi in palio. La portata inaspettata del risultato emerge soprattutto dalla geografia delle vittorie democratiche.
In Texas, James Talarico ha conquistato un seggio senatoriale battendo il repubblicano Ken Paxton, riportando il suo partito alla vittoria nello Stato dopo decenni. In Kansas, Adam Hamilton ha ottenuto un’affermazione altrettanto storica, mentre in Ohio l’ex senatore Sherrod Brown è tornato al Congresso sconfiggendo il repubblicano Jon Husted. Successi anche in North Carolina, dove l’ex governatore Roy Cooper ha battuto Michael Whatley, e in South Carolina, dove Annie Andrews ha prevalso sulla candidata sostenuta da Trump, Darline Graham. In Georgia, Jon Ossoff ha conquistato la rielezione al Senato contro il repubblicano Mike Collins, confermando la competitività democratica in uno degli Stati più importanti per le future elezioni presidenziali. Il risultato assume particolare rilievo considerando che Ossoff era stato indicato per mesi tra gli incumbent più vulnerabili del partito. Anche le elezioni per i governatori hanno riservato sorprese. In Texas, la democratica Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore uscente Greg Abbott, riportando il partito alla guida dello Stato dopo oltre trent’anni. In Georgia, l’ex sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms è diventata la prima donna afroamericana eletta governatrice nella storia degli Stati Uniti. Nel Nuovo Messico, Deb Haaland ha conquistato un altro primato diventando la prima donna nativa americana alla guida di uno Stato.
Il voto ha segnato numerosi passaggi storici anche nella composizione del Congresso. In Michigan, Abdul El-Sayed è diventato il primo musulmano eletto al Senato, mentre in Minnesota Peggy Flanagan è la prima donna indigena a conquistare un seggio nella Camera alta. In New Hampshire, Chris Pappas è il primo uomo dichiaratamente omosessuale eletto senatore. Primati che accompagnano un rinnovamento della rappresentanza politica americana, anche sul piano generazionale. A spiegare la dimensione della sconfitta repubblicana è soprattutto il cambiamento degli orientamenti elettorali rispetto al 2024. Il costo della vita, l’inflazione, l’aumento dei prezzi energetici e le conseguenze della guerra con l’Iran hanno pesato sulle scelte degli americani. Secondo Associated Press, circa tre quarti degli elettori si dichiarano insoddisfatti o arrabbiati per la direzione intrapresa dal Paese, mentre una larga maggioranza ritiene che l’inflazione continui a incidere negativamente sui bilanci familiari. Particolarmente significativo è il risultato tra gli elettori ispanici, una componente che aveva contribuito alla vittoria di Trump due anni fa. Secondo un’analisi del New York Times, nelle contee a maggioranza ispanica si è registrato uno spostamento medio di oltre 22 punti percentuali a sfavore dei candidati repubblicani al Senato rispetto al 2024.
Il cambiamento è stato ancora più pronunciato in Kansas e Texas, dove lo spostamento verso i Democratici ha raggiunto rispettivamente circa 45 e 36 punti. Un segnale che mette in discussione la capacità del Partito Repubblicano di consolidare nel tempo la coalizione elettorale costruita da Trump. La risposta del presidente non si è fatta attendere. Trump ha riconosciuto l’esito delle consultazioni, ma ha attribuito parte della responsabilità della sconfitta alla qualità dei candidati repubblicani, cercando di prendere le distanze dal risultato. In un’intervista al Wall Street Journal ha ammesso che la guerra in Iran ha avuto un peso sul voto, difendendo tuttavia la decisione di intervenire militarmente. Su Truth Social ha inoltre pubblicato l’immagine di un cappellino con la scritta «VETO», un riferimento esplicito allo strumento costituzionale di cui potrà servirsi per bloccare le iniziative legislative della nuova maggioranza democratica. La sconfitta apre infatti una fase politicamente delicata per la Casa Bianca. Con Camera e Senato sotto il controllo dell’opposizione, Trump non potrà più contare sull’appoggio parlamentare che ha accompagnato i primi due anni del suo secondo mandato. I Democratici potranno condizionare l’agenda legislativa, esercitare maggiore controllo sulle attività dell’amministrazione e avviare indagini parlamentari su alcune delle decisioni più controverse della presidenza.
Particolarmente rilevante sarà il controllo del Senato, chiamato ad approvare le nomine presidenziali ai vertici dell’amministrazione federale, della magistratura e della diplomazia. Un Congresso democratico potrebbe rallentare o bloccare le conferme dei candidati proposti dalla Casa Bianca, incidendo sulla capacità di Trump di completare il proprio programma di governo. Restano tuttavia importanti contrappesi istituzionali: il presidente conserva il potere di veto e ampi margini di intervento attraverso le proprie prerogative esecutive. Sul piano economico, le conseguenze potrebbero emergere soprattutto nei prossimi negoziati sul bilancio federale, sulla spesa pubblica e sul debito. Le divergenze tra amministrazione e Congresso potrebbero tradursi in nuovi confronti sulle risorse destinate alla difesa, alla sicurezza delle frontiere, alle infrastrutture e ai programmi sociali, aumentando il rischio di paralisi legislative e di scontri sull’approvazione dei finanziamenti federali. Le ripercussioni potrebbero estendersi anche alla politica internazionale degli Stati Uniti. La guerra in Iran, già al centro delle polemiche durante la campagna elettorale, sarà probabilmente uno dei principali terreni di confronto tra la Casa Bianca e la nuova maggioranza. Il Congresso dispone infatti di poteri significativi in materia di finanziamenti militari, controllo dell’esecutivo e autorizzazione di determinate iniziative legislative riguardanti la sicurezza nazionale. Un rafforzamento del controllo parlamentare potrebbe quindi aumentare la pressione sull’amministrazione affinché chiarisca obiettivi, costi e prospettive del conflitto.
Il risultato elettorale è stato seguito con attenzione anche dalle principali capitali internazionali. La Cina, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning, ha dichiarato di essere disponibile a proseguire la collaborazione con Washington, definendo le elezioni una questione interna americana. Dall’Iran è arrivata invece una lettura apertamente politica del voto: Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore nei colloqui con gli Stati Uniti, ha interpretato la sconfitta repubblicana come un messaggio di contrarietà alla guerra.
Per gli alleati europei, il nuovo equilibrio a Washington potrebbe aprire una fase di maggiore complessità nei rapporti transatlantici. Un Congresso a maggioranza democratica potrebbe esercitare pressioni sull’amministrazione in materia di commercio internazionale, politica dei dazi, sostegno all’Ucraina e relazioni con la NATO. Questo non comporterà automaticamente un cambiamento della linea americana, dal momento che la conduzione della politica estera resta in larga parte nelle mani del presidente, ma renderà più articolato il processo decisionale, soprattutto dove saranno necessari finanziamenti o autorizzazioni legislative. Il voto rappresenta infine un passaggio importante in vista delle presidenziali del 2028. Per i Democratici, la riconquista del Congresso offre l’opportunità di ricostruire una proposta politica nazionale dopo la sconfitta del 2024, ma riapre anche il confronto tra l’ala progressista e quella moderata. Per i Repubblicani, invece, il risultato impone una riflessione sulla tenuta della coalizione trumpiana e sulla capacità del partito di presentarsi agli elettori senza il presidente direttamente candidato.
Le elezioni di metà mandato non modificano la permanenza di Trump alla Casa Bianca, ma ridisegnano profondamente i rapporti di forza a Washington. I prossimi due anni saranno caratterizzati da una difficile convivenza tra un presidente determinato a difendere la propria agenda e un Congresso intenzionato a esercitare pienamente le proprie prerogative. Una nuova fase politica americana, le cui conseguenze sono destinate a riflettersi ben oltre i confini degli Stati Uniti. E lo noteremo molto presto.





