Economia
Made in Italy: vola il settore della consulenza head made
Di Paolo Bozzacchi
Il terziario avanzato italiano vale oltre 150 miliardi di euro e cresce più dell’industria. Lo studio Confindustria PROM-CNEL fotografa l’ascesa dell’economia della conoscenza. Ma il confronto con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito evidenzia le sfide ancora aperte su dimensione delle imprese, produttività e capitale umano. C’è un’industria italiana che non produce automobili, macchinari o beni di consumo, ma progetti, consulenza, competenze e soluzioni ad alta specializzazione. È il cosiddetto settore head made, il terziario avanzato ad alta intensità di conoscenza, che si sta affermando come uno dei motori più dinamici dell’economia nazionale. Nel 2023 ha generato un fatturato di 151,3 miliardi di euro e un valore aggiunto di 77,1 miliardi, pari al 3,6% del Pil. Numeri che raccontano un comparto in forte espansione e sempre più importante per la competitività del sistema produttivo.
A fotografarne l’evoluzione è Confindustria PROM, la federazione delle imprese del terziario avanzato, che ha rielaborato gli ultimi dati Istat disponibili nell’ambito di una ricerca realizzata con il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), presentata a Palazzo Grazioli.
Tra il 2021 e il 2023 il fatturato del settore è aumentato del 29,8%, passando da 116,5 a 151,3 miliardi di euro, mentre il valore aggiunto è cresciuto da 61,3 a 77,1 miliardi. A trainare l’espansione sono soprattutto gli studi di ingegneria e la consulenza imprenditoriale e gestionale, entrambi cresciuti del 44,2%, seguiti dagli studi di architettura (+42,7%), dalle altre attività professionali e di consulenza (+36,1%) e dalle agenzie pubblicitarie (+27%).
Anche i valori assoluti confermano la rilevanza di queste attività: gli studi di ingegneria e gli altri studi tecnici producono 28,4 miliardi di fatturato, sostanzialmente alla pari con la consulenza imprenditoriale e gestionale (28,3 miliardi). Seguono le attività contabili, di revisione e consulenza fiscale e del lavoro (22,5 miliardi) e gli studi legali e notarili (19,6 miliardi).
Una crescita più veloce dell’industria
La rapida crescita non è soltanto congiunturale. Secondo il Quaderno del CNEL dedicato al terziario italiano, tra il 2019 e il 2025 il valore aggiunto delle attività professionali, scientifiche e tecniche è cresciuto del 33,6%, contro il 10,3% dell’industria e il 6% del complesso dei servizi. Particolarmente significativo è anche il dato sulla produttività: nello stesso periodo, il valore aggiunto per unità di lavoro nelle attività professionali è aumentato del 10,5%, a fronte di un incremento dello 0,5% nell’industria e di una flessione dello 0,3% nel complesso dei servizi. Il settore continua inoltre a creare occupazione. Tra il 2015 e il 2023 gli addetti dei servizi ad alta intensità di conoscenza sono aumentati del 25,6%, contro il 6,9% della manifattura. Nell’arco di trent’anni, il lavoro nelle attività professionali è raddoppiato, passando da uno a due milioni di unità a tempo pieno, con 345mila posti creati dal 2019.
«Il settore considerato nel suo complesso è la seconda filiera del Paese», sottolinea Luigi Riva, presidente di Confindustria PROM. E se la crescita registrata tra il 2021 e il 2023 venisse proiettata al 2025, il comparto arriverebbe a sfiorare i 200 miliardi di fatturato e i 100 miliardi di valore aggiunto, superando il 4% del Pil. Una stima prospettica, che restituisce comunque la dimensione del potenziale economico.
Il confronto europeo: l’Italia cresce ma i concorrenti hanno una base più solida
Il dinamismo italiano si inserisce in una trasformazione che interessa tutte le principali economie europee. Consulenza, ingegneria, progettazione e servizi professionali rappresentano ormai infrastrutture fondamentali per la digitalizzazione, l’innovazione tecnologica e la competitività delle imprese manifatturiere. In Germania, le attività professionali, scientifiche e tecniche generavano nel 2023 circa 253 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo la serie dei conti nazionali di Destatis. La dimensione del mercato tedesco è dunque significativamente superiore a quella italiana. Inoltre, la stretta integrazione tra servizi tecnici, ricerca applicata e industria rappresenta uno dei principali punti di forza del modello produttivo tedesco, sebbene anche la Germania stia affrontando difficoltà legate alla stagnazione industriale e alla carenza di personale specializzato.
In Francia, secondo le statistiche sulle imprese pubblicate dall’INSEE, nel 2023 le attività giuridiche, contabili, gestionali, di architettura e ingegneria, insieme alle altre attività professionali, scientifiche e tecniche, hanno prodotto oltre 121 miliardi di euro di valore aggiunto. Una dimensione favorita anche dalla presenza di grandi gruppi internazionali della consulenza, dell’ingegneria e dei servizi alle imprese. Nel Regno Unito, dove la consulenza professionale costituisce da tempo un settore di specializzazione internazionale, il valore aggiunto delle attività professionali, scientifiche e tecniche ha raggiunto nel 2023 circa 214,3 miliardi di sterline, salendo a 226,3 miliardi nel 2024, secondo l’Office for National Statistics. Londra continua a beneficiare di un ecosistema particolarmente sviluppato nei servizi legali, finanziari e di consulenza strategica. La crescita reale, tuttavia, appare meno sostenuta di quella nominale: per il 2024 l’ONS ha rivisto allo 0,5% l’aumento in volume del valore aggiunto di queste attività.
Più vicino alla dimensione italiana è il mercato spagnolo. Secondo l’Instituto Nacional de Estadística, nel 2023 le attività professionali, scientifiche e tecniche hanno generato un valore aggiunto nell’ordine di 61 miliardi di euro. Anche la Spagna sta rafforzando il proprio posizionamento nei servizi ad alta qualificazione, sostenuta dallo sviluppo dei poli tecnologici, dalla crescita delle attività di consulenza e dall’attrazione di investimenti esteri. I confronti richiedono una precisazione metodologica: le statistiche nazionali utilizzano aggregati e criteri contabili non sempre coincidenti con il perimetro individuato da Confindustria PROM. Non consentono quindi di costruire una classifica omogenea delle performance, ma mostrano chiaramente la diversa scala economica raggiunta dal comparto nei principali mercati europei.
Il gap Italia è nella dimensione delle imprese e nei talenti
È proprio qui che emergono i principali limiti strutturali del sistema italiano. Secondo il CNEL, il 72,8% degli addetti delle attività professionali lavora in microimprese, contro il 51% della media europea e appena il 34,1% della Germania. Una frammentazione che può rappresentare un ostacolo agli investimenti tecnologici, all’internazionalizzazione e alla partecipazione alle grandi commesse. Le imprese italiane dimostrano una forte capacità di generare competenze, ma spesso non raggiungono la dimensione necessaria per trasformarle in servizi esportabili su larga scala. Indicativo, in questo senso, il ruolo delle imprese a controllo estero: rappresentano appena lo 0,3% delle aziende nelle attività professionali italiane, ma realizzano il 16,9% del fatturato complessivo. Un dato che evidenzia quanto la dimensione organizzativa e l’integrazione nei mercati internazionali possano incidere sulla capacità di crescita. L’altra grande criticità è rappresentata dal capitale umano. Nella consulenza gestionale e negli studi di ingegneria e architettura oltre il 60% degli occupati possiede una laurea, contro una media nazionale del 25,5%. Eppure, in Italia meno di un terzo dei giovani tra 25 e 34 anni possiede un titolo di istruzione terziaria, circa 14 punti percentuali sotto la media europea. Una carenza che rischia di diventare ancora più rilevante con la diffusione dell’intelligenza artificiale, la transizione energetica e l’aumento della domanda di competenze ingegneristiche, digitali e manageriali.
La nuova competitività industriale passa dalla conoscenza
La crescita dell’head made racconta, in definitiva, una trasformazione del modello produttivo italiano. La competitività non dipende più soltanto dalla capacità di realizzare beni materiali, ma sempre più dalla disponibilità di competenze specialistiche, tecnologie, capacità progettuali e servizi professionali in grado di accompagnare le imprese sui mercati internazionali. L’Italia parte da una base industriale importante e da una tradizione consolidata nelle professioni tecniche e nella consulenza. Rispetto ai principali concorrenti europei, tuttavia, deve ancora rafforzare la capacità di aggregare le proprie eccellenze, attrarre e trattenere talenti, investire in innovazione e costruire operatori con una dimensione internazionale. Per la politica industriale, la sfida è riconoscere che manifattura e terziario avanzato non rappresentano due universi separati, ma componenti sempre più integrate della stessa catena del valore. Incentivi alla crescita dimensionale, formazione universitaria, trasferimento tecnologico e sostegno all’internazionalizzazione diventano quindi strumenti determinanti anche per questa parte dell’economia.
Se adeguatamente sostenuto, il settore head made potrebbe non soltanto consolidare la crescita registrata negli ultimi anni, ma contribuire a colmare una delle debolezze storiche dell’economia italiana: la difficoltà di trasformare un patrimonio diffuso di conoscenze e competenze in produttività, innovazione e competitività internazionale.





