Il centrosinistra italiano continua a navigare a vista, prigioniero di un eterno cantiere che non si chiude mai. A un anno dalle politiche del 2027, il Campo Largo – Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le appendici centristi – si presenta ancora senza un leader riconosciuto e senza un programma condiviso.
Elly Schlein ripete che “prima il programma, poi i nomi”, promettendo un testo unitario entro fine anno e lasciando aperta la porta a un accordo politico o alle primarie. Giuseppe Conte la incalza: bastano due settimane di confronto serio per chiudere. Ma i tavoli restano fermi agli stessi nodi di mesi fa, a cominciare dalla politica estera sull’Ucraina, dove le distanze tra dem e pentastellati non si sono sciolte.
Aritmeticamente il vantaggio c’è. Le supermedie di ottobre collocano il Campo Largo allargato intorno al 43-43,5%, un paio di punti sopra il centrodestra di governo (FdI, Forza Italia, Lega e Noi Moderati, intorno al 41%). Con lo Stabilicum appena approvato – proporzionale con premio di maggioranza e ritorno delle preferenze – alcune simulazioni assegnano al centrosinistra una maggioranza parlamentare, a condizione che Vannacci resti fuori dalla coalizione meloniana.
Il Pd però è sceso al 20%, Meloni recupera e si assesta oltre il 27%, e il vantaggio è fragile, fatto di somme di partiti che si contendono lo stesso elettorato e che faticano a presentarsi come alternativa credibile di governo.
La politica, però, presenta il conto quando le coalizioni non sono vere coalizioni. Dentro il Pd si discute della proroga del mandato di Schlein oltre marzo 2027, con i riformisti che non intendono consegnarle una delega in bianco sulle alleanze e sul perimetro (troppo stretto senza i moderati, troppo largo con chi vota contro il riarmo). Conte è dato in vantaggio nelle primarie ipotetiche e usa ogni palco per ricordare che senza un programma e senza regole chiare sul candidato premier non c’è accordo. Le priorità dichiarate – salari, sanità, energia, salario minimo – restano slogan finché non si traducono in un testo che regga il confronto con quattro anni di governo Meloni, che ha tenuto insieme la maggioranza e approvato la legge elettorale.
Il rischio è noto: un centrosinistra che somma i consensi sulla carta ma si spacca sul primo tema vero, che promette unità e poi litiga su chi guida, che chiede il voto anticipato senza aver deciso chi e per cosa. In un sistema che premia la coalizione più coesa e punisce le alleanze tattiche, l’aritmetica può bastare per un titolo di giornale. Per governare serve altro.





