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La legge elettorale e il rischio di vincere troppo

11
Ottobre 2026
Di Redazione

Con l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, la politica italiana entra nella campagna per il 2027, magari non nella “Terza Repubblica” come declamato dalla grancassa governativa. 
La riforma supera il Rosatellum introducendo un sistema proporzionale con premio di maggioranza per le coalizioni che raggiungono il 42% dei voti: 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, entro i limiti previsti dalla legge. Tornano le preferenze, pur mantenendo i capilista bloccati, e gli schieramenti dovranno indicare preventivamente il candidato premier. Se nessuno raggiunge la soglia, i seggi saranno distribuiti proporzionalmente, senza premio.

La fotografia degli schieramenti è però meno definita della legge che dovrebbe regolarne la competizione. 
Il centrodestra di Giorgia Meloni comprende Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati; il Campo Largo dovrebbe riunire PD, M5S, AVS e le tante componenti liberal-progressiste: Italia Viva, i Civici di Onorato, i “quirinalizi” Ruffini e Gabrielli, quel che resta dei Radicali e +Europa, più chissà chi altro si farà avanti. 
Fuori rimangono soprattutto Futuro Nazionale di Roberto Vannacci e alcune formazioni centriste, in primis Azione di Carlo Calenda, la cui collocazione potrebbe diventare decisiva.

Secondo l’ultima Supermedia di YouTrend, il centrodestra si attesterebbe intorno al 41%, il Campo Largo vicino al 43%, mentre Futuro Nazionale raggiungerebbe il 7,7%. 
Il centrosinistra potrebbe quindi conquistare il premio di maggioranza, mentre il centrodestra avrebbe bisogno di recuperare consensi o trovare un’intesa con Vannacci, che porterebbe teoricamente la coalizione oltre il 48%. Naturalmente, le somme aritmetiche dei sondaggi non equivalgono automaticamente ai voti nelle urne.

Il paradosso è quindi che la nuova legge potrebbe premiare proprio l’opposizione che l’ha maggiormente contestata. Ma sapendo che una maggioranza parlamentare schiacciante non è necessariamente una maggioranza politicamente solida. 
PD, Movimento 5 Stelle, AVS e centristi hanno posizioni difficilmente conciliabili sul sostegno all’Ucraina, sulla difesa europea, sui rapporti transatlantici e sull’utilizzo delle risorse pubbliche. Il ricordo del Superbonus e del Reddito di Cittadinanza dovrebbe suggerire una certa prudenza nell’immaginare nuove stagioni di spesa senza coperture credibili. Quale sarebbe il prossimo compromesso? Helicopter money per finanziare un Paese di piste ciclabili, così da risolvere definitivamente il problema della benzina troppo cara?

La battuta nasconde una questione seria: il premio può assegnare i seggi necessari a governare, non la capacità di prendere decisioni comuni. Una coalizione costruita principalmente per sconfiggere Meloni rischierebbe di scoprire, il giorno dopo la vittoria, che governare insieme è un mestiere completamente diverso.

Esiste però un secondo scenario, forse ancora più insidioso: che nessuna coalizione raggiunga la soglia necessaria per ottenere il premio. 
In quel caso il Parlamento tornerebbe a essere il luogo nel quale costruire una maggioranza dopo il voto, con due possibili sviluppi: un governo di destra-centro allargato a Vannacci, con tutte le incognite sulla collocazione europea e internazionale dell’Italia, oppure l’ennesimo governo tecnico o di larga coalizione, sostenuto da forze che si sono combattute fino al giorno precedente.

Paradossalmente, proprio quest’ultimo potrebbe essere lo scenario più conveniente per Meloni in caso di sconfitta: lasciare ad altri la responsabilità di una maggioranza eterogenea, tornare all’opposizione e sedersi sulla proverbiale riva del fiume, aspettando che l’ennesimo accrocchio parlamentare mostri le proprie contraddizioni.

Del resto, quanto sta accadendo in Europa dimostra come la stabilità sia diventata un valore politico ed economico primario, non soltanto per gli elettori, ma anche per i mercati, gli investitori e gli equilibri tra Stati. In un contesto internazionale segnato da crisi militari, inflazione e crescenti esigenze di spesa pubblica, l’incapacità di assumere decisioni coerenti rischia di avere conseguenze ben più gravi delle tradizionali crisi di governo italiane.

Ben venga, dunque, una legge elettorale che provi a favorire la governabilità, purché non si confonda la stabilità aritmetica con quella politica. Senza dimenticare l’incognita della Corte costituzionale: i rilievi emersi negli ultimi giorni sul premio di maggioranza e su alcuni meccanismi della riforma lasciano immaginare che la partita giuridica possa non essere conclusa.

La legge elettorale è fatta, ma le coalizioni molto meno.