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Israele al voto: non è in gioco soltanto Netanyahu, ma il futuro del Medio Oriente
Di Gianni Pittella
Il prossimo 27 ottobre Israele tornerà alle urne per eleggere la nuova Knesset. Sarà un appuntamento politico di straordinaria importanza, non soltanto per il futuro dello Stato ebraico, ma per gli equilibri dell’intero Medio Oriente e per le prospettive di pace nel Mediterraneo.
Sono le prime elezioni dopo il terribile attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e dopo tre anni che hanno profondamente segnato la società israeliana, devastato Gaza e moltiplicato i fronti di conflitto nella regione.
Al centro della competizione c’è naturalmente Benjamin Netanyahu, il leader che più a lungo ha governato Israele e che oggi si presenta al giudizio degli elettori con un bilancio segnato da guerre, divisioni interne, tensioni istituzionali e un crescente isolamento diplomatico.
Ma sarebbe riduttivo leggere queste elezioni come un semplice referendum sulla sua permanenza al potere.
La questione fondamentale è un’altra: quale Israele emergerà dalle urne e quale rapporto vorrà costruire con i palestinesi, con i Paesi arabi, con l’Europa e con la comunità internazionale?
I sondaggi descrivono una competizione aperta. Il Likud di Netanyahu deve confrontarsi con la crescita di Gadi Eisenkot, già capo di Stato maggiore dell’esercito, e con altre figure dell’opposizione, da Naftali Bennett a Yair Lapid. Il sistema proporzionale israeliano, tuttavia, rende complessa la formazione di una maggioranza parlamentare di almeno 61 seggi.
Un elemento merita particolare attenzione. L’opposizione a Netanyahu non coincide necessariamente con un’alternativa alla sua visione del conflitto israelo-palestinese. Anche tra i suoi avversari prevalgono posizioni molto attente alla sicurezza nazionale, mentre la prospettiva dei due Stati fatica a ritrovare centralità nel dibattito politico.
Ed è proprio questo il nodo più delicato.
La sicurezza di Israele costituisce un diritto irrinunciabile. Nessuna prospettiva di pace può prescindere dalla condanna del terrorismo, dalla protezione dei civili israeliani e dalla necessità di impedire nuovi massacri come quello del 7 ottobre.
Ma la sicurezza non può essere costruita esclusivamente attraverso la superiorità militare, l’occupazione permanente e la negazione delle aspirazioni nazionali palestinesi.
La tragedia umanitaria di Gaza, le sofferenze della popolazione civile, la distruzione materiale e sociale e le difficoltà della ricostruzione impongono una riflessione che non può essere rinviata.
Non ci sarà una sicurezza duratura per Israele senza una prospettiva credibile di libertà, dignità e autodeterminazione per il popolo palestinese. E non ci sarà uno Stato palestinese stabile senza garanzie effettive per la sicurezza israeliana.
Queste due esigenze non sono incompatibili. Sono, al contrario, le condizioni di una medesima pace.
Le elezioni israeliane chiamano in causa anche la qualità della democrazia. Le tensioni sulla riforma della giustizia, le grandi mobilitazioni popolari e il rapporto tra istituzioni civili, religione e potere politico hanno mostrato quanto profonde siano le fratture della società israeliana.
Una democrazia si misura non soltanto attraverso il voto, ma anche attraverso il rispetto dello Stato di diritto, l’indipendenza della magistratura, la tutela delle minoranze e la capacità di garantire pluralismo e libertà.
E qui entra in gioco l’Europa.
L’Unione europea non può limitarsi a osservare gli sviluppi della politica israeliana o a commentare le iniziative americane. Deve recuperare una propria capacità diplomatica, parlando con Israele, con l’Autorità palestinese e con i principali interlocutori arabi.
Occorre sostenere concretamente la ricostruzione di Gaza, contrastare ogni ipotesi di trasferimento forzato della popolazione palestinese, favorire un assetto di governo credibile e rilanciare un percorso negoziale fondato sul diritto internazionale.
Il Mediterraneo non può continuare a essere soltanto uno spazio di conflitti, emergenze e contrapposizioni geopolitiche. Deve tornare a essere un luogo di cooperazione, sviluppo e convivenza.
Il voto del 27 ottobre non risolverà automaticamente le contraddizioni del Medio Oriente. Potrebbe persino produrre un nuovo stallo parlamentare. Ma offrirà un’indicazione importante sulla direzione che la società israeliana intende intraprendere.
L’auspicio è che, oltre la competizione tra leader e partiti, possa riaprirsi uno spazio politico per il dialogo e per una soluzione negoziata.
Perché il futuro di Israele e quello della Palestina, per quanto segnati da storie e sofferenze differenti, restano inevitabilmente intrecciati.
La vera sfida non è scegliere tra la sicurezza degli israeliani e i diritti dei palestinesi. È comprendere che nessuna delle due aspirazioni potrà realizzarsi pienamente senza l’altra.
E questa è una responsabilità che riguarda anche noi europei.





