Dopo mesi nei quali l’agenda politica è stata occupata da ipotesi inerenti l’ipotetico e mai testato consenso del Generale Vannacci, Giorgia Meloni ha ricordato a tutti quale sia il vantaggio competitivo di chi governa: fare le cose.
L’annuncio dell’abolizione del bollo auto ha avuto esattamente questo effetto. Dal 2027 è prevista un’esenzione per le automobili fino a 80 kW e per i motoveicoli, limitata a un veicolo per cittadino: una platea molto ampia, per un costo stimato nell’ordine dei 2,3 miliardi di euro annui, risorse che verranno a mancare alle Regioni e che il Governo dovrà trovare per rendere la misura stabile.
Il bollo segna il vero inizio della campagna elettorale. Non perché si debba necessariamente votare a breve, anzi, ma perché da questo momento ogni scelta del Governo sarà letta attraverso quella lente.
E questa è una misura elettoralmente efficace: semplice da capire e capace di produrre un beneficio riconoscibile per milioni di persone. Gli italiani amano le auto, le posseggono, le utilizzano in percentuali superiori ad altri Paesi europei, ora le stanno anche ricominciando a fare belle.
La decisione è inoltre arrivata senza anticipazioni, bozze o retroscena, sorprendendo persino una parte del Governo (chapeau). È la dimostrazione di quanto abbiamo sostenuto più volte: quando il Governo governa e Meloni controlla direttamente la propria comunicazione, il rumore attorno alla maggioranza diminuisce rapidamente. Vannacci, almeno per qualche giorno, è scomparso dal radar.
Dopo mesi trascorsi a discutere di ciò che il Generale dice, si è tornati a discutere di ciò che la Premier fa.
Dentro questo cambio di passo, per completezza di analisi, merita una menzione anche la visita alla Fabbrica d’Armi Beretta per i 500 anni dell’azienda. Forse un primo segnale di quel “grand tour” dell’industria italiana che invochiamo da tempo: meno palazzi e più fabbriche, imprese, lavoratori e territori produttivi. Una strada che sarebbe utile proseguire nell’ultimo tratto della legislatura.
Nell’altro campo, quello delle opposizioni, il problema è che prima o poi si vota e che, per questo, servirà trasformare il “campo largo” da formula politica in una coalizione capace di presentarsi alle elezioni.
Il sondaggio Ipsos illustrato oggi da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera fotografa bene la situazione. Non c’è accordo sulla composizione dell’alleanza, sul programma e soprattutto sulla leadership. In un’ipotetica “primaria” Giuseppe Conte raccoglierebbe oggi il 38%, contro il 22% di Elly Schlein. Conte dimostra inoltre una capacità di raccogliere consensi fuori dal perimetro pentastellato.
Qui sta il cortocircuito: il PD rimane il principale partito dell’alternativa, ma la sua segretaria non appare oggi la leader naturale della coalizione. Affidarsi a Conte, d’altra parte, aprirebbe problemi nel Partito Democratico e nell’area centrista.
Riemerge così il sogno di un “federatore”, una sorta di Romano Prodi 4.0. Ma trent’anni dopo l’Ulivo quel meccanismo appare difficilmente replicabile: è complicato immaginare che un nome calato dall’establishment possa acquisire rapidamente la forza necessaria per confrontarsi con una Presidente del Consiglio reduce da cinque anni a Palazzo Chigi.
Alternative evidenti, del resto, non ce ne sono. Il sondaggio registra una significativa simpatia per Silvia Salis, ma gradimento e candidatura alla Presidenza del Consiglio sono due cose diverse.
Poi c’è il programma. Sui temi economici e sociali una sintesi appare possibile; sulla politica estera le distanze restano profonde, a partire da Ucraina, riarmo europeo e difesa. In una fase di turbolenza internazionale sono questioni difficili da relegare sullo sfondo.
Paradossalmente, il collante più efficace del centrosinistra potrebbe offrirlo proprio Meloni. La nuova legge elettorale è già il terreno sul quale le opposizioni riescono a mostrarsi più compatte. Schlein l’ha definita “incostituzionale” e proprio questa potrebbe diventare la parola capace di accompagnare il centrosinistra verso il voto: una mobilitazione contro una riforma presentata come costruita dalla maggioranza per cambiare le regole alla vigilia delle elezioni.
Potrebbe essere il tema capace di aggregare PD, M5S, AVS e una parte del centro, almeno fino a quando tornerà inevitabilmente la domanda che il campo largo continua a rinviare: chi sfiderà Giorgia Meloni?
Per ora la campagna elettorale sembra comunque essere iniziata. Meloni ha scelto il bollo e deve continuare a “fare”. Il centrosinistra, come sempre, si affiderà alla Costituzione. E Vannacci, almeno per questa settimana, può aspettare.





