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Medio Oriente: Camera Usa chiede la fine della guerra in Iran, Huthi all’offensiva
Di Giampiero Gramaglia
La Camera degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che impone al presidente Donald Trump di porre fine alla guerra in Iran o di richiedere l’autorizzazione del Congresso per continuarla. L’iniziativa è molto probabilmente destinata a rimanere simbolica: ci vuole l’ok del Senato perché sia vincolante. Ma l’esito della votazione prova l’esistenza di screzi fra i repubblicani sul conflitto: sui 435 deputati, i repubblicani hanno una risicatissima maggioranza; la mozione è stata approvata con 220 voti a favore e 204 contro e almeno sette repubblicani hanno votato con i democratici, che sono stati compatti.
E’ la terza volta che la Camera chiede al presidente di porre fine alla guerra. Questa volta, il voto arriva a sette settimane dalle elezioni di midterm del 3 novembre. Non è chiaro se il Senato ne discuterà prima di quella data. Una risoluzione analoga, approvata dalla Camera in luglio, non è stata ancora presa in esame dal Senato.
La votazione di ieri arriva in un momento particolarmente critico e complicato della guerra all’Iran. Il Washington Post scrive che la presa di controllo degli Huthi, i ribelli yemeniti sciiti filo-iraniani, sullo Stretto di Bab el-Mandeb, la ‘porta delle lacrime’, che dà accesso al Mar Rosso, potrebbe rivelarsi il maggior successo iraniano in questo conflitto.
Il Wall Street Journal, che ha espresso negli ultimi giorni valutazioni contraddittorie – gli Usa stanno perdendo; anzi no, l’Iran sta perdendo –, lancia l’ennesimo allarme sulla scarsa disponibilità di missili intercettori per contrastare i contrattacchi iraniani sulle basi americane nella Regione. Secondo il giornale, per contrare un recente attacco contro installazioni militari in Giordania, sono stati necessari più di 70 missili Patriots e Thaads.
Il New York Times insiste, invece, sulle conseguenze economiche del conflitto e parla di “rabbia e proteste in tutto il Mondo”, citando manifestazioni e blackouts dall’Indonesia al Guatemala passando per la Siria, a causa dell’aumento dei prezzi del carburante e della ridotta disponibilità di petrolio e gas, essendo bloccate del tutto o parzialmente le vie d’acqua degli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb per dove, prima della guerra, transitavano rispettivamente quasi un quarto ed oltre un decimo dei traffici petroliferi planetari.
L’offensiva degli Huthi contro l’Arabia saudita non pare arrestarsi; anzi, pare intensificarsi. Riad sostiene di avere distrutto ieri un drone lanciato dai ribelli yemeniti verso la città santa della Mecca, gli Huthi smentiscono.
“Martedì 15 settembre le forze di difesa aerea reali saudite sono riuscite a intercettare e distruggere un drone ostile lanciato dalla milizia terroristica Houthi prima che entrasse nello spazio aereo interdetto della città santa”, riporta un comunicato. “Il drone è stato intercettato a sud della Mecca”, ha precisato un portavoce militare. Il comunicato denuncia “i disperati tentativi della milizia … volti … a mettere in pericolo i frequentatori della Sacra moschea, i cittadini e i residenti”.
Su X, gli Huthi hanno replicato: “Le accuse riguardanti il presunto tentativo di colpire La Mecca sono una menzogna trita e ritrita, già usata in passato e che non inganna più nessuno”. Invece, l’Organizzazione per la cooperazione islamica ha dal canto suo condannato “gli odiosi attacchi perpetrati dagli Huthi contro la città della Mecca e la regione di Medina, nonché la loro continua aggressione contro l’Arabia Saudita”. Gli attacchi “profanano la sacralità dei luoghi santi … e feriscono i sentimenti dei musulmani di tutto il mondo”.
Ieri l’Arabia Saudita aveva brevemente attivato gli allarmi aerei in diverse regioni del sud del Paese vicino al confine con lo Yemen, inclusa la Mecca: evento senza precedenti dall’inizio del conflitto. Un portavoce militare degli Huthi ha invece affermato che le forze armate saudite hanno condotto, tra lunedì e martedì, “52 attacchi aerei” contro “infrastrutture civili” in diversi governatorati yemeniti.
Che – al di là della propaganda dall’una e dall’altra parte – la situazione sia particolarmente tesa lo dimostra il fatto che l’ambasciata statunitense in Arabia Saudita raccomanda ai cittadini americani di riconsiderare viaggi nel Paese, a causa “dei rischi posti da attacchi con droni e missili iraniani” e “dalla minaccia terroristica” degli Huthi.
In ambito militare, sul fronte Usa / Iran, c’è da da registrare che ieri le forze armate statunitensi hanno distrutto due piccole imbarcazioni iraniane che tentavano d’impadronirsi d’un drome marino: è l’ultima scaramuccia registrata nello Stretto di Hormuz.
Se, in questo contesto, il Washington Post s’interroga su “che cosa vogliono davvero gli Huthi”, ci si chiede anche quale sia la logica dietro il rifiuto di Trump di frenare la milizia, nonostante esplicite ripetute richieste in tal senso del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman. E desta domande pure la decisione di vendere a Israele 40 mila bombe da 2000 libbre, cioè una tonnellata, per un valore di 2,8 miliardi di dollari: una delle maggiori vendite di armi a Israele da anni in qua, sia per entità che per valore. Le bombe sono controverse perché in diverse occasioni sono state protagoniste di incidenti che hanno fatto vittime civili,
La Cnn punta, invece, sull’aiuto della Russia all’Iran e sostiene che missili spia russi sarebbero stati spostati su una base statunitense giorni prima di un devastante attacco iraniano, forse lo stesso che ha richiesto tutti i missili citati dal WSJ per essere contrato. L’aiuto russo consente all’Iran d’affinare la capacità di colpire gli interessi americani nella Regione. Analoghe accuse erano state mosse, nei giorni scorsi, sulla stampa Usa all’intelligence cinese.





