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Legge elettorale: facciamo il punto

12
Settembre 2026
Di Redazione

La settimana ha segnato un passaggio importante per la riforma elettorale. Dopo la sconfitta di luglio alla Camera, la maggioranza è riuscita a ricompattarsi al Senato. 
Il compromesso approvato mantiene il capolista bloccato e consente agli elettori di esprimere fino a tre preferenze sugli altri sei candidati, con alternanza di genere dalla seconda scelta. Non sono quindi le preferenze “pure” chieste dalle opposizioni e da Vannacci, ma una soluzione intermedia: Meloni può rivendicare il ritorno della scelta degli eletti, mentre Lega e Forza Italia conservano una quota di candidati protetti. 
Il passaggio più delicato è arrivato quando il governo si è rimesso all’Aula sulla proposta delle opposizioni di eliminare anche i capilista bloccati. A luglio FdI aveva votato insieme ai parlamentari del Generalissimo a favore di un meccanismo simile; questa volta ha rispettato l’accordo con gli alleati. Le preferenze integrali sono state respinte con 99 voti contrari e 68 favorevoli, mentre l’emendamento unitario della maggioranza è passato con 97 sì. 
La discussione interna ha riguardato anche la soglia del premio: FdI aveva valutato di abbassarla dal 42 al 41 per cento, ma Forza Italia ha ottenuto il mantenimento del 42. È stata inoltre accantonata l’ipotesi del ballottaggio, sostenuta da alcuni settori di Fratelli d’Italia ma osteggiata da Lega e FI. Il doppio turno avrebbe consentito di cercare al ballottaggio i voti di Vannacci senza coinvolgerlo necessariamente nella coalizione fin dal primo turno, ma è stato considerato politicamente rischioso e tecnicamente troppo complesso. 
L’impianto rimasto in piedi supera i collegi uninominali del Rosatellum e introduce un sistema proporzionale con un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione che arrivi prima e raggiunga almeno il 42 per cento in entrambe le Camere. Il tetto massimo sarebbe di 220 deputati e 113 senatori, numeri sufficienti a garantire una maggioranza autonoma. Se nessuno raggiungesse la soglia, oppure se Camera e Senato indicassero vincitori diversi, scatterebbe il proporzionale senza premio. 
Per l’elettore cambierebbe soprattutto la scheda: scomparirebbe il candidato del collegio uninominale e comparirebbero solo il simbolo del partito, un capolista bloccato e sei nomi tra i quali esprimere fino a tre preferenze. 
La vera partita politica ruota però intorno al 42 per cento: pochi decimali potrebbero separare una maggioranza già pronta da un Parlamento nel quale cercare accordi dopo il voto. È qui che entra in gioco Futuro Nazionale, arrivato al 7,7 per cento nell’ultima rilevazione SWG, dato rilevante ma pur sempre sondaggistico, non essendo ponderato con precedenti risultati reali. 
Con il Rosatellum, una corsa autonoma del Generalissimo sottrarrebbe voti soprattutto a FdI e Lega e potrebbe consegnare al centrosinistra molti collegi uninominali, purché Pd, M5S e alleati riescano a non dividersi. Con il nuovo sistema, invece, quei voti diventerebbero preziosi per raggiungere il 42 per cento: se Vannacci restasse fuori dalla coalizione, potrebbe impedire tanto al centrodestra quanto al centrosinistra di conquistare il premio. 
Il Senato voterà definitivamente il testo il 15 settembre. La legge tornerà poi alla Camera per la terza lettura dal 28 settembre, con l’obiettivo di chiudere entro l’inizio di ottobre. 
Gli scenari restano tre:

1. Premio e preferenze. È lo scenario oggi più probabile. Sparirebbero i collegi uninominali, scatterebbe il premio al 42 per cento e tornerebbero le preferenze, pur con i capilista bloccati. FdI potrebbe rivendicare il risultato, mentre Vannacci continuerebbe a denunciarne i limiti.

2. Premio senza preferenze. Un nuovo incidente alla Camera potrebbe far cadere la scelta dei candidati, lasciando in piedi il proporzionale con premio. Le segreterie manterrebbero il controllo sugli eletti, ma Meloni subirebbe una nuova sconfitta simbolica.

3. Nessuna riforma. Si voterebbe con il Rosatellum. Con Futuro Nazionale fuori dalla coalizione e sui livelli indicati dai sondaggi, la frammentazione della destra favorirebbe strutturalmente il centrosinistra nei collegi, sempre che quest’ultimo riesca a presentarsi sufficientemente unito.

Sullo sfondo resta la data delle elezioni. Una parte di FdI considera più razionale votare nella primavera 2027, la Lega preferisce invece arrivare alla conclusione naturale della legislatura, scommettendo su uno sgonfiamento di Vannacci dopo le Comunali di primavera. 
Il Min. Calderoli, cui non manca la verve provocatoria, ha ricordato che tecnicamente si potrebbe votare persino entro il 23 dicembre 2027: ipotesi che lascerebbe all’attuale maggioranza anche la manovra del prossimo anno. 
L’alternativa concreta resta quindi tra primavera e autunno. Volendo scommettere oggi 1€, lo metteremmo sull’autunno. 

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