Salute

Suicidi, arriva il Piano nazionale per la prevenzione

10
Settembre 2026
Di Giampiero Cinelli

Quasi 4mila morti per suicidio in Italia nel 2023 e un rischio che, dopo la progressiva riduzione registrata fino alla fine degli anni 2010, appare sostanzialmente stabile nel periodo successivo alla pandemia. È il quadro nel quale il ministero della Salute prepara un Piano nazionale per la prevenzione del suicidio, annunciato dal ministro Orazio Schillaci in occasione della Giornata mondiale dedicata al tema. Tra i primi destinatari degli interventi ci saranno donne, adolescenti e persone che vivono in condizioni di particolare vulnerabilità, comprese quelle detenute.

Il lavoro è affidato al tavolo tecnico sulla salute mentale coordinato da Alberto Siracusano, presidente del Consiglio superiore di sanità. Lo stesso organismo ha già elaborato, dopo 13 anni di assenza di un documento nazionale, il Piano nazionale salute mentale 2026-2028, che dedica specifici capitoli ai giovani e ai detenuti nelle Rems. Parallelamente sono in preparazione anche linee guida sulla depressione.

Il primo passo verso il nuovo Piano sarà un documento di indirizzo, attualmente in fase di predisposizione. L’obiettivo è rafforzare le strategie di prevenzione, migliorare l’individuazione precoce delle situazioni a rischio e garantire una successiva presa in carico. «Dobbiamo intervenire prima, soprattutto tra i più giovani e nelle situazioni di maggiore vulnerabilità, e garantire percorsi di assistenza adeguati e tempestivi», ha spiegato Schillaci.

Nel 2023 registrati 3.830 suicidi

A definire le dimensioni del fenomeno sono i dati dell’Istituto superiore di sanità. Nel 2023 sono stati registrati 3.830 decessi per suicidio tra le persone con almeno 15 anni, in lieve diminuzione rispetto ai 3.934 del 2022. Per l’Iss il dato «conferma una sostanziale stabilità del rischio nel periodo post-pandemico, dopo la progressiva riduzione osservata fino alla fine degli anni 2010».

Le differenze tra uomini e donne rimangono molto marcate. Circa il 75% dei decessi riguarda gli uomini, per i quali il rischio risulta quasi quattro volte superiore rispetto alle donne. Gli ultimi dati disponibili sulla distribuzione per età, relativi al 2019-2020, mostrano inoltre una crescita del rischio con l’avanzare degli anni, particolarmente evidente nella popolazione maschile.

Nel periodo successivo alla pandemia è emerso però un altro segnale: un aumento relativo del rischio suicidario tra i giovani con meno di 25 anni. È anche alla luce di questa dinamica che la prevenzione tra adolescenti e giovani assume un ruolo centrale nelle iniziative in preparazione.

Sostegno anche alle persone che hanno perso un familiare

Il Piano dovrà occuparsi anche dei cosiddetti “survivor”, le persone che hanno perso un familiare o una persona cara per suicidio. Per loro vengono considerati necessari interventi e percorsi di sostegno specifici.

«Dietro ogni situazione di sofferenza ci sono persone, famiglie e comunità. Rafforzare la prevenzione significa anche contrastare lo stigma che ancora troppo spesso circonda il disagio mentale e favorire una cultura dell’ascolto e della richiesta di aiuto», ha sottolineato il ministro della Salute.

Accanto alla costruzione del Piano nazionale si sta sviluppando anche un secondo filone di intervento. Nell’ambito del Work Package europeo dedicato alla prevenzione del suicidio, l’Istituto superiore di sanità sta lavorando all’adattamento italiano di Bizi, un programma interattivo di formazione online originariamente sviluppato dal Servizio sanitario Basco e riconosciuto dalla Commissione europea come strumento efficace per trasferire tra gli Stati membri pratiche promettenti nel campo della salute pubblica.

Il programma è rivolto ai cosiddetti “gatekeeper”, cioè persone che, per il proprio ruolo professionale o sociale, entrano frequentemente in contatto con soggetti vulnerabili. Tra questi figurano, per esempio, i medici di medicina generale e gli operatori dei telefoni di aiuto.

Attraverso video, audio, simulazioni ed esercitazioni, la formazione punta a sviluppare tre capacità: riconoscere tempestivamente i segnali di rischio, fornire un primo supporto adeguato ma non specialistico e indirizzare la persona verso i servizi specializzati di assistenza e cura. Una rete di figure in grado, quindi, di intercettare le situazioni di vulnerabilità prima che raggiungano una fase più critica.

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