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European Innovation Act, Bruxelles prova a colmare il divario dell’innovazione
Di Virginia Caimmi
L’Europa produce ricerca, brevetti e talenti, ma troppo spesso lascia ad altri il compito – e soprattutto il profitto – di trasformarli in imprese globali. È uno dei nodi strutturali messi in evidenza dal rapporto Draghi sulla competitività europea: il Vecchio Continente non soffre soltanto di un deficit di innovazione rispetto a Stati Uniti e Cina, ma soprattutto della difficoltà di trasformare l’innovazione esistente in aziende capaci di crescere rapidamente e conquistare i mercati internazionali. Il nuovo European Innovation Act proposto dalla Commissione europea prova ad affrontare proprio questo problema. L’obiettivo è creare condizioni più favorevoli perché startup, scaleup e imprese innovative possano svilupparsi, finanziarsi e crescere all’interno dell’Unione, anziché cercare altrove capitali e condizioni normative più favorevoli.
Il punto di partenza è noto: il mercato unico rimane molto meno “unico” quando si passa dall’economia tradizionale all’innovazione. Regole differenti tra Paesi, difficoltà nell’accesso ai capitali e procedure amministrative frammentate finiscono per trasformarsi in un handicap competitivo. Una delle novità più interessanti riguarda la proprietà intellettuale. Per molte giovani aziende brevetti, software e altri asset immateriali costituiscono una parte decisiva del loro valore, ma difficilmente vengono riconosciuti come tali nell’accesso al credito e agli investimenti. La Commissione propone quindi un quadro europeo comune per la loro valutazione e un marketplace digitale per mettere in contatto compratori e venditori di proprietà intellettuale. Secondo le stime di Bruxelles, le misure potrebbero sbloccare 10,2 miliardi di euro l’anno di finanziamenti aggiuntivi, attraverso venture capital e debito sostenuti dalla proprietà intellettuale, oltre a circa 35 milioni di risparmi amministrativi.
Il secondo pilastro riguarda gli appalti pubblici per ricerca e sviluppo. L’Innovation Act introduce una procedura comune europea che dovrebbe offrire maggiore certezza giuridica e permettere anche ad amministrazioni di diversi Stati membri di acquistare congiuntamente attività di R&D. È un passaggio importante perché la pubblica amministrazione può diventare non soltanto regolatore, ma anche primo cliente di tecnologie innovative, dalla sanità alla mobilità pulita. Bruxelles stima un miliardo di euro di risparmi annuali per gli acquirenti pubblici e quasi 26 miliardi di profitti aggiuntivi per le imprese. A questo si affianca una proposta sulle regulatory sandbox, ambienti controllati nei quali imprese e ricercatori possono sperimentare nuove tecnologie confrontandosi direttamente con le autorità di regolazione. Strumenti già presenti in diversi settori e Paesi, ma ancora privi di un approccio europeo sufficientemente uniforme.
La direzione appare coerente con la diagnosi formulata da Mario Draghi: se l’Europa vuole recuperare competitività deve costruire un ecosistema nel quale sia possibile trasformare rapidamente ricerca e tecnologia in industria. Il vero banco di prova sarà quindi l’attuazione. Un nuovo quadro normativo, da solo, non cancellerà la frammentazione del mercato europeo né colmerà il divario di capitali con gli Stati Uniti. Ma intervenire contemporaneamente su finanziamento, proprietà intellettuale, procurement e sperimentazione regolatoria significa almeno affrontare alcuni degli ostacoli che per anni hanno frenato la crescita delle imprese innovative europee. È un passo che arriva forse tardi, ma nella direzione giusta: fare dell’Europa non soltanto un luogo capace di inventare, ma finalmente anche un continente nel quale le idee possano diventare grandi imprese.





