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Istruzione, Italia nelle retrovie in Europa: spesa al 4,3% del Pil e pochi laureati
Di Giampiero Cinelli
L’Italia continua a investire nell’istruzione meno della media europea, mentre alla carenza di risorse si affiancano una quota di giovani laureati tra le più basse dell’Unione e difficoltà sul fronte delle competenze. A pochi giorni dalla riapertura delle scuole, l’economista Veronica De Romanis su La Stampa mette insieme i dati sulla spesa pubblica e quelli relativi al capitale umano del Paese.
Il problema assume un peso particolare alla luce delle prospettive demografiche. I giovani rappresentano ormai una minoranza della popolazione e, soprattutto rispetto al voto, hanno un peso inferiore alle altre fasce d’età. Allo stesso tempo, nei prossimi venticinque anni milioni di persone in età lavorativa andranno in pensione. In un Paese destinato ad avere meno lavoratori, investire sul capitale umano delle nuove generazioni diventa quindi una necessità, non una scelta.
La spesa italiana si ferma al 4,3% del Pil
Secondo gli ultimi dati disponibili, relativi al 2023, l’Italia destina all’istruzione il 4,3% del Pil, contro una media europea del 4,7%. La distanza aumenta nel confronto con i Paesi che investono maggiormente: la Svezia arriva al 7%, mentre Francia e Germania raggiungono rispettivamente il 5,2% e il 4,8%.
Tra le altre grandi economie europee, la Spagna spende il 4,3% del Pil, mentre il Portogallo supera il 4,5%.
Il ritardo italiano emerge ancora più chiaramente considerando quanto pesa l’istruzione sull’intera spesa pubblica. Nel nostro Paese la quota è pari al 7,3%, rispetto all’8,1% della media europea. In Germania raggiunge il 9,4%, in Spagna il 9,2% e in Grecia l’8,1%.
Nel 2024 si è però registrata un’inversione di tendenza. Secondo le stime preliminari, la quota italiana dovrebbe attestarsi attorno all’8% della spesa pubblica complessiva. L’aumento sarebbe riconducibile alle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza e alle maggiori spese per il personale legate ai rinnovi contrattuali.
Il recupero non sarebbe comunque sufficiente per tornare ai livelli precedenti alla pandemia: nel 2019 i fondi per la scuola rappresentavano l’8,2% della spesa complessiva. Inoltre, una parte dell’aumento recente è legata a fattori temporanei, con il rischio che l’incidenza dell’istruzione torni a diminuire una volta esauriti i loro effetti.
Solo il 31,1% dei giovani ha un titolo universitario
Il nodo delle risorse si accompagna a quello del livello di istruzione. Tra i 25 e i 34 anni, soltanto il 31,1% degli italiani possiede un titolo universitario, contro una media dell’Unione europea del 44,8%. Nell’Ue soltanto la Romania registra un risultato peggiore, con il 23,2%.
Il dato si inserisce proprio nel problema demografico: con milioni di lavoratori destinati ad andare in pensione nei prossimi venticinque anni e generazioni più giovani numericamente meno consistenti, la formazione diventa uno degli strumenti per aumentare qualità e produttività del capitale umano disponibile.
Le difficoltà degli studenti nei test Pisa
Un ulteriore elemento riguarda le competenze effettivamente acquisite. I test Pisa, le prove standardizzate utilizzate per misurare le competenze degli studenti in italiano, matematica e inglese, restituiscono un quadro problematico: in Italia appena uno studente su due comprende davvero ciò che legge o è in grado di svolgere operazioni di base.
L’arretramento, inoltre, non riguarda tutti allo stesso modo. Le difficoltà si concentrano maggiormente nelle classi sociali inferiori e, in particolare, tra i maturandi, facendo emergere anche una questione di disuguaglianza nell’accesso a un’istruzione efficace.
Da tempo, nelle raccomandazioni annuali l’Europa invita gli Stati ad aumentare gli investimenti nel capitale umano. Un obiettivo che assume un peso ancora maggiore in un’economia sempre più anziana, chiamata a puntare su una formazione di qualità e sulla capacità di valorizzare i talenti disponibili.





