Politica

Il coraggio che manca per una vera concorrenza

06
Agosto 2026
Di Sergio Boccadutri

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

Ogni anno, anche se non proprio puntuale, arriva la legge sulla concorrenza, e ogni anno assomiglia a un lungo inventario di piccole cose. Uno sconto obbligatorio qui, un obbligo di trasparenza là, un settore ritoccato ai margini. Niente di sbagliato. Ma quando la legge è approvata, il Paese resta esattamente dov’era. Perché il problema della concorrenza in Italia non è tecnico. È politico. Anzi: è una questione di coraggio.

Aprire davvero un mercato significa togliere qualcosa a chi in quel mercato occupa una posizione di vantaggio da anni. Significa dire a una categoria protetta che dovrà competere, a un’impresa dominante che essere arrivata prima non basta più, a chi vive di un privilegio che quel privilegio non è un diritto acquisito. È una decisione che fa nemici. E i nostri governi, di ogni colore, hanno imparato a evitarla: molti annunci di riforma, nessuno scontro vero.

Così restano al loro posto i mercati che nessuno osa aprire. E le liberalizzazioni sono poi ritirate ogni volta: dallo sconto libero sui libri ai taxi. Si difendono privilegi, non diritti. Ma toccare i privilegi costa consenso, perché il privilegio si aggrega in una categoria che riesce a farsi sentire più di chi invece deve pagare per un servizio non adeguato. E quando una riforma seria riesce comunque a passare, la si rinvia finché non conta quasi più nulla.

A pagare questa prudenza non sono i grandi gruppi né le categorie organizzate. Sono i cittadini, che pagano di più per servizi più scadenti che in altri paesi. Sono le nuove imprese, che non riescono a entrare. E sono soprattutto i giovani: quelli che un mestiere vorrebbero cominciarlo e trovano regole pensate per proteggere chi è già dentro. La concorrenza non è un tecnicismo per economisti. È la domanda su chi, in questo Paese, ha diritto a provarci. Se la risposta guarda sempre a “chi c’è già”, abbiamo deciso di non crescere.

Ma la concorrenza, prima ancora che di prezzi, è una questione di giustizia. Un mercato chiuso premia chi è arrivato per primo e penalizza chi arriva dopo, senza guardare a quanto valga. Difende le posizioni, non il merito. E un Paese che protegge le posizioni invece del merito dice ai propri figli una cosa precisa: conta più dove sei nato e chi conosci rispetto a quello che sai fare.

Il fatto è che governare l’esistente è più facile che cambiarlo. Gestire lo status quo non fa arrabbiare nessuno; riformarlo sì. Ma un Paese che sceglie sempre di non scontentare chi ha già, sceglie anche di restare fermo, mentre gli altri Paesi migliorano. Tra il 2018 e il 2024 l’Italia è scesa dal tredicesimo al diciassettesimo posto nella classifica OCSE dei Paesi con le regole più favorevoli alla concorrenza: mentre noi discutevamo di dettagli, gli altri aprivano. Non è una fatalità: è la somma di mille rinunce a decidere, una alla volta.

Eppure, aprire i mercati è una delle poche riforme che non costano un euro. Non servono fondi pubblici, non serve nuovo debito: bastano regole diverse e la volontà di lasciare che chi è più bravo possa entrare e competere. È lo strumento più semplice che un governo abbia per far crescere il Paese, ed è insieme quello che nessuno usa fino in fondo. Perché è anche l’unico che obbliga a scegliere da che parte stare: con chi difende ciò che ha già, o con chi non ha ancora nulla e vorrebbe provarci.

Servirebbe quindi una legge sulla concorrenza di nome e di fatto. Non lunga e indolore, ma breve e scomoda: poche scelte che spostino davvero potere e opportunità da chi comanda il mercato a chi vorrebbe entrarci. Aprire i mercati, in fondo, non richiede altre norme. Richiede il coraggio di farne poche, e di accettarne il costo politico. Finché continueremo a preferire tanti piccoli aggiustamenti a una vera decisione, l’Italia resterà quello che è oggi: un Paese pieno di riforme e senza crescita.

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