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Il Made in Italy monta il motore FII: il Fondo Imprese dà il turbo alle PMI
Di Paolo Bozzacchi
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Se il problema storico dell’industria italiana è il nanismo delle imprese, la risposta del Governo passa da oggi dal capitale. Fondo Italiano d’Investimento si è aggiudicato la gestione del Fondo Imprese, il comparto del Fondo Nazionale del Made in Italy destinato a entrare nel capitale delle aziende considerate strategiche. Un incarico che rafforza il ruolo della SGR come braccio finanziario della politica industriale italiana e mette a disposizione delle piccole e medie imprese una leva potenzialmente decisiva per crescere, aggregarsi e competere sui mercati internazionali. A soli due anni dalla sua creazione, il Fondo Nazionale del Made in Italy entra così nella sua fase pienamente operativa. La scelta del gestore non è un passaggio di routine: uno degli strumenti più ambiziosi messi in campo dallo Stato per sostenere l’apparato produttivo viene affidato a una società nata nel 2010 su iniziativa del ministero dell’Economia e oggi controllata al 55 per cento da Cdp Equity. Nell’azionariato figurano anche Intesa Sanpaolo, UniCredit, Confindustria e ABI, a conferma della natura istituzionale e finanziaria dell’operazione. A sottolineare il valore strategico dell’incarico è la linea indicata dall’amministratore delegato di Fondo Italiano d’Investimento, Domenico Lombardi: «Vogliamo consolidarci come punto di riferimento del private capital e come piattaforma capace di mobilitare capitali pazienti a sostegno dell’economia reale».
Il Fondo Imprese disporrà subito di 600 milioni di euro, sui 900 milioni stanziati complessivamente. Gli altri 300 milioni confluiranno nel comparto Real Asset, dedicato a miniere, materie prime critiche e impianti produttivi ad alta rilevanza infrastrutturale. Il veicolo affidato a Fondo Italiano avrà una durata di 15 anni e una finestra di investimento di 5. Potrà acquisire partecipazioni di maggioranza o minoranze qualificate nelle aziende target, ma anche operare indirettamente, sottoscrivendo fondi di private equity territoriali o specializzati. La partita decisiva sarà quella dell’effetto leva. L’obiettivo è mobilitare uno o due euro di capitale privato per ogni euro pubblico investito, trasformando i 600 milioni iniziali in interventi per oltre un miliardo e mezzo di euro. Il discrimine tra politica industriale e assistenzialismo passerà dalla qualità delle scelte: il Fondo dovrà sostenere imprese con prospettive di sviluppo, tecnologie e mercati, senza semplicemente limitarsi a mettere in sicurezza aziende prive di un progetto industriale. Il perimetro di azione è comunque molto ampio.
Le filiere considerate strategiche comprendono meccanica strumentale, farmaceutica, chimica, materie plastiche, apparecchiature elettriche, elettronica, metallurgia e raffinazione. A queste si aggiungono le priorità del piano strategico 2026-2030 di Fondo Italiano: transizione energetica, aerospazio, materiali critici e terre rare, navalmeccanica, agritech sostenibile, economia circolare, sanità e formazione. Settori nei quali competitività, innovazione e sicurezza economica nazionale sono ormai strettamente intrecciate. Il bersaglio è la frammentazione del tessuto produttivo. Oltre il 90% delle imprese italiane ha meno di 10 dipendenti. Una struttura che garantisce flessibilità e specializzazione, ma che spesso impedisce di sostenere gli investimenti necessari in ricerca, digitalizzazione, acquisizioni e internazionalizzazione. Fondo Imprese dovrà favorire aggregazioni, fusioni e crescita dimensionale, con l’ambizione di trasformare eccellenze di nicchia in gruppi capaci di confrontarsi con concorrenti europei, americani e asiatici. Fondo Italiano arriva all’incarico con oltre 5 miliardi di euro in gestione, distribuiti su 21 fondi, più di 165 aziende sostenute e oltre 350 operazioni realizzate nell’economia reale.
La sua attività spazia dagli investimenti diretti ai fondi di fondi, dal private debt alle operazioni di growth capital e buy-out, fino al mercato secondario e all’impact investing. Nel portafoglio figurano imprese dell’aeronautica, della cybersecurity, dei dispositivi medici, dell’agroalimentare, della certificazione industriale, dell’ospitalità e dell’edutainment. Il nuovo piano della SGR prevede il lancio di 8 fondi, impegni finanziari per 4,9 miliardi e commissioni di gestione superiori a 39 milioni entro il 2030. Il solo Fondo Filiere Strategiche punta a raccogliere più di un miliardo, coinvolgendo assicurazioni, casse previdenziali e altri investitori istituzionali. Anche la presidente Barbara Poggiali ha indicato nella crescita dimensionale la condizione indispensabile per irrobustire il sistema produttivo e costruire operatori nazionali più solidi. Più difficile quantificare oggi il ritorno diretto per le casse pubbliche. Il beneficio sarà soprattutto sistemico: più fatturato, occupazione ed Ebitda nelle aziende partecipate, maggiore capacità di investimento e un ampliamento della base imponibile. La sfida, dunque, non è spendere 600 milioni. È usarli per attirarne molti di più, selezionando imprese capaci di crescere e mantenendo le decisioni al riparo dalle convenienze politiche. Per Fondo Italiano è un salto di qualità strategico. Per le PMI può essere l’occasione di smettere di essere troppo piccole per competere e troppo preziose per essere lasciate sole.





