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Vannacci e sicurezza, due indici del sentiment di fine legislatura

25
Luglio 2026
Di Redazione

Se c’è un indicatore che permette di capire quando una Legislatura è entrata davvero nell’ultimo miglio, quello è il ritorno della sicurezza al centro dell’agenda politica. 
Non che il tema sia mai uscito dal dibattito, ma nelle ultime settimane il Governo Meloni ha scelto chiaramente di riportarlo al centro della propria azione, commentando in maniera diffusa la condanna del gioielliere Mario Roggero, con annessa richiesta di grazia al Presidente Mattarella, e accelerando su una serie di misure che i giornali hanno già ribattezzato “Legge anti-maranza”.

L’obiettivo è piuttosto evidente. Dopo alcune settimane complicate, dalla bocciatura con voto segreto dell’emendamento sulle preferenze fino a una percezione di difficoltà nella gestione dell’agenda politica, Palazzo Chigi ha deciso di tornare su uno dei terreni che storicamente producono il maggiore consenso per il centrodestra: ordine pubblico, legalità, controllo del territorio, contrasto alla microcriminalità.

È una scelta comprensibile. Ma è anche il sintomo di una campagna elettorale che, pur mancando ancora oltre un anno al voto, è ormai iniziata. Questo perché, e ci duole doverne di nuovo parlare, il vero convitato di pietra di questa fase politica non siede né a Palazzo Chigi né a Montecitorio. È il Generalissimo. Nel giro di pochi mesi il suo movimento è passato da curiosità politica a variabile strutturale del sistema. Prima avrebbe superato nei sondaggi la Lega, poi Alleanza Verdi-Sinistra, il tutto senza aver mai partecipato a un’elezione, senza aver presentato un programma di governo e senza aver nemmeno iniziato a costruire una classe dirigente riconoscibile. 
Aspettiamo naturalmente di vedere anche quella, sperando che il criterio di selezione produca risultati migliori rispetto a quanto fatto finora…

Il dato più interessante, tuttavia, non è tanto il consenso diretto quanto l’influenza indiretta. Perché oggi il Generalissimo pesa probabilmente più nelle decisioni del centrodestra di quanto pesi realmente nei sondaggi.

Ed è qui che emerge un’altra curiosità politica. Se dovessimo individuare il suo vero spin doctor, difficilmente dovremmo cercarlo a Mosca o negli Usa, nei fantomatici laboratori della disinformazione o tra oscuri strateghi della nuova destra europea. Il candidato più credibile sembra avere un nome molto più familiare: Matteo Renzi.

Dal giorno della partecipazione congiunta al Pulp Podcast di Fedez, il 20 aprile scorso, l’ex Presidente del Consiglio sembra aver trasformato il Generale nel proprio interlocutore privilegiato. Interviste, battute, provocazioni, sfide sportive (dall’ormai celebre proposta della maratona fino ai continui richiami reciproci) hanno contribuito a mantenerlo costantemente al centro del dibattito pubblico.

I numeri raccontano una coincidenza quantomeno interessante. Il 23 aprile la Supermedia YouTrend pubblicata da AGI attribuiva a Futuro Nazionale un pur rispettabile 3,5%. Da quel momento, senza campagne elettorali, senza congressi, senza grandi iniziative politiche e senza particolari novità programmatiche, il consenso è praticamente raddoppiato fino a superare il 7% (mah…).

Naturalmente sarebbe semplicistico attribuire tutto a Renzi. Ma è difficile non notare come il continuo tentativo di trasformare il Generalissimo nel protagonista del dibattito finisca inevitabilmente per rafforzarne notorietà e centralità, soprattutto come competitor a destra della coalizione di governo e fattore decisivo per fargli perdere le elezioni. 
Per chi lo ricorda: la stessa operazione che Massimo D’Alema riuscì a fare nel 1996, dividendo la Lega di Bossi dal centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. La Lega, sola, arrivò al 10%, facendo perdere decine di collegi uninominali all’allora Polo per le Libertà, con conseguente vittoria dell’Ulivo di Romano Prodi. 

È anche per questo che il Governo sente il bisogno di presidiare con maggiore decisione i temi tradizionalmente più sensibili per il proprio elettorato. La politica estera, che per quattro anni ha rappresentato il principale punto di forza della Presidenza Meloni, attraversa una fase molto più complicata. I rapporti con gli Stati Uniti sono diventati più imprevedibili, il quadro internazionale è dominato da crisi sulle quali Roma ha inevitabilmente margini limitati e perfino il tradizionale protagonismo europeo richiede oggi un equilibrio molto più delicato. Sul fronte interno, invece, il problema è diverso. Più che di decisioni, sembra esserci una difficoltà nel trasformarle in risultati politicamente percepibili. È il tema della comunicazione, ma anche quello della concretezza.

Da qui il ritorno della sicurezza come asse prioritario dell’azione di governo. Le nuove misure contro la criminalità giovanile, l’inasprimento di alcune fattispecie di reato e il rafforzamento degli strumenti di prevenzione rispondono certamente a esigenze reali, ma rappresentano anche un messaggio politico molto preciso: il Governo vuole tornare a essere percepito come il garante dell’ordine pubblico. Una strategia che qualcuno definirebbe “law & order“, qualcun altro più semplicemente “panpenalistica”. In entrambi i casi il messaggio è identico: rassicurare un elettorato che guarda con crescente preoccupazione al futuro e dimostrare che lo Stato continua a esercitare la propria autorità.

Resta da capire se questo basterà. Perché quando un avversario riesce a influenzare le scelte dei propri competitori senza nemmeno sedersi ai tavoli dove vengono prese, significa che la partita si sta giocando almeno su due livelli diversi. E, almeno per ora, il Generalissimo sembra riuscire a vincerne uno senza nemmeno essere sceso in campo.