Economia
Private equity e venture capital, Panetta: fondi pensione e assicurazioni investono troppo poco
Di Lorenzo Berna
I fondi pensione e le compagnie assicurative potrebbero diventare protagonisti nello sviluppo del private equity e del venture capital in Italia, ma il loro peso resta ancora marginale. A evidenziarlo è il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenuto all’Assemblea dell’ABI con una relazione dedicata al tema «Il sistema economico e finanziario tra incertezza e innovazione».
Panetta ha ricordato come negli ultimi anni il settore pubblico abbia svolto un ruolo importante nel rafforzamento del mercato del capitale di rischio, favorendo la mobilitazione di risorse private attraverso fondi di fondi e strumenti di coinvestimento. Un intervento che ha contribuito alla crescita del comparto, ma che da solo non è sufficiente.
Per il governatore, affinché il settore possa consolidarsi nel tempo è indispensabile ampliare la platea degli investitori privati. In questo contesto, fondi pensione e assicurazioni potrebbero fare la differenza, grazie alla natura delle loro passività, che si sviluppano su orizzonti temporali medio-lunghi e consentono di sostenere investimenti caratterizzati da tempi di maturazione più lunghi e da un maggiore grado di incertezza.
I numeri, però, raccontano una realtà diversa. Il private equity rappresenta appena lo 0,5% degli investimenti complessivi delle compagnie assicurative e lo 0,7% di quelli dei fondi pensione, mentre il venture capital continua ad avere un’incidenza pressoché irrilevante in entrambi i comparti.
Secondo Panetta, questa situazione riflette una debolezza strutturale del mercato italiano. I fondi specializzati nell’apporto di capitale di rischio risultano infatti molto meno sviluppati rispetto a quelli presenti nelle principali economie avanzate. Inoltre, una parte consistente delle operazioni riguarda acquisizioni finalizzate alla riorganizzazione aziendale, spesso con un contenuto innovativo limitato, oppure investimenti nelle primissime fasi di vita delle imprese.
Restano invece insufficienti le risorse destinate a sostenere la crescita dimensionale delle aziende e a rafforzarne la competitività. In pratica, il mercato italiano del private equity continua a concentrarsi prevalentemente nei tradizionali buyout, nei quali l’investitore acquisisce il controllo dell’impresa per avviarne la riorganizzazione, mentre risultano meno diffusi gli investimenti destinati ad accompagnarne lo sviluppo.
Anche sul fronte del venture capital emergono criticità. Panetta ha sottolineato come il segmento late stage, quello dedicato ai finanziamenti successivi alla nascita delle startup, rimanga particolarmente debole. Si tratta della fase decisiva per consentire alle imprese più promettenti di crescere e competere sui mercati internazionali.
Questa carenza rischia di trasformarsi in un vero collo di bottiglia nel percorso dell’innovazione. Molte iniziative imprenditoriali italiane, infatti, sono costrette a cercare all’estero capitali, competenze e opportunità di sviluppo proprio nel momento più delicato della loro crescita.
Le difficoltà, ha spiegato il governatore, non dipendono tanto dalla mancanza di interesse verso questi investimenti, quanto dalle caratteristiche di un mercato ancora troppo piccolo. Investire nel private equity e nel venture capital richiede competenze specialistiche, capacità di selezionare i gestori e un orizzonte temporale di lungo periodo, elementi difficili da garantire per gli operatori di dimensioni ridotte. Allo stesso tempo, gli investitori più strutturati trovano nel mercato domestico un’offerta ancora limitata, poco diversificata e non sufficientemente continua.
Ne deriva quello che Panetta definisce un “equilibrio di basso sviluppo”. La scarsità di investitori stabili limita infatti la crescita dei fondi di private equity e venture capital; le dimensioni contenute dei fondi riducono la capacità di accompagnare le imprese nella fase di espansione; infine, il trasferimento all’estero delle realtà imprenditoriali più promettenti impoverisce ulteriormente il mercato italiano.
Per uscire da questa situazione, secondo il governatore, non si può attendere che il problema si risolva spontaneamente. Al contrario, più questo equilibrio persiste, più rafforza le aspettative degli investitori e spinge le imprese innovative verso altri Paesi.
Serve quindi un’azione coordinata lungo tutta la filiera composta da gestori dei fondi, investitori istituzionali, operatori pubblici e imprese. L’obiettivo deve essere quello di ampliare il mercato del capitale di rischio, migliorare la selezione dei progetti, accompagnare la crescita delle aziende e mobilitare risorse lungo tutte le fasi del processo innovativo, dalla nascita della startup fino allo sviluppo industriale.
Tra gli strumenti individuati da Panetta assume particolare rilevanza il fondo di fondi, che, anche grazie al ruolo di impulso del settore pubblico, può contribuire a colmare il divario dimensionale del mercato. Questo modello permette infatti di aggregare capitali, aumentare la diversificazione degli investimenti, ridurre i vincoli che limitano gli operatori meno strutturati e favorire la crescita di gestori specializzati.
Secondo Bankitalia, un maggiore sviluppo dei fondi di fondi, fondato su criteri rigorosi di selezione e su un chiaro orientamento al mercato, renderebbe più ampia e stabile l’offerta italiana di capitale di rischio.
Anche il risparmio delle famiglie potrebbe offrire un contributo importante. Per mobilitare una quota maggiore di risorse, tuttavia, sono necessari strumenti semplici, trasparenti e con costi contenuti, oltre a un rafforzamento dell’educazione finanziaria che consenta ai risparmiatori di effettuare scelte più consapevoli.
Panetta ha ricordato inoltre che in Italia sono già presenti incentivi fiscali destinati agli investimenti nel capitale di rischio. Una loro semplificazione e maggiore flessibilità, ha osservato, ne aumenterebbe l’efficacia, in linea con le indicazioni contenute nella raccomandazione della Commissione europea sui Savings and Investment Accounts.
Il governatore ha infine allargato lo sguardo alla dimensione europea. Le iniziative nazionali, ha spiegato, non bastano senza un autentico mercato unico dei capitali. Finché l’Europa resterà frammentata, sarà difficile mobilitare risorse, distribuire i rischi e sostenere la crescita delle imprese innovative. Superare questa frammentazione rappresenta quindi una condizione essenziale per rafforzare la competitività europea in una fase in cui l’innovazione tecnologica si sviluppa ormai su scala globale.





