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Vertice Nato, il cordone sanitario di Rutte ha funzionato

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Luglio 2026
Di Redazione

Per una volta il vertice NATO non è stato ricordato per quello che è successo, ma per quello che non è successo. Alla vigilia di Ankara molti si aspettavano l’ennesimo show di Donald Trump, con qualche uscita destinata a monopolizzare il dibattito e a mettere in imbarazzo gli alleati. Invece il cordone sanitario costruito con pazienza dal Segretario Generale Mark Rutte ha funzionato. 
Agenda serrata, dichiarazioni misurate, pochi spazi per improvvisazioni: il vertice si è chiuso senza incidenti diplomatici e già questa rappresenta quasi una notizia.

In questo contesto tutti hanno osservato con particolare attenzione Giorgia Meloni. Telecamere e commentatori sembravano più interessati alle sue espressioni facciali che ai contenuti del summit, alla ricerca del minimo segnale di tensione con la delegazione americana dopo gli screzi delle ultime settimane. 
La Premier, invece, ha scelto probabilmente la strategia più efficace: un linguaggio misurato, una postura quasi britannica, nessuna polemica e nessuna ricerca di protagonismo.

Anzi, come riportato ieri dal Corriere della sera, il suo intervento ha posto l’attenzione su un tema meno immediato ma probabilmente più strategico. 
Meloni ha distribuito ai 32 alleati una serie di tabelle e dati per dimostrare come il vero terreno della competizione globale non sia soltanto quello militare, ma quello industriale e tecnologico. Terre rare, semiconduttori, farmaceutica, fertilizzanti, materie prime critiche: la Premier ha richiamato gli alleati sulla necessità di recuperare il ritardo accumulato nei confronti della Cina e dell’Asia, sostenendo che la sicurezza delle filiere strategiche debba ormai essere considerata parte integrante della sicurezza collettiva.

È un’impostazione interessante perché amplia la riflessione sul concetto stesso di difesa. Non soltanto investimenti negli armamenti, ma anche capacità industriale, autonomia produttiva e sicurezza economica. Una linea che si inserisce perfettamente nella discussione europea sull’autonomia strategica e che consente all’Italia di portare un contributo originale all’interno dell’Alleanza.

Il vertice ha inoltre confermato il sostegno occidentale all’Ucraina, pur con toni più prudenti rispetto al passato. La NATO continua a rafforzare le capacità difensive dell’Alleanza e a mantenere aperto il sostegno a Kiev, mentre cresce la consapevolezza che il confronto con la Russia sarà lungo e dovrà essere accompagnato anche da una maggiore resilienza economica e industriale dell’Occidente.

Nel frattempo, però, il contesto internazionale è tornato rapidamente a complicarsi. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e il ritorno delle tensioni sui mercati energetici, ricorda quanto rapidamente qualsiasi equilibrio possa essere rimesso in discussione. 
Una situazione che, per volatilità, ricorda quasi il finestrino esploso sul volo Ryanair di ieri: tutto sembra procedere normalmente, finché all’improvviso qualcuno scopre che l’”aria è cambiata”, giusto per usare un eufemismo.

Per l’Italia il summit di Ankara lascia soprattutto una conferma. Dopo settimane segnate dalle tensioni con Washington, Giorgia Meloni sembra aver scelto di abbassare il volume dello scontro e alzare quello della credibilità. Meno posture, più contenuti. 
È probabilmente la scelta più utile in una fase nella quale il Governo ha bisogno di recuperare un 

rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, all’interno di un contesto di generale autorevolezza internazionale.